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La ricerca di uno standard nell'archeoacustica
Paolo Debertolis*, Slobodan Mizdrak**, Heikki Savolainen***
*Dipartimento di Scienze Mediche - Università di Trieste
**DEMIURG, institution for energy and IT - Zagreb, Croazia
***HSS Production, Audiovisual Impressions, Helsinki, Finlandia
Lavoro scientifico presentato al Congresso “The 2nd Virtual International Conference on Advanced Research in Scientific Areas” (ARSA-2013), Bratislava, Repubblica Slovacca, 2 - 6 dicembre, 2013.
Pubblicazione originale sugli atti del congresso in inglese qui
Riassunto — La ricerca mediante l'archeoacustica e lo studio dei fenomeni fisici negli antichi siti è ancora allo stadio iniziale di sviluppo. Attualmente non c'è uno standard pratico che dica come fare uso di questa disciplina complementare all'archeologia. Però durante questi ultimi tre anni il nostro gruppo di ricerca ha praticato l'archeoacustica e lo studio dei fenomeni naturali in vari siti archeologici riuscendo a risolvere alcuni enigmi che non era possibile risolvere con altre metodiche tradizionali. Così, dopo aver acquisito questa cospicua esperienza nel periodo precedente, abbiamo anche deciso di trascorrere molto tempo nei nostri laboratori per sviluppare un protocollo di archeoacustica che possa essere applicato nell'analisi di ogni sito archeologico. Perché è davvero importante definire uno standard dell'archeoacustica a livello internazionale, così da rendere possibile anche agli altri ricercatori di confrontare i propri risultati e le proprie ricerche attraverso metodologie simili, comparabili e ripetibili secondo il metodo scientifico classico.
Parole chiave: archeoacustica, basse frequenze, infrasuoni, ultrasuoni, standard, SBRG, archeologia, SBSA
rdI.
1 - Introduzione
L’archeoacoustica è una nuova disciplina complementare all'archeologia che può spiegare la motivazione per la quale un particolare sito fu considerato sacro nell’antichità o il perché una struttura antica fu scavata o scolpita nella pietra. Partiamo dal concetto che i tempi antichi non trascorrevano nel silenzio o erano privi di rumori. Infatti, la musica e le vibrazioni prodotte dagli strumenti rimasero per lungo tempo la più alta espressione di cultura nella civiltà umana. Attraverso la ricerca archeoacustica è stato possibile dimostrare che nel periodo neolitico ed anche nei momenti successivi la conoscenza dei fenomeni acustici era ben nota e sapientemente utilizzata nei rituali di quel periodo [2,3,4] . Dopo una ricerca durata tre anni in questo campo il gruppo SBRG ha dimostrato che le popolazioni antiche erano in grado di influenzare le capacità percettive della mente umana utilizzando il suono per ottenere diversi stati di coscienza senza l'uso di farmaci o di altre sostanze chimiche psicotrope. Inoltre, gli antichi erano in grado di rilevare i fenomeni naturali presenti nell’ambiente in grado di creare direttamente sull’organismo umano un stato di coscienza alterata [2,3,4].
Altri ricercatori hanno trovato risultati simili ai nostri nella loro ricerca, ma senza un protocollo comune per cui non è stato possibile confrontare i diversi siti con caratteristiche sovrapponibili [5,6,7,8,9,10].
In base a questa ultima osservazione, il gruppo di ricerca SBRG ha sviluppato un nuovo standard che ora può essere applicato all'analisi di tutti gli antichi siti in Europa e nel resto del mondo. Lo abbiamo chiamato SB Research Group Standard per l’Archeoacustica, o meglio, con l’acronimo SBSA.
2 - La ricerca nel campo dell'archeoacustica
Ci sono due principali campi di indagine in archeoacustica: il primo riguarda lo studio del fenomeno della risonanza o del riverbero presente in antiche strutture costruite per uno scopo particolare, ad esempio per rituali, musica o per diffondere meglio la voce. La seconda riguarda la ricerca di fenomeni naturali presenti negli antichi siti archeologici che hanno un effetto diretto sulla fisiologia del corpo umano e sul cervello in particolare.
Nel primo campo di ricerca, è necessario analizzare all’inizio i siti utilizzando generatori elettronici di toni sonori. Dopo aver identificato la giusta frequenza, sono prese in considerazione le altre caratteristiche quali la posizione dei “nodi acustici”, ossia la posizione ottimale per ottenere il migliore effetto di risonanza o la migliore risposta sonora utilizzando uno strumento musicale o la voce. Questo non è un grande problema perché un generatore di suoni elettronici è uno strumento facile da usare in quanto vi sono molti programmi per computer che possono generare toni sonori nell'intervallo richiesto. Il metodo utilizzato dal SBRG comprende un computer portatile accoppiato a degli altoparlanti attivi, operanti a batteria o connessi alla rete elettrica, se disponibile. Il saggio per le proprietà acustiche della struttura rispetto gli strumenti musicali viene effettuata utilizzando un tamburo sciamanico (costruito con pelle di animale e non con materiale sintetico). La voce umana viene testata utilizzando il canto armonico che mantiene la stessa nota a lungo nel tempo. Il gruppo di ricerca SBRG utilizza sia cantanti maschili che femminili per questo scopo.
Nel secondo campo di ricerca in archeoacustica, l'analisi deve essere più articolata e complessa. Molti siti antichi sono stati considerati "sacri" da migliaia di anni, con tutta una serie di strutture sovrapposte e costruite nello stesso luogo nel corso della storia. Quindi l'analisi non deve essere limitata alla struttura attuale, ma anche ai suoi dintorni.
I "luoghi sacri" sono quei luoghi geografici che un particolare gruppo sociale ritiene degno di rispetto e venerazione; tipicamente luoghi di culto e/o utilizzati per scopi spirituali o religiosi. Come tali, possono anche essere profanati o contaminati, quindi possiedono in un modo o nell'altro qualche genere di protezione. Gli antichi Greci usavano il termine 'topos' per indicare le caratteristiche fisiche osservabili di un determinato posto, e la parola 'chora' per riferirsi a quelle qualità di un sito che avrebbero potuto sollecitare la spiritualità evocando una presenza mistica di qualche genere [7].
Il gruppo SBRG ha saggiato diversi metodi di analisi per verificare i nostri risultati finali e dopo tre anni di ricerca in archeoacustica condotta nel Sud dell'Inghilterra, Italia, Bosnia-Erzegovina e Serbia, abbiamo prodotto un sofisticato e affidabile standard che può essere utilizzato da qualsiasi ricercatore in archeologia che vuole analizzare un luogo sacro da questo punto di vista.

Fig. 1 - Lo studio degli effetti di risonanza utilizzando il protocollo SBRG all'interno delle rovine della torre di sud-ovest del palazzo imperiale Felix Romuliana (III sec d.C) a Gamzigrad, Serbia
3 - Ultrasuoni, infrasuoni e basse frequenze udibili
Ci sono varie ricerche scientifiche che hanno attestato l'influenza positiva o negativa sulla nostra salute, con vari esempi di fonti naturali di ultrasuoni, come anche sorgenti di frequenze sonore molto basse ed infrasuoni ritrovabili nell'ambiente [3] . A seconda dell'età e del sesso, gli esseri umani possono percepire i suoni nella gamma compresa tra 20Hz a 20.000Hz, ma in alcuni casi, frequenze poste sopra i 14-18.000Hz non sono udibili dall'orecchio umano. Riguardo il limite inferiore delle frequenze udibili, attente misurazioni hanno però dimostrato che l'udito non si ferma bruscamente a 20Hz, ma dall'orecchio possono essere percepiti anche gli infrasuoni se la pressione sonora è sufficiente. Va detto che le frequenze superiori a 20Khz sono considerate ultrasuoni, mentre le frequenze inferiori a 20Hz sono considerati infrasuoni [14] .
I suoni a bassa frequenza hanno una lunghezza d'onda relativamente ampia e tasso di assorbimento da parte dei materiali piuttosto basso, perciò hanno la capacità di viaggiare a grandi distanze . Queste proprietà consentono di ottenere un potente effetto anche su vaste aree di spazio acustico se vi è la produzione di onde sonore ad alto livello di pressione acustica. Il suono a bassa frequenza non è direzionale e la sua la propagazione, pertanto, ha l'effetto di avvolgere l'individuo senza che questi possa distinguere chiaramente una fonte localizzabile.
Secondo alcuni le vibrazioni naturali a bassa frequenza con l'assenza di alta pressione sonora possono avere un'influenza positiva sulla salute umana e alcune persone percepiscono molto bene i suoni a bassa frequenza come una sensazione imprecisa, piuttosto che come suono tangibile. Ma gli infrasuoni possono anche causare sentimenti di soggezione o di paura nell'uomo, dato che non sono coscientemente percepiti, e talora possono far sentire alle persone che li percepiscono come una sensazione di soprannaturale o di uno strano evento che sta accadendo in quel momento [15].
È pertanto possibile ipotizzare che laddove sono presenti un sacco di vibrazioni naturali a bassa frequenza le antiche popolazioni abbiano considerato questi siti come qualcosa di "sacro".
Lo stesso ragionamento può essere applicato agli ultrasuoni naturali . Il limite superiore di frequenza dell'udito nell'uomo è di circa 20.000 Hz ed è dovuto alle limitazioni dell’orecchio medio, che agisce come un filtro passa-basso. Tuttavia, se gli ultrasuoni vengono direttamente trasmessi al cranio umano bypassando l'orecchio medio per raggiungere la coclea allora è anche possibile ascoltare queste frequenze per conduzione ossea [11]. Poiché nell'uomo il limite superiore delle frequenze udibili tende a diminuire con l'età, i bambini sono in grado di sentire alcuni suoni ad alta frequenza che gli adulti non possono percepire [16].
Gli ultrasuoni sono ben noti e utilizzati in campo medico e odontoiatrico. L'ecografia è una tecnica di imaging medico-diagnostico utilizzato per visualizzare vari organi interni con immagini tomografiche in tempo reale. Gli ultrasuoni sono anche utilizzati per la guarigione dei tessuti infiammati e per applicazioni in terapia antalgica in campo medico, mentre in odontoiatria sono utilizzati per la pulizia del tartaro dai denti.
Anche se gli effetti a lungo termine dell'esposizione a ultrasuoni a forte intensità sono ancora sconosciute, si ritiene attualmente che i benefici per i pazienti superino i rischi. Ma a differenza delle applicazioni mediche, gli ultrasuoni sono anche stati studiati come base per armi soniche letali e non letali, grazie al loro effetto diretto sull’organismo umano e del sistema nervoso in particolare. Tali applicazioni sono state sviluppate in forma non letale per il disorientamento degli attaccanti, ma anche con livelli sonori altamente letali utilizzabili come armi. Infatti le alte frequenze possono essere facilmente assorbite dal materiale attraversato e sono così altamente direzionali da essere stati incorporati nella progettazione di armi acustiche d’alta precisione in grado di causare un ictus che apparentemente sembra naturale.
È probabile che le emissioni naturali di ultrasuoni possano essere state udite solo da persone molto giovani nelle antiche civiltà come un suono soprannaturale, ma nel resto della popolazione questi suoni possono essere stati percepiti solo come una buona o cattiva sensazione fisica presente in un particolare sito sacro, quindi qualcosa di molto diverso rispetto alle frequenze udibili.
4 - Materiali e metodi
Poiché i siti archeologici a volte possono essere interessati da inquinamento elettromagnetico, è importante utilizzare dispositivi sofisticati per evitare risultati falsati. Allo stesso tempo molto spesso i ricercatori soffrono di una mancanza cronica di cospicui finanziamenti per la ricerca, sicché per loro è necessario non spendere troppo per le attrezzature necessarie.
L'attrezzatura utilizzata dal nostro gruppo rappresenta una via percorribile da questo ultimo punto di vista e consiste in registratori di fascia alta con estesa dinamica nel campo degli ultrasuoni e con una frequenza di campionamento massima di 192 kHz (Tascam DR-680) o frequenza di campionamento di 96 KHz (Tascam DR-100, Zoom H4N ). Il controllo del volume in registrazione è un fattore molto importante. In luoghi silenziosi per la registrazione viene utilizzato il massimo guadagno in entrata. In ambienti più rumorosi il guadagno è determinato con lo standard 0775 V/0dB AES/EBU .
I microfoni utilizzati in aria hanno un'ampia gamma dinamica e una risposta piatta a diverse frequenze (Sennheiser MKH 3020, risposta in frequenza piatta da 10Hz a 50.000Hz ) con cavi schermati (Mogami Gold Edition XLR) e connettori placcati in oro.

Fig. 2 - La risposta estremamente piatta del microfono Sennheiser MKH 3020, un microfono di estrema sensibilità sia nel campo delle basse frequenze e degli infrasuoni che nel campo degli ultrasuoni (fonte Sennheiser)
Vengono invece utilizzati dei microfoni ultrasensibili omnidirezionali (Aquarian H2a - XLR Hydrophone, risposta in frequenza da 10Hz a 100.000 Hz ) per ottenere con precisione ogni possibile risposta di risonanza nell'acqua presente sul fondo delle camere di un ipogeo. Questo tipo di microfono ha un’ampia larghezza di banda ed sono utilizzati dai biologi marini per ascoltare il canto delle balene a diversi chilometri di distanza . Il suono viene trasmesso molto più rapidamente nell’acqua che nell’aria, e la massa d’acqua agisce come un riflettore in grado di catturare le vibrazioni sonore [2,3] .
Per gli ultrasuoni usiamo un rilevatore di ultrasuoni Pettersson D1000x con una gamma di registrazione audio compresa tra i 500Hz e i 305kHz . Questo è un dispositivo leggero e facile da utilizzare, ma è anche l’elemento più costoso delle nostre attrezzature.
Come software di analisi sonora per le varie registrazioni effettuate utilizziamo i programmi Pro Tools versione 9.06 per Mac, il programma Praat versione 4.2.1 (elaborato presso l'Università di Toronto) e il programma open -source Audacity versione 2.0.2, questi ultimi due entrambi nella versione Windows per PC.
Prima di iniziare a registrare utilizziamo un analizzatore di spettro (Spectran NF - 3010 prodotto dalla fabbrica tedesca Aaronia AG) per verificare eventuali fenomeni elettromagnetici che potrebbero essere presenti nell'ambiente circostante che potrebbero avere un eventuale influenza negativa sui risultati finali.
Dopo tre anni di esperienza nel campo dell’archeoacustica, nel settembre del 2013 i membri del team di ricerca SBRG si sono riuniti a Zagabria (Croazia) presso i laboratori DOO Demiurg per sviluppare un protocollo d’archeoacoustica in grado di elaborare una norma standard applicabile a qualsiasi sito archeologico. Ciò perché è importante definire una tale norma a livello internazionale, in modo che altri ricercatori possano applicare la stessa metodologia per rendere ripetibile ogni rilevamento precedente. La maggior parte delle critiche costruttive ricevuto nel corso dell'ultimo anno alle nostre ricerche di archeoacustica pubblicate, riguardava la possibilità che le onde radio potessero aver contaminato i nostri risultati introducendosi nei microfoni ultrasensibili utilizzati . Questa è una possibilità da tenere in debita considerazione perché i microfoni a condensatore sono sensibili alle onde radio, ma solo se queste onde radio sono molto potenti e la loro fonte è molto vicina [2,3,4]. Oltre ai telefoni cellulari (che sono sempre rigorosamente spenti e con la batteria rimossa, perché, anche quando sono spenti i telefoni cellulari danno regolarmente la posizione dell'utente tramite impulsi occasionali) la preoccupazione principale era la presenza di onde radio provenienti da campi elettromagnetici terrestri insoliti per anomala diffusione del campo magnetico o da movimenti tettonici della crosta terrestre. Al fine di escludere ogni possibilità di quanto sopra, uno dei fisici del nostro gruppo di ricerca, S. Mizdrak, ha progettato e realizzato dei semplici sensori elettromagnetici a bobina in grado di essere utilizzati nello stesso tempo anche come microfoni in tal modo da poter essere collegati al registratore digitale normalmente utilizzato per l’analisi archeoacustica di un sito (che ha da sei a otto canali per tre o quattro tracce stereo).

Fig. 3 - L'interfaccia digitale a otto tracce (MOTU 896mk3 fw 800 digital interface) che è stato utilizzato per collegare i vari microfoni e i sensori al computer. L’Ipad è utilizzato per la rilevazione rapida della chiave musicale o di frequenza
Il test eseguito ha utilizzato dei microfoni per la diffusione nell'aria del suono (Sennheiser), dei microfoni subacquei (idrofoni) ed un rilevatore di ultrasuoni (Pettersson D 1000X che trasforma direttamente ultrasuoni in suoni udibili) e infine due sensori elettromagnetici con uscita audio (Demiurg) con diversa sensibilità alle onde elettromagnetiche. Questi ultimi possono rilevare se ci sono dei campi magnetici nelle vicinanze e sono registrati simultaneamente alle vibrazioni sonore, dando così dei risultati molto più affidabili. L’immagine sottostante indica l’applicazione pratica di questa metodica e mostra sul computer le diverse onde registrate da ogni fonte.

Fig. 4 – Questa immagine mostra le sei tracce (tre tracce stereo) ottenute dal registratore digitale. I due tracciati posti in mezzo sono stati ottenuti da sensori elettromagnetici con diversa sensibilità. Questi ultimi evidenziano alcuni dei rumori di origine elettromagnetica raccolti da uno dei sensori, mentre le altre tracce mostrano i suoni registrati dai microfoni (queste operazioni di controllo sono state effettuate nel laboratorio Demiurg a Zagabria)
Con questo sistema se un ricercatore addestrato percepisce distintamente con l’orecchio una vibrazione anomala quando le cuffie stereofoniche sono collegate alle apparecchiature, il grafico può confermare l' anomalia sonora in pochi minuti.
Al fine di ricavare delle linee guida di base per archeoacustica, il sistema è stato testato nell’area di Piljenice, Sisačko-Moslavačka (Croazia), luogo situato a circa 100 chilometri da Zagabria. Questa zona è completamente circondata dalla pianura croata ed è totalmente esente da fenomeni elettromagnetici anomali, pertanto è stata utilizzata per creare un riferimento di base per il nostro standard grazie all'assenza di anomalie acustiche o elettromagnetiche .
Una volta determinata la linea base in archeoacustica è possibile valutare se un determinato sito archeologico possiede qualche fenomeno acustico o elettromagnetico, sia indotto che naturale, che possono influenzare la psiche di una persona. Altresì è ora possibile identificare immediatamente un fenomeno spurio derivante da qualsiasi attività umana nella zona che possa influenzare le registrazioni effettuate in un determinato sito archeologico. A tale scopo e per poter fare un confronto, si sono effettuate delle registrazioni anche in un ambiente industriale di Zagabria dove sono presenti alti livelli di inquinamento elettromagnetico.
Una delle peculiarità più importanti in archeoacustica è pertanto quella di evitare qualsiasi interferenza elettromagnetica con le apparecchiature. Il metodo appena illustrato ha risolto questo problema.

Fig. 5 – Un piccolo lago nella zona Pilijenice è stato utilizzato per il calcolo delle linee di base per gli idrofoni Aquarian che sono stati posti in acqua

Fig. 6 – Il registratore digitale di fascia alta Tascam DR-680

Fig. 7 – Ecco uno dei nuovi sensori a diverse sensibilità (300Ω), costruiti nel laboratori della Demiurg (Zagabria), che trasformano gli impulsi elettromagnetici dell'ambiente in impulsi elettrici utilizzabili dal registratore digitale
L'apparecchiatura
2 computer PC e un Mac Pro
MOTU 896mk3 interfaccia digitale fw 800
programma ProTools 9.0.6 software di analisi ed editing audio
programma BatSound 4.0 software di analisi audio
programma Audacity software di editing audio
programma Praat software di analisi audio
2 microfoni Sennheiser MKH 3020 a condensatore (10 - 50.000Hz)
2 idrofoni Aquarian N2a (10 - 100.000Hz)
4 sensori elettromagnetici (300Ω) "Demiurg"
1 registratore digitale Tascam (gruppo Teac ) DR – 680 a sei tracce con frequenza di campionamento a 192kHz a 24 -bit
1 rilevatore di ultrasuoni Pettersson D1000X
2 casse acustiche attive da studio Genelec per la ricerca dell’effetto di risonanza
Campo di registrazione audio e elettromagnetico: 10Hz - 96kHz . (con dispositivo Pettersson 500Hz - 305kHz nel campo di registrazione audio)
Tab. 1 - Attrezzatura necessaria per la registrazione simultanea su 6 tracce audio a 192kHz di campionamento
Entrata 2: idrofono, Acquarian N2a Hydrophone
Entrata 3: sensore elettromagnetico 1, Demiurg
Entrata 4 : sensore elettromagnetico 2, Demiurg
Entrata 5 : sensore ultrasuoni Pettersson D1000X con algoritmo di divisione di frequenza
Entrata 6 : sensore ultrasuoni Pettersson D1000X con algoritmo eterodino
Tab. 2 – Combinazione delle entrate per la registrazione simultanea su 6 tracce audio 192kHz di campionamento
I sensori elettromagnetici Demiurg sono molto facili da costruire per chiunque abbia conoscenze pratiche di assemblaggio di dispositivi elettronici. Senza entrare in una descrizione troppo tecnica, sono costituiti da due piccoli condensatori e una bobina di rame. Il diverso diametro della bobina modifica la sensibilità del dispositivo. La risposta in frequenza è lineare da 5Hz a 99.5KHz al fine di coprire qualsiasi frequenza (onde radio VLF , Very Low Frequencies e LF , Low Frequencies) che potrebbe entrare nei microfoni . Con questa apparecchiatura è anche possibile discriminare le radiazioni elettromagnetiche presenti in un determinato sito archeologico.
5 - Discussione e risultati
Come detto sopra, questo standard per l’archeoacustica si basa sull'utilizzo della stessa timeline di registrazione contemporaneamente per le frequenze audio ed le onde elettromagnetiche. Ciò rende possibile analizzare simultaneamente ogni preciso momento di ogni traccia . Una volta che lo standard archeoacustico di base è stato determinato sulla propria attrezzatura è possibile controllare se un determinato sito archeologico possiede qualche fenomeno acustico o elettromagnetico, sia indotto che naturale, che possa essere colto dalle nostre attrezzature. È inoltre possibile nello stesso modo identificare immediatamente un fenomeno spurio risultante dell'attività umana presente in quell’area che potrebbe influenzare le registrazioni effettuate in un determinato sito archeologico.
Lo Standard SB Research Group per l’Archeoacoustica (SBSA) è stato poi testato in vari siti archeologici in Europa dal nostro gruppo di ricerca.

Fig. 8 – Misure di archeoacustica nel palazzo imperiale romano Felix Romuliana
Ad esempio i sensori elettromagnetici (Demiurg)sono stati utilizzati presso il palazzo imperiale Felix Romuliana (Gamzingrad, Serbia) nel mese di novembre 2013. Qui è stato possibile identificare una fonte spuria di impulsi elettromagnetici da una base militare nelle vicinanze che è apparsa inizialmente come un'anomalia nelle nostre misurazioni iniziali di archeoacustica. Questa fonte spuria si presentò nell’analisi grafica come un'onda anomala elettromagnetica oscillante tra i 50KHz e i 60KHz. Di seguito siamo stati in grado di escludere qualsiasi interferenza umana in loco, ma effettuando una ricerca nelle vicinanze, abbiamo ritrovato la vera fonte di questa anomalia, un radiofaro militare (vedi figura 9) per la guida aerea di obsoleta tecnologia sovietica.

Fig. 9 – Il radiofaro militare in una base alcuni chilometri dal palazzo imperiale romano Felix Romuliana
Per evitare l’interferenza di qualsiasi inquinamento elettromagnetico che potrebbe invalidare i risultati, va effettuata sempre una rapida analisi al computer (che possa fornire informazioni sulla fonte).
Questo metodo è stato utilizzato dal gruppo di ricerca SBRG in tutti i siti archeologici dove è stato possibile individuare eventuali interferenze. Tuttavia, con questo metodo non è possibile eliminare la causa del disturbo direttamente durante le registrazioni e il processo di pulizia del file audio deve essere fatto in studio tenendo conto di questo fattore.


Fig. 10 – Lo spettrogramma del sensore elettromagnetico. Sopra: aspetto in una situazione naturale di silenzio. Sotto: l’aspetto delle interferenze elettromagnetiche
6 - Conclusioni
I microfoni sono state oggetto di numerosi test nel laboratorio di Zagabria per analizzare la loro sensibilità ai fenomeni elettromagnetici mediante un generatore di onde radio che ha fornito un'ulteriore prova della bassissima sensibilità alle onde radio dei cavi schermati e di tutte le apparecchiature utilizzate per le nostre ricerche fino ad oggi. Questa valutazione mette finalmente la parola "fine" ad ogni critica sollevata qualche tempo circa l'inesattezza del metodo . In effetti i risultati confermano con forza tutti i dati precedentemente pubblicati dal gruppo di ricerca [2,3,4]. La procedura appena messa a punto (protocollo SBSA ) sarà sempre utilizzato per il futuro per tutti gli studi di archeoacustica effettuati dal SBRG e costituisce uno standard ripetibile di riferimento per chiunque intenda fare ricerca nel campo archeoacustica. Si tratta di un metodo semplice, facile da utilizzare e non troppo costoso per ogni ricercatore che voglia valutare le caratteristiche di archeoacoustica di un antico sito. L’archeoacustica è una metodica interessante e di semplice uso per raccogliere un sacco di informazioni da un sito archeologico, che non è possibile cogliere in qualsiasi altro modo tradizionale.
Ringraziamenti
Il gruppo di ricerca SBRG è grato al Dipartimento di Scienze Mediche dell'Università degli Studi di Trieste ed in particolare al suo direttore, il prof. Roberto Di Lenarda per sostenere questo campo di ricerca .
I nostri sinceri ringraziamenti anche alla Pettersson Elektronik di Uppsala, Svezia.
Un sincero ringraziamento alla nostra assistente scientifica, Nina Earl, per il suo supporto nella stesura di questo articolo.
Bibliografia
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La giada dopo il neolitico
di Giancarlo Sette
Tag: giada, giadeite, archeologia, storia, nefrite, neolitico, cristalloterapia, sciamanesimo, chakras, mana, Maori, Olmechi, Maya, Mesoamerica, sacrificio di sangue, allucinogeni, sostanze psicotrope, Timuridi, Sasanidi, Moghul, Mughal, Lüscher, Transoxiana, Persia, Tamerlano, scapulomanzia, beni inalienabili
7. La giada attraverso i secoli, le culture e la storia
La venerazione nei confronti della giada non terminò con il neolitico.
Anche se la trattazione degli sviluppi successivi nell’arte dell’intaglio di questa pietra esula dalla materia del presente lavoro, qualche informazione su quanto accadde nelle epoche successive al neolitico è comunque interessante.
Come abbiamo visto nel cap. 4, in Cina la giada godette e gode tutt’ora di grande apprezzamento, se non di venerazione vera e propria, e ad essa vengono ancor oggi attribuite grandi qualità.
A mio parere, le vette più alte dell’arte cinese della lavorazione della giada vennero raggiunte nel periodo delle culture neolitiche Liangzhu e Hongshan, della cui produzione abbiamo visto alcuni eccellenti esempi nel par. 6.1, figg. 37, 38, 48 e 52.
I collezionisti contemporanei, però, sono del parere che la produzione di più alta qualità sia stata raggiunta nel periodo Shang (1600 – 1046 a.C.) e nel Periodo dei Regni Combattenti (403 – 221 a.C.).

Fig. 132 Bi a drago, nefrite bianca con inclusioni di polvere rossa (cinabro?), periodo Shang (1700 – 1150 a.C.), Shangai Museum, foto Mountain, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ring_with_coiled_dragon_design.jpg
Fig. 133 Bi a draghi, nefrite bianca e verde, periodo dei Regni Combattenti (403 – 221 a.C.), Shangai Museum, foto Mountain, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Bi_with_two_dragons_and_grain_pattern.jpg
Fig. 134 Bi a draghi, nefrite verde albitica, periodo dei Regni Combattenti (403 – 221 a.C.), Shangai Museum, foto Gary L. Todd, fonte https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery#5519188395087039826
In effetti, debbo riconoscere che questi Bi sono veramente splendidi, sia dal punto di vista puramente estetico che dal punto di vista della finezza e qualità della lavorazione.
C’è però da tener presente che già nell’epoca Shang in Cina erano disponibili il tornio e attrezzi in bronzo, forse addirittura con punta diamantata. L’età del bronzo antico inizia in Cina attorno al 3000 a.C. e i primi reperti in ferro meteoritico risalgono al 1300 a.C., anche se la metallurgia del ferro non compare prima del X sec. a.C.
Quindi, nel periodo dei Regni Combattenti erano disponibili già anche gli attrezzi in ferro e il diamante era quasi sicuramente conosciuto, probabilmente importato dall’India.
La “formalizzazione” dei motivi classici cinesi avvenne molti secoli dopo, nell’epoca della dinastia Song (960 - 1279), durante la quale il collezionismo nei confronti delle giade più antiche divenne una vera e propria ossessione. E la cosa continuò durante l’epoca della dinastia Ming (1368 - 1644), che ripristinò le antiche tradizioni dopo un periodo di invasioni mongole, un po’ come avevano fatto i Song, i quali avevano ripreso la politica di riunificazione del territorio dopo un periodo di divisione e di guerre intestine.

Fig. 135 Collana di ambra con Bi a draghi di nefrite, epoca Song (XI sec.), Nanjing Museum, foto Gary L. Todd, fonte http://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/NanjingMuseumJade#5349204818423825970
Fig. 136 Zhi (calamaio) di epoca Ming, nefrite grigia, Shangai Museum, foto Gary L. Todd, fonte https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery#5519191851970823058
Forse la meno nota tra le produzioni artistiche in nefrite è quella dell’Iran. In realtà, ancor più che di produzione iraniana, si dovrebbe parlare di produzione da parte delle culture stanziate nella zona a est e sud del Mar Caspio, che comprende gli attuali Afghanistan, Iran, Turkmenistan e quella che viene chiamata Transoxiana (= “al di là del fiume Oxus”, oggi Amu Darya), cioè la zona degli attuali Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan (vedi nota a fine capitolo su una ulteriore ipotesi circa l’origine della parola giada).
Tale produzione iniziò ancora in epoca pre-cristiana, nelle zone limitrofe alle fonti di approvvigionamento storiche della nefrite cinese, ossia alla catena dei monti KunLun.
Gli esemplari più antichi conosciuti provengono dalla zona di Samarcanda, nell’attuale Uzbekistan, e sono fortemente influenzati dalla cultura e dall’iconografia cinese, anche se ci fu una influenza reciproca, dato che la dinastia mongola degli Yuan, iniziata da Khubilai Khan, governò sulla Cina dal 1279 al 1368 (il beato Odorico da Pordenone, che fu in Cina sicuramente dal 1324 al 1328, ci dice che nel 1326 la parola cinese per giada era khas, vocabolo di origine uigura, quindi sostanzialmente turca, vedremo più avanti gli effetti della dominazione mongola sulla lavorazione della giada in Cina).
Fig. 137 Cagna accucciata, nefrite “grasso di montone”, prob.regione di Samarcanda (Uzbekistan), 9x17.7x6.7 cm, 1.2 kg, IV-III sec. a.C., Al-Sabah Collection, Kuwait, fonte http://www.iranicaonline.org/articles/jade-iii (Plate I)
Notare la somiglianza con i draghi cinesi, sia nella posa che nei tratti.
La tradizione culturale continuò durante la dinastia dei Sasanidi, che governarono la Persia dal 220 al 650, anno della conquista islamica della Persia, fino ad influenzare le successive culture islamiche turco-mongole delle dinastie Selgiuchidi e Timuridi (che governarono l’intera Transoxiana, la Persia e parte dell’Afghanistan rispettivamente dal 1037 al 1308 e dal 1370 al 1506), Safavidi (che governarono la Persia, l’Afghanistan e parte del Caucaso dopo i Timuridi e fino al 1736) e Moghul, che governarono gran parte dell’India dal 1526 al 1707.

Fig. 138 Uomo che cavalca un leone, forse dalla regione afghana di Balkh, fine periodo Sasanide (600-650 d.C.), nefrite binco grigiastra con riflessi verdi, 4.9x5x2,3 cm, Al-Sabah Collection, Kuwait, fonte http://www.iranicaonline.org/articles/jade-iii (Plate III)
Fig. 139 Grande frammento di anello “ololitico” in nefrite bianca traslucida, 3.0 x 2.2 x 1.1 cm, periodo Selgiuchide, XI sec., forse da Herat (Afghanistan occidentale), Al-Sabah Collection, Kuwait, http://www.iranicaonline.org/articles/jade-iii (Plate VI)
Vengono definiti ololitici gli anelli ricavati da un solo blocchetto di pietra. Quello mostrato in figura era un anello per imprimere sigilli e riporta su due righe la scritta “Moḥammad” “ ʿAbd-al-ʿAziz” (ovviamente incisa specularmente, da sx a dx trattandosi di caratteri arabi). Non è chiaro se si tratti del nome del proprietario o una invocazione al Profeta (tradotto, sarebbe Maometto servo dell’Onnipotente).

Fig. 140 Cenotafio di Timur (Tamerlano) a Samarcanda, foto Adam Blitz, fonte http://blogs.timesofisrael.com/beyond-the-grave/
Timur Barlas nel turco della sua tribù, i Barlas, o anche Timur-i-lang nel turco-persiano (da cui Tamerlano, significa Timur lo zoppo perché era effettivamente claudicante) venne sepolto a Samarcanda, nella cripta sottostante il mausoleo di Gūr-e Amīr, la stessa cripta che accolse poi le spoglie dei suoi successori.
Sopra la cripta suo nipote Ulug Begh fece erigere nel 1425 un cenotafio consistente in un parallelepipedo ricavato da un unico blocco di nefrite verde scuro, proveniente dalla zona dei Monti KunLun confinante con la Mongolia. Le dimensioni sono notevoli, c. 1.70mtx0.60x0.80
Oggi si presenta spezzato in più pezzi, anche se totalmente ricomposto. Quando Nadir Sha, imperatore persiano grande ammiratore di Gengis Khan e Timur, conquistò Samarcanda, tentò di far asportare il cenotafio per portarlo nella sua capitale (forse Tabriz) e in quella occasione il grande blocco venne spezzato, con tutta probabilità durante le operazioni di rimozione, anche se la leggenda vuole che la causa sia stata un potentissimo colpo di spada vibratogli dallo stesso Nadir.
Seguendo il corso della storia, torniamo un attimo alla Cina e al dominio mongolo.

Fig. 141 Grande vasca in nefrite verde scuro, arte cino-mongola, 1265/1266, fonte http://www.odoricodapordenone.org/beato_odorico_11.html
Questo oggetto è la più grande nefrite cinese conosciuta, misura 1.5 mt di diametro, 60 cm di altezza e pesa quasi 3 ton.
Attualmente è ospitato in un padiglione della Città Rotonda, a Pechino.
Scolpito probabilmente nel 1265/1266 per ordine di Khubilai Khan, il primo imperatore mongolo della Cina, era inizialmente decorato con motivi tipici della cultura turco-mongola e pare fosse utilizzato come contenitore per la preparazione di una bevanda alcolica.
Venne visto quasi sicuramente nel 1326 dal Beato Odorico da Pordenone, che ce ne ha lasciato testimonianza, perché ne trovò cronaca nella Storia dinastica degli Yuan. Nella traduzione di Odorico:
“Il 1° febbraio 1266 fu completato il Grande Mare di Giada dei Monti Du (traduzione del nome dell’oggetto, che era ed è Dushan Dayuhai, nda). L’imperatore decretò che venisse collocato nella Guanghan dian ( Sala della Luna, nel Palazzo Imperiale, nda).” (fonte http://www.odoricodapordenone.org/beato_odorico_11.html)
Alla caduta del dominio mongolo, venne trasportato in un tempio buddista, dove rimase per quasi 400 anni. Venne fatto trasferire nel parco della Città Rotonda dall’imperatore Qianlong (1711 – 1799), che lo fece rimodellare perché volle vi fossero scolpiti motivi molto più vicini alla classica cultura cinese, come draghi, cavallucci marini e pesci che giocano tra le onde.
Odorico vide anche un oggetto che chiamò “la pigna di khas”, ossia il grande masso di giada color grasso di montone, alto pare circa 3 mt, scolpito nella classica iconografia cinese della Montagna Sacra dei 7 Saggi Immortali, che si trovava all’interno della Città Proibita e di cui si sono perse le tracce alla fine della II Guerra Mondiale.
Riprendiamo da Ulugh Beg, che abbiamo lasciato a Samarcanda.

Fig. 142 Coppa, nefrite verde dei monti Kunlun, databile con sicurezza tra il 1420 e il 1449 perché appartenuta a Ulugh Beg, nipote di Timur, British Museum, Londra, fonte http://www.britishmuseum.org/explore/highlights/highlight_objects/me/j/jade_dragon_cup.aspx
Il manico è scolpito nella forma del drago cinese “chi”, tipico del periodo Song (960 – 1279). Questo motivo divenne popolare in Asia centrale, Iran e Turchia e la coppa è probabilmente copia di un originale cinese.
Riporta la scheda del British Museum che accompagna l’oggetto (trad. mia):
Secondo le credenze delle popolazioni centroasiatiche, le coppe di giada avevano il potere di rilevare (la presenza di, ndt) veleno (nel liquido in esse versato, ndt). La giada ha avuto per molto tempo valore di talismano presso i Turchi dell’Asia centrale, che le accreditarono il potere di proteggere da malattie, fulmini e terremoti. L’eclettico (studioso, grande matematico, astronomo e filosofo, ndt) del X sec. al-Biruni notò che i Turchi la chiamarono “pietra della vittoria” e con essa decorarono spade, cinture e selle... Ulugh Beg (morto nel 1449), nipote di Tamerlano, è noto anche per aver avuto una passione per la giada, in linea con la sua eredità(culturale, ndt) dell'Asia centrale.
Da sottolineare il richiamo ad un legame con i fulmini.
Ecco di seguito un oggetto di artigianato timuride in nefrite destinato a decorare una spada.
Fig. 143 Guardamano per impugnatura di pugnale o spada, nefrite verde scuro, arte Timuride forse da Samarcanda (Uzbekistan), 1450 c. The Metropolitan Museum of Art, fonte http://www.metmuseum.org/toah/works-of-art/02.18.765
Benchè l’ispirazione del motivo iconografico dei due draghi contrapposti sia di chiara origine cinese, l’interpretazione dell’artista di epoca Timuride è molto più “spigolosa” al confronto con i sinuosi esempi degli originali cinesi.
Bellissima è la produzione di oggetti in nefrite realizzata in India durante il periodo Moghul. I soggetti sono di chiara derivazione islamica, filtrati attraverso la cultura Parsi.

Fig. 144 Anello da pollice, nefrite bianca con inserti in oro, rubini e smeraldi, India, periodo Moghul, c. 1600, Victoria and Albert Museum, Londra, fonte http://depts.washington.edu/silkroad/museums/vam/southasia.html

Fig. 145 Impugnatura di pugnale, nefrite verde con inserti in oro e rubini, India, periodo Moghul, c. 1600, Victoria and Albert Museum, Londra, fonte http://depts.washington.edu/silkroad/museums/vam/southasia.html
Fig. 146 Coppa in nefrite verde spinacio, con iscrizione ageminata in oro, periodo Moghul, anno 1022 dell’Egira cioè 1613-1614. Victoria and Albert Museum, Londra, fonte http://depts.washington.edu/silkroad/museums/vam/southasia.html
L’iscrizione recita: “Da Re Jahangir, il mondo trovò l'ordine. Dal raggio della sua giustizia, l'età venne illuminata. Dal riflesso del vino rosso, possa la coppa di giada essere sempre come un rubino”.
Il primo forte colpo all’Impero Moghul (o Mughal nella dizione britannica) lo diede nel 1737 il già citato Nadir Sha, che ne semidistrusse la capitale Delhi.
Da quel momento in avanti, l’Impero Moghul cadde in una lenta e lunga agonia, cui posero definitivamente termine gli Inglesi, a partire dal 1750.
E gli effetti li vediamo appunto nel fatto che molte tra le più belle nefriti Moghul sono conservate al Victoria and Albert Museum di Londra…
In Europa occidentale la giada, sia essa stata nefrite o giadeite, non ebbe mai grande successo e fortuna.
Solo alla fine del XIX sec., con la nascita dall’Art Nouveau, o Liberty o Floreale che dir si voglia, la giadeite verde smeraldo, cosidetta imperiale, conobbe un momento di grande fortuna in gioielleria, venendo associata molto spesso all’onice nera e ai brillanti, per creare un forte effetto cromatico. Tuttavia, le più belle produzioni, in giadeite degli Urali e nefrite dell'Ussuri, furono realizzate agli inizi del '900 dall'officina di Peter Carl Fabergè a San Pietroburgo, quasi tutte per lo zar Alessandro III e la sua famiglia.
Eccone alcuni esempi

Fig. 147 Uovo pasquale, officina di Fabergé, San Pietroburgo, nefrite verde spinacio, oro e smalti. Fonte http://www.luxuryonline.it/immagini/fullscreen/2320/uova-faberge-al-vaticano/10/
Fig. 148 Uovo pasquale, officina di Fabergé San Pietroburgo, nefrite, oro, smalti e pietre dure, fonte http://www.ilpost.it/2012/05/30/peter-carl-faberge/faberge-exhibit/

Fig. 149 Tagliacarte, officina di Fabergé, nefrite, smalto, diamanti, argento e oro, foto Marcelle Marsiglio, fonte http://www.pinterest.com/pin/333618284866161871/
Attualmente, due sono le zone dalle quali viene estratta la giadeite, il Myanmar e la Valle del Rio Motagua, in Guatemala, anche se una piccola parte proviene dalle zone della Russia degli Urali Polari e del fiume Ussuri.
La giadeite del Myanmar, comunemente denominata Burma, è considerata la più pregiata e la locale produzione estrattiva viene interamente assorbita dal mercato cinese della pietra grezza, che alimenta una fiorente industria lapidaria che a sua volta rifornisce un fiorentissimo mercato dell’oggettistica e della gioielleria.
Quella guatemalteca viene utilizzata localmente per produrre repliche delle maschere e dei pendenti Maya, ma alimenta anche la produzione e il fiorente mercato dei falsi.
Una nota caratteristica è il recente rinvenimento nella valle del Motagua di una vena di giadeite di colore veramente nero (e non verde molto scuro, che viene spesso scambiato per nero, come nel caso di quella che un tempo veniva chiamata chloromelanite), una colorazione veramente unica ed esteticamente molto apprezzata perché presenta delle macchioline argentee leggermente raggiate, che le fanno assomigliare a stelline in un cielo nero.
La stragrande maggioranza della nefrite attualmente utilizzata (circa il 75%) proviene dalla regione canadese della British Columbia.
Questa statua del Buddha Shakyamuni, pesante circa 7 tonnellate, è stata ricavata nel 2000 da un unico blocco di nefrite cavato dalle montagne di quella regione.

Fig. 150 Un vero Buddha di giada, fonte https://rosemarywashington.wordpress.com/2010/08/
Il nimbo dietro la testa non fa parte della statua, mentre il viso, che è corpo unico con il rimanente come si evince dall’acconciatura dei capelli, è stato ricoperto con una foglia d’oro.
Pur essendo di proprietà dei monaci di un tempio di Bangkok in Thailandia e a dispetto delle sue dimensioni e del suo peso, questa statua è itinerante, è stata esposta in molti templi buddisti lungo le coste del Pacifico, dal Vietnam, all’Australia, agli USA, allo stesso Canada da cui proviene il blocco di nefrite da cui è stata ricavata.
NOTA
La seguente è una mia traduzione del par. Terminology scritto da Manuel Keene in Encyclopaedia Iranica, Vol. XIV, Fasc. 3, pp. 323-325, consultabile in http://www.iranicaonline.org/articles/jade-i
“Nelle fonti letterarie persiane e arabe, le parole yasm, yašf, yašb e yaṣb sono utilizzate per indicare la giada, anche se yašb e yaṣb si intendono, in genere più precisamente per diaspro, una varietà di quarzo criptocristallino strettamente legato al calcedonio come la corniola e l’agata ….…..
….la effettiva derivazione del nome spagnolo per la giada, e la questione dei suoi presunti poteri, si incontra con quella derivante da una serie di antiche associazioni di parole del turco, mongolo, iraniano, e sanscrito. Alcuni degli spagnoli che scoprirono i nativi americani potrebbero essere stati a conoscenza dell’utilizzo della giada, dei nomi asiatici e delle credenze, nonché dei poteri medicinali e apotropaici in Asia già ad essa associati. Dinastie musulmane governarono parti della penisola spagnola fin dall'inizio dell’VIII sec. alla fine del XV e governanti cristiani europei hanno inviato i loro ambasciatori alle corti dei Timuridi dei Mongoli. Parole come yāt, yāi, yadā/jada /yadeh, jādu e jādi si ritrovano nel contesto di cerimonie turche e mongole, in cui uno sciamano utilizza pietre per indurre la pioggia, tempeste e fenomeni simili. L'associazione (di pietre indicate col nome, ndt) di yadā/jada/jādu con poteri magici è evidenziata dall’espressione yada-taš (in Turco: magica pietra della pioggia, forse, almeno a volte, di giada-vedi sotto). Gli inviati in Asia centrale con ogni probabilità hanno sentito delle storie stupefacenti a proposito di queste pratiche, così come delle proprietà medicinali per gli organi interni attribuite alla giada, e la somiglianza tra yada e ijada (fianco, in Spagnolo, ndt) non sarebbe andata perduta nello Spagnolo. Nell'odierno folklore mongolo (comunicazione personale da parte di un anziano conoscitore e rivenditore di giada di Ulan Bator, 2006), la giada (haš) è considerata molto benefica per i reni (bur), e questa è probabilmente una antichissima credenza (... cfr il Turco qāš e il Persiano yašm/yašb).”
8. Qualche considerazione sul colore verde e su alcune “eredità” culturali del neolitico
Credo di aver già parlato a sufficienza a proposito delle qualità fisico-meccaniche della giada, nefrite e giadeite, che indussero gli uomini del neolitico a sceglierla come pietra per eccellenza.
Qualche ulteriore considerazione la posso aggiungere riguardo l’elezione del colore verde e verde-azzurro come colore preferito.
Le società che utilizzarono la giada verde come pietra di elezione con tutta probabilità erano sostanzialmente società teocratiche, società nelle quali il capotribù o il sovrano era anche sacerdote-sciamano.
Riguardo alle società neolitiche di Giappone, Vicino Oriente ed Europa non possiamo affermarlo con certezza, perché al riguardo abbiamo “prove” solo induttive.
Anche delle più antiche società neolitiche della Cina questo non si può affermare con certezza, però sappiamo che sin dalla dinastia Shang (1600 – 1046 a.C.), definita dagli archeologi tardo-neolitica, il sovrano praticava la scapulomanzia, ossia utilizzava gusci di tartaruga, scapole e altre ossa di animali per trarre auspici ed esercitare la divinazione (tra l’altro, sui resti di queste pratiche gli archeologi hanno rinvenuto le prime forme di scrittura in ideogrammi, scrittura che appare completamente sviluppata già attorno al 1300 a.C.).
Inoltre, in epoca imperiale, cioè a partire dal 221 a.C., l’Imperatore della Cina aveva tra gli altri il titolo di Figlio del Cielo e aveva il compito di compilare il calendario luni-solare.
È chiaro, quindi, che almeno sin da tempi tardo-neolitici il sovrano cinese era anche un sacerdote-sciamano.
Per quanto riguarda la società dei Maya del periodo classico, come abbiamo visto, era sicuramente una società teocratica e la sua struttura fu con tutta probabilità una eredità della società degli Olmechi.
L’archeologo Román Piña Chan (1989, cap.V) chiama appunto “degli Olmechi Teocratici” la fase di sviluppo durata dal 1000 al 300 a.C., cioè la fase immediatamente antecedente la comparsa della società Maya classica.
Teocratiche erano anche le società della Gran Nicoya e dei Maōri.
E tutte queste elessero la giada verde praticamente a loro totem, anche se i cinesi utilizzarono molto anche la nefrite bianca.
Non solo, per tutte queste culture la giada era pietra esclusiva del sovrano, una sua proprietà gelosamente custodita, e gli oggetti in giada venivano da lui distribuiti solo agli individui considerati più meritevoli e per ciò scelti per ricoprire particolari incarichi che comportavano deleghe da parte del sovrano.
Vediamo qual è l’interpretazione che uno dei più grandi psicologi moderni, Max Lüscher, ha dato della preferenza per il colore verde.
In psicologia il test dei colori di Lüscher è utilizzato da circa 60 anni. Benché un po’ datato, è ancora considerato uno strumento in grado di misurare in maniera oggettiva lo stato psico-fisiologico di una persona in esame, descrivendone in modo abbastanza preciso e dettagliato la personalità.
Secondo le corrispondenze trovate sperimentalmente da Lüscher , la preferenza per il colore verde è legata all’ego razionale e all’autoaffermazione, in quanto il verde è il colore dell’Io, della vitalità, della speranza, della vita vegetativa, del riposo come energia frenata e incanalata, quindi controllata e volta ad esprimere la difesa e la tenacia. Evoca il bisogno di autostima e di autoaffermazione. Rappresenta la perseveranza e la fiducia in se stessi.
Chi preferisce questo colore afferma energicamente il proprio Io, la propria individualità, esprimendo determinazione, desiderio di stabilità e bisogno di sostenere se stesso.
Mi sembra proprio il ritratto psicologico di un re-sacerdote-sciamano.
Se accanto al verde c’è una tonalità del blu, come l’azzurro, ed è il caso delle culture mesoamericane, allora queste caratteristiche vengono ulteriormente rafforzate: chi preferisce il verde-azzurro tende a rimanere costante e saldo nella propria opinione, è caparbio e perseverante.
Quindi, in questo caso è rafforzato l’aspetto volitivo, tipico dei sovrani.
Tornando al verde, è il colore della natura e il suo archetipo è l'albero. E come abbiamo visto, per tutte queste società la giada verde era legata alle forze della natura, all’acqua e alla vegetazione.
Caratteristica del re-sacerdote-sciamano è quella di saper controllare e incanalare a favore della propria comunità queste forze e l’utilizzo di strumenti realizzati con la pietra culturalmente legata ad esse era di grande aiuto, se non addirittura indispensabile.
Il controllo della distribuzione degli oggetti realizzati con questa pietra garantiva anche il controllo della distribuzione dei poteri ad essa collegati e quindi rafforzava l’autorità e il potere del sovrano, in una specie di circuito di retroalimentazione.
Inoltre, bisogna considerare che per i membri di queste società l’abito faceva il monaco . Di conseguenza, il possesso e l’esibizione di oggetti in giada, da parte del sovrano o ottenuti direttamente da questi, qualificava in modo totale ed assoluto la persona e molto raccontava di essa.
Questo è un aspetto che ancora vive almeno in parte nelle nostre società, basti pensare alle divise militari e all’esibizione di scudetti, nastrini e decorazioni che molto raccontano della carriera e del cursus della persona che li mostra sulla divisa.
È sopravvissuta per molto tempo, in varie culture (ho citato il caso delle campagne italiane e quello dei mongoli e dei turchi), la credenza che alcuni oggetti prodotti con la pietra verde proteggano dalle tempeste e soprattutto dai fulmini.
Forse questa credenza un po’ sopravvive ancora oggi.
E forse sopravvive anche la credenza che attribuisce alla giada la valenza di pietra dei grandi guerrieri, come deve essere stato sin dall’inizio del neolitico, a giudicare dai primi oggetti prodotti con questa pietra, asce e teste di mazza. Sicuramente l’attributo di “pietra della vittoria” è sopravvissuto in India fino alla fine del XVIII sec. e nel Vicino e Medio Oriente fino all’avvento dei Giovani Turchi (aprile 1909).
Per quanto riguarda l’altro potere attribuito da tutte queste culture alla giada, cioè il fatto di assorbire parte della personalità di chi la utilizza oppure dello spirito della tribù, questa è una credenza archetipica che sopravvive ancora oggi.
Pensiamo per esempio ai gioielli di famiglia.
La trasmissione di generazione in generazione di questi beni non ha solo una valenza economica, serve anche per tramandare ricordi, usanze e costumi. Da essi ci si separa a fatica, l’alienazione di essi in cambio di denaro è per molti un atto penoso, in quanto costituiscono la testimonianza della vita di persone care che non ci sono più.
In un certo senso, la trasmissione della proprietà di questi beni ci rende meno mortali, molto di più che non la trasmissione di terreni o fabbricati, in quanto i gioielli sono stati portati sulla persona, in un certo senso sono vivi, hanno appunto assorbito un po’ dello spirito di chi li ha indossati.
E chi non si è avvicinato con un certo rispetto agli utensili di un nonno artigiano, magari progettati e realizzati da lui stesso, come si usava in tempi lontani dalla pervasiva produzione industriale contemporanea?.
Riassumendo quanto appena visto, per le antiche società neolitiche in sostanza gli oggetti in giada appartenevano a quella categoria che Annette Weiner e altri hanno classificato come “beni inalienabili”.
Traduco da Douglas (1979) "i beni materiali possono servire come sistema di comunicazione sociale" in quanto l'economia in se stessa fa parte di un sistema culturale che non è basato solamente sul mercato.
I beni materiali possono essere classificati, tra l'altro, in due categorie, i beni alienabili e i beni inalienabili.
"Ciò che rende un bene inalienabile è la sua esclusiva e cumulativa identificazione, attraverso il tempo, con una particolare e precisa serie di proprietari.
La sua storia è autenticata da genealogie, presunte o reali, miti d'origine, sacri antenati e divinità.
In questa maniera, il bene inalienabile è un tesoro trascendente, che deve essere protetto da tutte le necessità che potrebbero obbligare alla sua perdita" (Weiner, 1992).
Ovvero: "i beni inalienabili sono oggetti fatti per essere conservati, non scambiabili, hanno potere simbolico ed economico che non può essere trasferito. Essi sono spesso usati per autenticare (legittimare, ndt) l'autorità rituale di gruppi tra loro collegati" (Mills, 2004) perché "i beni inalienabili forniscono la via per distinguere il parente (anche l'affiliato ad un clan, ndt) dal non parente (il non affiliato, ndt)" (Weiner, 1992).
Inoltre, "gli esseri umani entrano in relazione con gli oggetti da essi direttamente prodotti" (Godelier, 1999), per cui alcuni oggetti vanno ben al di là dall'essere pura merce, in quanto si impregnano "delle qualità intrinseche ai loro proprietari, in un tessuto strettissimo di parentela e discendenza altrimenti conosciuto come proprietà inalienabile. Certi oggetti, quindi, assumono un valore soggettivo che li pone al di sopra, oltre il (loro puro, ndt) valore di scambio" (Weiner, 1992).
Quando si tratta di oggetti da indossare, questi creano con la persona una sinergia che rende il valore dei due, oggetto+persona, superiore alla somma delle parti perché fa in modo che (essere umano+oggetto) diventino la personificazione dell'intera linea degli antenati, presunti e/o reali, dell'essere umano.
"Il bene inalienabile agisce come forza stabilizzatrice contro il cambiamento, perchè la sua presenza autentica (e legittima, ndt) origini cosmologiche, parentele e storia politica" (Weiner, 1992).
La trasmissione di beni inalienabili ricostituisce, al di là del tempo, identità sociali, legittimando la parentela.
"I beni inalienabili esistono (e resistono, ndt) oltre la vita dei loro possessori, perchè sopravvivono (ai loro possessori, ndt) facendo così della loro trasferibilità una parte essenziale della loro preservazione…… Prendere un bene che rappresenta in maniera così completa l'identità sociale di un gruppo e nel contempo l'identità individuale del possessore e darlo a una persona al di fuori dal gruppo rappresenta un potente trasferimento della pura sostanza (essenza, ndt) del possessore e del gruppo. Questo trasferimento è il passo più serio nella costituzione di una gerarchia" (Weiner, 1992).
Di conseguenza "i beni inalienabili sono usati simultaneamente per costruire come per demolire gerarchie" (Mills, 2004) dato che "col tempo diventano testimoni di conoscenza rituale e cosmologica (la quale, ndt) è spesso la fonte del potere politico" (Spielmann, 2002).
Oltre ai gioielli di famiglia, rientrano in questa categoria, per esempio, i “gioielli della corona”, i tesori delle varie cattedrali, la Pietra Nera della Kaaba, e particolari oggetti come la Corona Ferrea, l’originale della carta Costituzionale degli USA, i 3 oggetti con i quali viene consacrato l’Imperatore del Giappone...
Il concetto di bene inalienabile è dunque ben radicato ancor oggi, nelle società contemporanee.
9. Note su Neolitico e neolitizzazione
Dal lemma NEOLITICA, CIVILTÀ dell’Enciclopedia Treccani (ho evidenziato in corpo 14 i passaggi essenziali):
“La civiltà neolitica appartiene interamente ai tempi geologici attuali (cioè all’Olocene, nda), e la sua diffusione abbraccia tutti i continenti; anzi in alcune parti del globo (Melanesia, Polinesia, Micronesia, ecc.) essa perdurò pura ed esclusiva fino alla conquista europea sullo scorcio del sec. XVIII (anche in gran parte delle Americhe, nda).
All'età che la comprende fu dato il nome di periodo neolitico, o della pietra levigata, per distinguerla nettamente dal Paleolitico, o età della pietra scheggiata. Ma va osservato subito che la denominazione, e quindi la distinzione, semplicemente nominale, non ha valore assoluto, in quanto che l'impiego di armi e strumenti di selce scheggiata non cessò affatto con i tempi dell'Olocene, ma largamente perdurò nella prima fase di essi, continuando poi anche nelle fasi successive con l'industria metallica. Ne consegue che se la levigazione della pietra, già iniziatasi in forma limitata e in modo primitivo in qualche ambiente del Paleolitico superiore (Willendorfiano), costituisce una dote essenziale della nuova civiltà, non basta peraltro da sola a caratterizzarla in modo compiuto.
Comunemente dai paleoetnologi si riconoscono come caratteri distintivi del Neolitico, oltre all'uso delle pietre dure levigate: la fabbricazione dei vasi di terracotta, cioè la prima industria ceramica, l'allevamento del bestiame (cani, cavalli, buoi di più razze, ovini), il culto dei morti ben fissato col rito dell'inumazione e con l'accompagnamento di funebre corredo, l'uso di abitazioni fisse, non solo in caverne naturali, ma anche a livello del suolo o seminterrate (capanne straminee), o sopraelevate su pali (abitazioni lacustri o palafitte), la prima industria tessile, e, oltre all'esercizio della caccia e della pesca, giammai caduto in disuso, la coltivazione dei campi.”
Le scoperte avvenute in Cina, Giappone e Siberia orientale dopo il 1990 hanno decisamente arretrato le datazioni relative alla comparsa della lavorazione dell’argilla e della produzione di terracotta.
I siti della Cina centro-orientale, come quello della caverna di Yuchanyan nello Húnán e quelli del bacino dello Yangtse nella provincia di Jiangxi, hanno restituito cocci di terracotta datati rispettivamente a quasi 16000 e 20000 anni fa.
Quelli giapponesi di Odai Yamamoto, nel nord dell’isola di Honshu, di Kamino, sulla costa nordoccidentale di Honshu, e della grotta di Fukui, nell’isola di Kyushu, ne hanno restituito di databili tra 16000 e 13000 anni fa.
Anche alcuni siti della Siberia orientale, dell’isola di Sakhalin e del Bacino dello Yukon, in Alaska, hanno restituito cocci di terracotta con datazioni analoghe.
Tuttavia, come si legge nel lemma della Treccani, la ceramica non è sufficiente da sola per parlare di presenza di una cultura neolitica, tant’è che i reperti litici, rinvenuti contestualmente ai cocci in alcuni di questi siti, appartengono ancora a culture della pietra scheggiata.
In questi casi, quindi, si parla di epipaleolitico.
Le prove archeologiche attestano che la più antica cultura propriamente neolitica oggi conosciuta fu la giapponese Jōmon, che si sviluppò nelle isole nipponiche di Honshu e Hokkaido a partire almeno dal X/XI sec. a.C.
La più antica terracotta di questa cultura è stata datata attorno al 10500 a.C.
Sempre in Estremo Oriente sono attestate culture neolitiche in Cina, nella zona centrale della valle del Cháng Jiāng (Yangtze) e nello Húnán nord occidentale, a partire dal 7500 a.C.
Immediatamente a sud ovest della Cina, le culture neolitiche più antiche sembrano essere quelle pakistane del Balochistan (o Baluchistan, 7000 a.C. circa) e quelle indiane del Golfo di Khambhat (7500 a.C., i siti sono attualmente sommersi). È probabile che si siano successivamente diffuse nella valle dell’Indo, dove culture neolitiche sono attestate a partire dal 6000 a.C., mentre nell’Asia sud-orientale il neolitico è attestato solo a partire dal 4500 a.C.
Un po’ più antiche sono le attestazioni di culture neolitiche nella valle del Giordano, in prossimità dell’odierna Gerico, e nella Mezzaluna Fertile, sul medio corso dell’Eufrate, datate attorno al 9500 a.C. (il sito di Göbekli Tepe in Turchia, datato tra 9000 e 7000 a.C, sembra ascrivibile all’epipaleolitico o al neolitico preceramico).
Si pensa che le popolazioni che abitavano queste zone abbiano diffuso la cultura neolitica in tutto il Vicino Oriente e in Europa. In conseguenza di questa diffusione, culture neolitiche appaiono in Anatolia e nella penisola Balcanica a partire almeno dal 7000 a.C. (il neolitico è attestato a Çatal Hüyük, in Turchia, almeno dal 6500 a.C. e il sito di Sesklo in Tessaglia è datato 6850 a.C.) e si diffondono gradatamente in tutto il continente europeo, fino ad arrivare in Gran Bretagna probabilmente solo dopo il 3500 a.C.
Durante il cosidetto periodo del neolitico sub pluviale, a partire dal 7500/7000 a.C. culture neolitiche si svilupparono nell’Africa subsahariana, che in quel tempo godeva di un clima molto più umido dell’attuale.
Da quanto detto è evidente, almeno stando ai dati attualmente a disposizione, che la prima neolitizzazione comparve lungo le coste e nelle isole dell’Estremo Oriente, e la transizione dal paleolitico al neolitico non avvenne in maniera subitanea ed improvvisa.
Però, mentre la prima terracotta cino-giapponese-siberiana sembra molto più antica di quella attestata nelle altre regioni del globo, è probabile che le prime culture veramente neolitiche si siano sviluppate pressochè contemporaneamente nell’Estremo e nel Vicino Oriente.
Subito dopo, lo stesso fenomeno si verificò nell’Africa sub sahariana e nelle regioni asiatiche vicine al delta dell’Indo, molto lontane dal Vicino Oriente e dalle coste nord orientali di Cina e Siberia.
Insomma, la prima neolitizzazione comparve “a macchia di leopardo” quasi contemporaneamente in regioni della Terra molto lontane tra loro, tanto da poter ipotizzare che tale comparsa sia avvenuta in maniera totalmente autonoma e indipendente nelle zone elencate, nelle quali poco dopo la fine dell’ultima glaciazione si manifestò una fortissima accelerazione culturale.
Successivamente, partendo da queste zone la neolitizzazione si diffuse a macchia d’olio, in maniera abbastanza veloce e secondo ritmi di espansione per così dire costanti.
Si è ipotizzato che questa diffusione sia stata la conseguenza di massicce migrazioni causate dall’esaurimento delle risorse disponibili ai cacciatori-raccoglitori del paleolitico, trasformatisi per necessità in pastori e agricoltori, dopo la domesticazioni dei primi animali da allevamento e delle prime piante coltivate.
Tali migrazioni avrebbero avuto grande successo a causa del “vantaggio” in termini di risorse alimentari rese disponibili ai neolitici migranti, rispetto alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora legati alle culture paleolitiche.
Questa ipotesi viene contestata dagli studi più recenti, che testimoniano come le risorse alimentari a disposizione dei cacciatori-raccoglitori non fossero con tutta probabilità per niente scarse, dato il loro stile di vita e la scarsa densità della popolazione umana dell’epoca.
È un dato di fatto che le società di cacciatori-raccoglitori tutt’oggi esistenti sopravvivono abbastanza agevolmente nelle zone semidesertiche dell’Africa subsahariana e ai margini del deserto del Kalahari, essendosi perfettamente adattate a sfruttare le risorse che questi territori possono offrire.
Di conseguenza, ultimamente si è fatta strada l’ipotesi che la diffusione della neolitizzazione sia stata dovuta all’esportazione della nuova tecnologia e delle nuove conoscenze in campo agricolo e pastorale ad opera di “maestri itineranti”, analogamente a quanto è ormai quasi dimostrato accadde nella successiva età del bronzo, in cui la tecnologia dei metalli si pensa sia stata diffusa appunto da maestri artigiani itineranti.
Probabilmente, è destinata a cadere completamente l’idea che le popolazioni che svilupparono la cultura neolitica fossero composte solo da individui sedentari, che cioè lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento abbia comportato un totale cambiamento nelle abitudini di vita degli esseri umani i quali, da cacciatori-raccoglitori che si spostavano in continuazione, diventarono agricoltori totalmente stanziali.
Secondo questa ipotesi, l’agricoltura favorì una grande crescita della popolazione, per cui, quando in una zona la densità della popolazione diventava troppo alta per le risorse agricolo-pastorali disponibili, gli individui per così dire in soprannumero erano costretti a migrare in cerca di un nuovo territorio nel quale stanziarsi. Questo anche a causa del fatto che gli spostamenti individuali o di piccolissimi gruppi sarebbero stati molto difficili.
Che il neolitico non sia stato quell’età pacifica che molti paleoantropologi sono portati a considerare è dimostrato dal rinvenimento di fosse comuni nelle quali i resti ossei testimoniano di eventi bellici occorsi in quel periodo (vedi per. es. la fossa di Talheim in Germania o il cosidetto cimitero 117 nel Sudan settentrionale).
Ma sembrano episodi molto limitati, scontri locali tra piccole tribù più che il prodotto di massicce migrazioni
In realtà, a giudicare dai dati oggi complessivamente disponibili, la mobilità individuale anche nei tempi preistorici non era un fatto così eccezionale.
Da quanto sappiamo delle successive età del rame e del bronzo, infatti, è chiaro che individui singoli o in piccoli gruppi compivano spostamenti ad amplissimo raggio almeno dal V millennio a.C., perché in quel periodo le pratiche commerciali su lunghe rotte, terrestri e marittime, erano ormai un fatto relativamente comune.
Non è pensabile che tali rotte commerciali si siano create d’improvviso, anche perché il commercio su larga scala di selce ed ossidiana è attestato sin dal paleolitico.
Del resto, nel par. 6.4 abbiamo visto come siano state rinvenute in Scozia e nell’isola di Man lame di accetta/ascia prodotte nel VI millennio a.C. con giadeite proveniente dai giacimenti del Monviso e che esemplari prodotti con giadeite della medesima provenienza sono stati rinvenuti in giro per tutta l’Europa occidentale.
In Bretagna sono documentati esemplari dell’inizio del V millennio a.C. sicuramente esportati già finiti ed esemplari più recenti (4000 a.C.) prodotti localmente a partire da blocchi grezzi di giadeite del Monviso e del Beigua, a testimonianza del fatto che inizialmente venne commerciato il prodotto finito, ma successivamente si passò all’esportazione della tecnologia. Il tutto senza che sia testimoniato un cambiamento nella popolazione locale a causa di una massiccia immigrazione da parte di alloctoni.
È quindi molto probabile che un gruppetto di maestri artigiani, al seguito di una spedizione commerciale, si sia spostato dall’Alta Italia sino a raggiungere la lontana Bretagna, chissà se su esplicita richiesta dei “bretoni” di allora oppure per puro spirito di conoscenza.
E in questa maniera penso si sia diffusa la cultura neolitica.
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(3 - fine)
Chiarimenti sul ritrovamento di materiale organico presso lo scavo di sondaggio n.4 della “Piramide del Sole” bosniaca
TAG: piramidi bosniache, piramidi, Bosnia, archeologia, Piramide del Sole, C14, datazione, SBRG, SB Research Group, Niccolò Bisconti
Nell’ottobre del 2012 è stato annunciato al mondo dal sito della Fondacija Arheološki Park: Bosnian Pyramid of the Sun Foundation, il ritrovamento di materiale organico sulla “Piramide del Sole” che ha permesso di determinare per la prima volta una datazione assoluta del sito.
Le analisi del campione organico sono state effettuate presso l’Istituto per la datazione al carbonio di Kiev, Ucraina in data 18/08/2012.

Fig.1 - I risultati del test al carbonio 14
Nella prima parte della mattina del 6 Giugno, primo giorno della campagna di scavi del 2012, lo scrivente ed il suo team hanno iniziato le fasi di pulizia dei blocchi di conglomerato nella Sonda 4; il lavoro è consistito nell’estirpare la vegetazione cresciuta negli intersistizi dei vari blocchi di conglomerato e nel ripulere dal fogliame e sedimenti vari i grandi massi.

Fig. 2 - Il momento del ritrovamento
Nel primo pomeriggio il sottoscritto ha deciso di aprire un piccolo saggio (40cm di larghezza per 60cm di lunghezza) nella parte inferiore destra della Sonda 4 in modo tale da rendere più chiara la lettura stratigrafica della sezione, non più leggibile a causa delle varie azioni naturali verificatesi durante il periodo di inattività.
La stratificazione della Sonda 4 risultava ben leggibile, sotto circa un metro di humus vi erano circa 40cm di strato argilloso depositatosi sopra al conglomerato.
Durante le operazioni finali di ripulitura della superficie del blocco un membro del team di scavo mi ha segnalato la presenza di una “pietra colorata” inclusa nella roccia; ad una prima analisi visiva ho subito notato che la “pietra” in questione si trattava in realtà di materiale organico, elemento fondamentale perchè databile attraverso la tecnica del radiocarbonio.
Compresa l’importanza del ritrovamento assieme al mio collega dott. Riccardo Brett ci siamo messi subito a lavoro per documentare e rimuovere il reperto.


Fig. 4 - Le operazioni di prelievo con il dott. Brett
Le operazioni di rimozione sono state eseguite prendendo tutte le precauzioni del caso attraverso l’utilizzo di guanti e contenitori sterili in modo tale da non contaminare i vari frammenti organici che sono stati immediatamente inviati ad analizzare presso il laboratorio di Kiev.
Mi preme sottolineare che questo singolo reperto nonostante ci indichi il terminus post quem non è sufficiente da solo per dare con certezza una datazione assoluta alla cosiddetta Piramida Sunca. Occorre infatti che siano trovati altri elementi databili e inseguito comparati tra loro per poter stabilire un’accurata datazione delle formazioni rocciose della formazione collinare definita “Piramide del Sole”.
Niccolò Bisconti - 26 settembre 2013
Giada: le culture neolitiche che ne furono affascinate
di Giancarlo Sette
Tag: giada, giadeite, archeologia, storia, nefrite, neolitico, cristalloterapia, sciamanesimo, chakras, mana, Maori, Olmechi, Maya, Mesoamerica, sacrificio di sangue, allucinogeni, sostanze psicotrope
6. Le culture utilizzatrici
Ho già accennato al fatto che la giada, nefrite e giadeite, è stata lavorata sia in Europa che in Asia da tempi immemorabili. Quasi altrettanto è successo in quella porzione di America centro-settentrionale che va sotto il nome di Mesoamerica.
Anche in Oceania la nefrite è stata lavorata sin da tempi molto antichi.
Vediamo un po’ di dettagli, limitandoci appunto alle culture che personalmente considero neolitiche, almeno per il livello tecnologico raggiunto, anche se non per il periodo nel quale si sono espresse.
6.1. Nefrite e giadeite nel neolitico cinese
Come vedremo nell’ultimo capitolo, forse la culla del primo neolitico si trova in Giappone e non nel territorio dell’attuale Repubblica Popolare Cinese (che per comodità nel seguito chiamerò semplicemente Cina).
Però quasi sicuramente fu in una delle regioni della Cina il luogo in cui gli uomini del neolitico per primi si accorsero che una pietra presente nel letto dei loro fiumi, anche se non facile da rintracciare, possedeva una serie di proprietà che essi apprezzarono in modo particolare, come la resistenza, la translucentezza, il brillio e la sericità al tatto dopo la lucidatura e una piacevole sonorità quando percossa.
È probabile che queste caratteristiche abbiano originato la predilezione per questa pietra.
A partire dal VI millennio a.C., molte sono le culture neolitiche attestate in questo territorio che lavorarono la giada nefrite e certa è una forma di autentico culto nei confronti di questa pietra.
Incredibile è la diversità regionale sia in alcuni particolari della tecnica di trattamento sia nelle forme espresse.
Scrive Jean Noel Chiappa nel suo articolo Regional Technical Differentiation in Chinese Archaic Jades, rintracciabile online:
“Un aspetto inusuale delle giade neolitiche (cinesi, ndt) è che le differenze regionali sono molto più pronunciate nelle giade neolitiche che non nelle giade dei periodi successivi.
Indubbiamente, molte giade che datano dai periodi dinastici (e quindi storici, ndt), dallo Shang allo Han, mostrano poca differenziazione regionale, benché a volte essa sia presente, come accade tra i vari regni durante il periodo degli Stati Combattenti.
Le differenze regionali nella giada neolitica non si vedono solo nella forma e nell’ornato, ma anche nella tecnica, cosa che è tipica unicamente del neolitico, per quanto mi sia noto” (trad. mia).
Di conseguenza, gli oggetti rituali delle culture neolitiche apparse in Cina offrono scorci da un mondo già sviluppato prima che il "cinese" diventasse identità nazionale, prima di un sistema di scrittura ufficiale e prima ancora che il buddismo diventasse una fede popolare.
Quando poi la Cina propriamente detta venne unificata e nacque la Cina Imperiale, la giada divenne un materiale di esclusiva pertinenza e proprietà dell’Imperatore, nessun cittadino era autorizzato a possedere un oggetto di tale materiale se non dietro esplicita autorizzazione del sovrano.
Particolari oggetti venivano da questi donati a sudditi meritevoli, per testimoniarne appunto il merito, oppure per testimoniarne l’autorità.
È il caso, per esempio, dei sigilli in nefrite che venivano consegnati ai governatori. Il sigillo imperiale era il più importante di tutti ed era il vero simbolo del potere imperiale.
Le culture neolitiche cinesi sono talmente numerose e le differenze iconografiche così importanti che è possibile darne solo un quadro generale e forzatamente incompleto, anche perché nascono in tempi molto lontani da quelli documentati da notizie scritte.
Purtroppo, le spiegazioni che ci danno i testi scritti circa il significato, la funzione e l’utilizzo dei manufatti in nefrite si riferiscono ai costumi di popolazioni che vissero quasi 4000 anni dopo la nascita delle prime culture della giada.
Anche se all’epoca in cui risalgono le prime notizie scritte i manufatti conservavano parte dell’iconografia e delle forme tipiche del neolitico, il significato di queste con l’andare del tempo si è probabilmente modificato e di quello iniziale non si è conservato nemmeno il ricordo.
Vi sono comunque scritti che combaciano almeno in parte con i dati oggettivi recuperabili dai manufatti stessi.
Per esempio, i primi scritti ci dicono che la nefrite inizialmente era ricavata da ciottoli fluviali e questo ci viene confermato dall’analisi del materiale rinvenuto nelle officine di lavorazione.
Gli stessi scritti affermano che si preferivano i ciottoli levigati presenti nei letti dei fiumi, piuttosto che quelli grezzi provenienti da zone minerarie, perché si pensava fossero dotati di grande forza: in tempi storici, già si sapeva che quelle pietre erano state trascinate a valle dalla forza delle corrente, partendo da montagne molto lontane. L’aver resistito all’azione del fiume per un così lungo percorso testimoniava della loro forza, resistenza e “vitalità”.
È verosimile che si possa trasferire questa credenza anche alle culture neolitiche, dato che oggetti in nefrite venivano collocati sul corpo del defunto e addirittura nella bocca, forse proprio perché si credeva possedessero spirito vitale e quindi potessero aiutare il defunto nel suo viaggio nell’aldilà.
Un altro costume che ci viene tramandato sin dalle prime fonti scritte è l’impiego di giovani donne nell’identificare e selezionare, tra i tanti ciottoli presenti nel letto dei fiumi, quelli di nefrite. L’operazione veniva effettuata tastando con i piedi le pietre sotto il pelo dell’acqua. I testi affermano che le donne in questa maniera riuscivano a riconoscerle, anche se non ci viene spiegato quale “effetto” cercassero e avvertissero né se ci fossero donne specializzate in questo o tutte fossero adatte, indistintamente.
Fred Ward (pag. 13) ha raccolto racconti mitologici che spiegano la pratica in base a principi tipici del confucianesimo (che nasce nel VI sec. a.C.) e ancor più del daoismo (che viene formalizzato da Laozi più o meno nello steso periodo ma i cui concetti nascono molto prima, forse attorno al 1100 a.C., al tempo della dinastia Zhōu /Chou).
Il daoismo considera la nefrite carica di yang, il principio maschile, legato alla forza del sole, mentre le donne sono cariche di yin, il principio femminile e lunare (gli ideogrammi cinesi per yang esprimono letteralmente il concetto “il lato soleggiato della collina”, quelli per yin esprimono il concetto “il lato in ombra della collina”).
Secondo la leggenda, al principio della notte giovani donne si denudavano ed entravano nell’acqua, camminando avanti e indietro. Le pietre di nefrite, cariche di yang, venivano attratte in modo naturale dalle giovani donne, cariche di yin, per cui queste, sentendo le pietre strofinarsi contro i loro piedi, non dovevano fare altro che chinarsi a raccoglierle.
Mettendo assieme il racconto, che vede la reciproca attrazione dei due principi e la partecipazione di giovani donne, con le credenze, che annettono vitalità alla nefrite dei ciottoli fluviali, mi sembra di avvertire un legame con la fertilità e con la creazione di nuova vita.
Chissà se le credenze erano già queste agli inizi, molti secoli prima della comparsa della scrittura.
A causa dell’intenso sfruttamento, i ciottoli fluviali di buona qualità andarono via via rarefacendosi, per cui fu giocoforza adattarsi ad utilizzare il minerale grezzo proveniente dalle montagne del Kun Lun, che tra l’altro si trovano a quasi 3000 km di distanza dai territori nei quali ebbe inizio la lavorazione della nefrite.
Questo probabilmente avvenne quasi alla fine del neolitico, quando ormai l’età del bronzo era alle porte, e si pensa che le rotte commerciali formatesi a quel tempo abbiano poi dato origine alla via della seta.
Nel seguito, i vari oggetti vengono indicati con il loro nome cinese storico: è ovvio che non sappiamo come effettivamente venissero chiamati in precedenza, anche se la continuità d’uso e di replica di alcune forme ci fanno sospettare che si sia conservata almeno la radice della loro denominazione, pur attraverso deformazioni e variazioni accumulatesi nei secoli.
Ove non diversamente precisato, le immagini pubblicate in questo paragrafo sono di Gary L. Todd, Ph.D., Professor of History, Sias International University, Xinzheng, Henan, China, con indicato il numero di posizione della foto nei seguenti cataloghi online
museo di Shangai https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery
museo di Nanjing http://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/NanjingMuseumJade
Il più antico sito finora attestato in cui venne lavorata la nefrite è quello di Xinglongwa, nella Mongolia Interna, che ha restituito più di 50 nefriti, lavorate con grande perizia e datate a prima del 5400 a.C.
Si tratta per la stragrande maggioranza di dischi con una piccola sezione opportunamente tagliata per poterli utilizzare probabilmente come orecchini.

Fig. 30 - jue, anello di nefrite a cui è stata tagliata una sezione, forse per usarlo come orecchino, c. 6 cm, cultura Xinglongwa, Mongolia Interna (Cina), ante 5400 a.C., fonte http://eng.nmgnews.com.cn/system/2008/10/16/010125149.shtml, foto da Inner Mongolia News 2008-10-16
Questi dischi, dai tempi storici chiamati jue, sono oggetti molto semplici, privi di incisioni decorative.
Tuttavia, dimostrano come gli artigiani del posto già a quel tempo avessero una buona padronanza della tecnica di perforazione, lavorazione e lucidatura di questo materiale e soprattutto fossero ben accorti nella selezione del materiale, visto che per la maggior parte gli oggetti rinvenuti sono realizzati utilizzando nefrite di colore grigio pallido, verde chiaro e bianco latte.
Inoltre, una simile padronanza dimostra che nella società della cultura di Xinglongwa i compiti e il lavoro erano già suddivisi.
Simili oggetti si trovano in molti siti neolitici cinesi, un po’ più recenti e più o meno tra loro coevi ma situati in regioni lontane tra loro, il che induce a sospettare collegamenti culturali a lungo raggio.
Si differenziano per la tecnica con cui è stato realizzato il foro centrale, che in alcune culture è sempre biconico, in altre esclusivamente monofonico, in alcune è lucidato, in altre è lasciato grezzo.
Poco dopo quella di Xinglongwa, culture legate alla nefrite si svilupparono nei pressi del delta del fiume Yangtze, attorno alle rive del lago Tai Hu, nelle vicinanze dell’odierna Shangai.
Fig.31 - jue, nefrite, cultura Majiabang, coste del Lago Tai Hu, Jiangsu (Cina meridionale), 5000-3900 a.C., Shangai Museum, foto 2
Fig. 32 - zhuo (braccialetto) Fig. 33 -huang, (pendente da collo) nefrite, cultura Songze, coste del Lago Tai Hu, Jiangsu (Cina meridionale), 4000-3300 a.C., Shangai Museum, foto 3 e 6, notare la somiglianza dello huang con i pendenti alati di alcune culture mesoamericane
A partire da questo periodo si cominciano ad incontrare esempi molto semplici degli oggetti in giada che si fisseranno in modo permanente nella cultura cinese.
La forma di alcuni di questi oggetti, come per esempio il bi e il cong, resterà in auge sino all’avvento della Repubblica Popolare Cinese (1949).
Fig. 34 - porzione di yue (ascia rituale) Fig. 35 - (sx) bi (dx) huan (bi) nefriti, cultura Songze, c. 3500 a.C., Nanjing Museum, foto 28 e 29
Il bi è un disco di diametro variabile, di solito tra i 20 e i 30 cm (ma ne sono stati rinvenuti alcuni del diam. di 50 cm e almeno uno del diam. di 1 cm), con un foro al centro.
La sua presenza nelle tombe è attestata almeno dal 3500 a.C. e la sua funzione non è certa.
Normalmente, nella tomba si rinvengono al massimo 2 bi, deposti sul corpo del defunto ma nelle tombe di personaggi evidentemente molto importanti ne sono stati rinvenuti parecchi esemplari assieme, disposti solitamente in piccole pile.
In molti casi, i due bi sono stati rinvenuto sul petto e sullo stomaco del defunto, il che fa pensare che fossero ornamenti di grande importanza, ma la questione è molto dibattuta, perché in almeno un caso una ventina di bi erano stati deposti sul corpo ad indicare, pare, il cammino per la “via celeste”.
E’ interessante notare che i bi posti sul corpo del defunto sono sempre realizzati con materiale di eccellente qualità e lavorato finemente, mentre quelli disposti in grande quantità ai lati del cadavere in genere sono realizzati con materiale più scadente e mostrano un minor grado di finezza nella lavorazione.
Fig. 36 - tomba con molti bi e cong, nefriti, cultura Liangzhu (3400 – 2250 a.C.), Suzhou, Jiangsu (Cina meridionale), Nanjing Museum, foto 7
Fig. 37 - cong, nefrite, cult. Liangzhu, nefrite, cultura Liangzhu (3400 – 2250 a.C.), Suzhou, Jiangsu (Cina meridionale), h.c. 20 cm, Nanjing Museum, foto 9
Il cong è un oggetto la cui sagoma suggerisce l’accoppiamento di un cilindro all’interno di un parallelepipedo a sezione quadrata. Sulla superficie esterna del parallelepipedo sono sempre ben evidenti delle tacche, equidistanziate e particolarmente profonde in corrispondenza degli spigoli.
Il significato di questo oggetto e la sua funzione sono altrettanto problematici di quelli del bi.
A cominciare dai testi della dinastia degli Zhou occidentali (1045 – 770 a.C.), i bi e i cong vengono associati ai culti del Cielo e della Terra rispettivamente. In particolare, il cilindro del cong sarebbe legato al Cielo, mentre il parallelepipedo sarebbe legato alla Terra. Il tutto deriva da una concezione cosmologica, attestata almeno dal X sec. a.C., che vede il Cielo ruotare attorno ad un asse cilindrico.
Ma è discusso il fatto che una simile associazione sia già stata presente 2500 anni prima.
Tuttavia, il fatto che il bi venga rinvenuto appoggiato sul torace del cadavere e il cong al suo fianco viene interpretato come il tentativo di accompagnare il defunto nell’aldilà creando un collegamento tra il corpo, il Cielo (tramite il bi) e la Terra (tramite il cong).
Un’altra ipotesi vede nel bi un simbolo solare, archetipico, derivante da culti shamanici ancestrali.
Il cong, invece, deriverebbe dai contenitori nei quali venivano conservati gli oggetti che servivano agli shamani per praticare la loro arte oppure ai capi per testimoniare la loro legittimità a comandare.
Inizialmente, questi contenitori sarebbero stati realizzati con un cilindro di bambù, attorno al quale erano fissate 4 tavolette lignee, per far si che il contenitore non rotolasse. Le tavolette sarebbero state fissate con stringhe, in corrispondenza delle tacche angolari che quindi avrebbero loro impedito di scivolare.
Questa ipotesi non mi convince soprattutto perché i cong più antichi non sono così lunghi come quello che si vede nella immagine precedente e alcuni sono addirittura dei corti cilindri cavi, privi del parallelepipedo esterno.
Fig. 38 - gruppo di 3 cong, nefrite, cultura Liangzhu, 3400 – 2250 a.C, Shangai Museum foto 12, 13 e 15
Notare come il cong dell’ultima immagine a destra mostri una uniforme patina albitica superficiale, indice del fatto che è rimasto sepolto per moltissimo tempo.
L’immagine che si vede scolpita sulle facce del cong è quella che nel tardo neolitico, forse nello Jiangxi (Cina meridionale), darà origine alla maschera taotie tipica dei bronzi dell’epoca Shang (1600 – 1100 a.C.).

Fig. 39 - maschera taotie, nefrite, h. 5.8 cm, tardo neolitico (c. 2000 a.C.), ©Trustees of the British Museum, fonte http://www.britishmuseum.org/explore/highlights/highlight_objects/asia/j/jade_face.aspx

Fig. 40 - maschera taotie, lamina d’oro su bronzo, tarda epoca Shang (c. 1300 – 1100 a.C.), © 2013 National Gallery of Art, Washington , fonte http://www.nga.gov/exhibitions/china1999/137_067.htm
La maschera taotie viene interpretata come la raffigurazione di un essere mitico. Letteralmente, gli ideogrammi che compongono la parola taotie alludono ad un mostro divoratore, però questa denominazione compare solo a partire dal III sec. a.C., in testi che parlano di raccolte d’arte, nei quali si allude al fatto che il taotie ha la testa ma è privo di corpo e divora gli uomini senza masticarli, il che spiegherebbe la totale assenza della mandibola in quasi tutte le sue rappresentazioni, in particolare tutte quelle sui cong del neolitico.
Ancora una volta, è impossibile stabilire se 3000 anni prima di questa descrizione scritta il simbolismo collegato fosse lo stesso.
Fig. 41 - zhang (scettro), nefrite, cultura Longshan, Shandong (Cina sett.), 3000 – 2000 a.C. h. c. 30 cm, Shangai Museum, foto 37
Questo sarebbe appunto un oggetto che, seguendo la seconda ipotesi presentata in precedenza, avrebbe dovuto essere conservato in un cong.
Si tratta di uno scettro zhang, una forma che nacque nel tardo neolitico ma destinata a rimanere pressoché immutata nei secoli, sino alla fine dell’Impero Cinese.
È uno scettro cerimoniale nella forma di una lama ed era forse il più forte simbolo di potere e autorità.
A differenza delle lame del primo neolitico, che sono sempre diritte e puntute, lo zhang presenta una evidente curvatura nella lama e un puntale leggermente arcuato, nonché un guardamano che spesso è molto sporgente.
Mentre la lama è sempre sottile e perfettamente lucidata, l’impugnatura in genere non è lucidata ed ha maggiore spessore.
Fig. 42 - due diversi han, cultura Songze, coste del Lago Tai Hu, Jiangsu (Cina meridionale), 4000-3300 a.C, Shangai Museum, foto 4
Han è una piccola lamina, di cui esistono varie tipologie di sagoma, che veniva posto nella bocca dei defunti. In ciascuna mano veniva posto un oggetto chiamato wo e oggetti chiamati sai chiudevano gli altri orifizi del corpo.
Probabilmente, lo han doveva servire a procurare sostentamento nell’aldilà e i wo erano intesi come una specie di moneta da usare allo stesso scopo. Dopo che il soffio vitale era uscito dal corpo, i sai venivano posti a chiusura degli orifizi per impedire agli effluvi malefici di uscire dal corpo.
In effetti, gli antichi cinesi credevano che ogni essere umano avesse più di uno spirito. Il più importante era lo spirito vitale, che abbandonava immediatamente il corpo all’atto della morte. Gli altri, che erano cattivi e pericolosi, restavano per un certo periodo all’interno del corpo ed era a questi che si doveva impedire l’uscita, perché erano malvagi e quindi potenzialmente pericolosi.
Con l’andare del tempo, forse a cominciare dall’epoca della dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.), all’oggetto chiamato han (solo omonimia con il nome della dinastia?) si sostituì una giada sagomata come una cicala oppure come la sua pupa.
In genere, le cicale sono molto più grandi dello han, per cui non venivano poste all’interno della bocca, bensì sulle labbra. Sicuramente, da allora e sino a tempi molto recenti, una cicala di giada, usualmente di colore giallo bruno, veniva regalata ai bambini appena nati, come augurio di longevità. Posta sulla lingua dei cadaveri, si pensava che avesse la prerogativa di proteggerli dalla corruzione ed era simbolicamente collegata con la resurrezione in un “corpo migliore”, in quanto il bruco della cicala si impupa ed emerge dal bozzolo come insetto completo.
Personalmente, mi resta da capire perché, tra tutti gli insetti che praticano questa forma di metamorfosi, sia stata scelta la poco appariscente cicala, dato che i Cinesi avevano molta dimestichezza con il baco da seta, per esempio, e vi sono farfalle bellissime che compiono lo stesso ciclo. A meno che un altro particolare importante non possa essere stato il frinire della cicala, che a noi suona molto fastidioso. Ora, per quanto conosco della antica musica cinese, essa al nostro orecchio sembra piena di suoni striduli e sgradevoli ma i Cinesi la apprezzano ancora oggi ed è possibile che apprezzassero anche il frinire delle cicale.
I sai posti sugli occhi, inizialmente dei circoletti o delle lastrine, divennero dei pesciolini: nell’attuale cultura cinese 2 pesci rossi significano “anno dopo anno”, una immagine di prosecuzione della vita.
Come per gli altri soggetti già visti, chissà se anche nei tempi antecedenti l’epoca Han le credenze erano le medesime.
Fig. 43/44 - cicale, nefrite, c. 10 cm, cultura Hongshan, 4700 – 2900 a.C., fonte http://www.friendsofjade.org/current-article/2008/4/6/from-pig-to-dragon-neolithic-hongshan-jades.html
Fig. 45 - pesciolino, nefrite albitica, cultura Liangzhu, 5200-2200 a.C., Shangai Museum, foto 23
Probabilmente, la massima espressione della lavorazione della giada nel neolitico cinese si ha proprio con la cultura Hongshan e con la più o meno coeva Liangzhu, che si sono espresse la prima nella Mongolia Interna e la seconda nello Zhejiang, vicino a Shangai.
Si può facilmente constatare, osservando la più semplice delle carte geografiche, quanto siano distanti tra loro le due regioni in oggetto.
Vediamo alcuni altri esempi di splendidi lavori relativi a queste culture.

Figg. 46/47- drago a forma di C, diam. 26 cm zhulong o “drago-maiale”, 5 cm, cultura Hongshan, Cina, Mongolia Interna, c. 3500-3000 a.C., fonte http://www.friendsofjade.org/current-article/2008/4/6/from-pig-to-dragon-neolithic-hongshan-jades.html
Questi oggetti hanno probabilmente dato origine al drago zhúlóng (letteralmente “torcia-drago”) o zhuyin (“torcia che illumina”), figura tipica della mitologia cinese, un animale dal corpo di serpente e dalla faccia umana che in epoca storica è diventato addirittura allegoria dell’Imperatore e simbolo della Cina stessa. I più antichi testi che ne parlano dicono che lo zhulong aprendo e chiudendo gli occhi creava il giorno e la notte e con il suo respiro dava origine ai venti stagionali.
Secondo alcuni autori la forma dell’oggetto, quasi quella di un feto umano, alluderebbe al concetto di fertilità. Tuttavia, molti studiosi concordano sul fatto che lo zhulong della cultura Hongshan sia una forma rappresentativa del cinghiale e quindi alluda alla sua domesticazione, avvenuta in quel periodo (Childs-Johnson, pag. 93). Per i Cinesi il maiale è da sempre simbolo di fertilità e benessere e non è inverosimile che lo stesso sia stato fin dai tempi della sua domesticazione. Nei testi classici di epoca Han (206 a.C. – 220 d.C.) il cinghiale è associato allo Wei, spirito del tuono e del fulmine (Childs-Johnson, ibid.), concetti legati alla giada verde praticamente in tutte le culture utilizzatrici.
L’utilizzo di nefrite verde è tipico della cultura Hongshan, alla quale si deve anche la creazione sia del motivo zhulong che delle cicale, iconografie diffusesi poi in tutta la cultura cinese e tutt’ora resistenti.

Fig. 48 - Figura antropomorfa identificata come “dio sole”, cultura Hongshan, Zhejiang, Cina sud orientale, Museo d’Arte Aurora, Taiwan, fonte http://www.aurora.com.cn/ENT/web_en/_pavilion.do
Questa incredibile statuetta di nefrite viene interpretata come rappresentazione di un antropomorfo dio sole, per cui sul mercato antiquario ci si riferisce spesso ad esemplari analoghi, certamente meno finemente lavorati, chiamandoli “Apollo”.
Il suo volto è quello dello zhulong, il suo corpo è umano, i 4 corni e le 2 orecchie probabilmente rappresentano i raggi solari.
Questo esemplare è stato esposto nel padiglione del Museo taiwanese Aurora all’Esposizione Shangai 2010, sottolineandone la funzione di “guardiano”.

Figg. 49/50- oggetti chiamati “nuvole a gancio”, cultura Hongshan, tardo neolitico (3500 – 2500 a.C.), fonte http://www.friendsofjade.org/current-article/2008/4/6/from-pig-to-dragon-neolithic-hongshan-jades.html
A questi enigmatici oggetti nella letteratura occidentale viene dato il nome di “hooked cloud”, in cinese vengono chiamati gouyunxing. Nei corredi tombali, sono stati rinvenuti deposti sul petto del defunto, per cui si pensa che fossero dei pendenti, visto anche il foro di sospensione. È considerato molto probabile che durante la vita venissero portati appesi ad una collana, come testimonianza dell’alto grado sociale del proprietario.
L’analisi dell’iconografia ha stabilito che il motivo centrale arricciato altro non è che una variante dello zhulong, il drago-maiale, mentre le grandi protuberanze laterali sono il profilo del suo “muso”. Di conseguenza, il significato era probabilmente il medesimo, un augurio di prosperità e benessere rafforzato dalla molteplice rappresentazione dello zhulong. Nell’esemplare a destra, il motivo sulle piccole protuberanze viene identificato con il profilo di un uccello.
Fig. 51 - tubo a zoccolo di cavallo, cultura Hongshan, tardo neolitico (3500 – 2500 a.C.), h. c. cm. 14, foto Miao Yajie, fonte http://bjtoday.ynet.com/article.jsp?oid=922457&pageno=1
Oggetti come questo, proveniente da una tomba del sito di Niuheliang, detti “tubi a zoccolo di cavallo” vengono normalmente rinvenuti nelle tombe, dietro il collo del defunto, per cui, vista anche la forma, si pensa che servissero a fermare la coda di capelli.
Anche dei cosidetti tridenti non si conosce la funzione, anche se il fatto che su ciascuno dei “rebbi” del tridente presenti una perforazione passante induce a pensare che venissero in qualche modo sospesi.
L’oggetto visibile nelle prossima foto mostra una evidente alterazione albitica di notevole spessore, tipica degli oggetti funerari dei siti di Fonshan e Yaoshan. Tale alterazione è dovuta all’esposizione degli oggetti ad un fortissimo calore.
Tipica degli stessi siti è anche la complicata versione della maschera incisa sulla faccia anteriore del “tridente”.

Fig. 52 - Huang ovvero il cosidetto “tridente”, h. c. 6 cm, cultura Liangzhu (3400 – 2250 a.C.), da Yaoshan o Fanshan, Hangzhou (Cina meridionale), Liangzu Culture Museum, Hangzhou; sulla sommità dei rebbi si nota l’ingresso dei fori passanti, notare anche la sottile e complicata incisione, versione locale di una maschera del tipo taotie tipicamente incisa sui cong; © 2012 DestinAsian Media Private Ltd. http://www.destinasian.com/wp-content/uploads/Jade-at-Liangzu-Museum2.jpg
L’esposizione ad una fonte di calore molto forte è uno dei sistemi tutt’ora adottati per “antichizzare” oggetti che compaiono sul mercato antiquario.
Si noti che le giade cinesi del neolitico sono state oggetto di collezionismo sin da tempi molto antichi ed erano molto apprezzate e quotate.
Per questo motivo, sin dalle prime epoche imperiali sono apparse sul mercato cinese repliche antichizzate degli oggetti neolitici, repliche che oggi sono pure molto quotate in quando veri e propri “falsi d’epoca”, testimoni di un costume antico.
Allo scopo di dare ad oggetti in nefrite l’aspetto antico sono stati e sono tutt’oggi utilizzati vari sistemi, dall’esposizione ad una forte calore al seppellimento per un consistente periodo di tempo in terreni fortemente acidificati e arricchiti di ossido di ferro.
Nel caso dell’oggetto in esame, però, la patina albitica è stata creata dall’esposizione ad un forte calore ancora in antico, pratica frequente nei riti funebri dei siti di cultura Liangzhu e non solo.
Il motivo è forse da ricercarsi nell’esigenza di “neutralizzare” la carica spirituale di questi oggetti, per renderli “inoffensivi”. Probabilmente, simili oggetti appartenevano a personaggi dalla personalità molto potente, della cui forza si caricavano, e sarebbero stati pericolosi nel caso fossero caduti nelle mani sbagliate.
Una caratteristica delle nefriti Liangzhu è quella di essere, in genere, di piccole dimensioni e di portare quindi incisioni molto fini: il “tridente” dell’immagine è alto circa 6 cm, quindi i solchi che formano l’immagine incisa hanno uno spessore medio di circa1/2 mm, alcuni anche meno.
Un’altra caratteristica è di essere state prodotte con nefrite fluviale locale (l’area di diffusione di questa cultura è prossima al delta dello Yangtze), di colore spesso bianco latteo in quanto molto ricca di tremolite.
Ho cercato di illustrare una panoramica di oggetti prodotti con la nefrite dalle culture neolitiche cinesi. Questa panoramica è forzatamente ridotta agli oggetti più caratteristici, più significativi, o meglio, a quelli che hanno lasciato maggiore traccia nelle successive culture di quella zona del mondo. Ma la produzione neolitica cinese di oggetti in nefrite non si limita a quanto ho brevemente cercato di illustrare. Innumerevoli sono le riproduzioni di animali, per esempio, e vi sono anche pregevoli esempi di fermagli da veste e cintura.
Ho citato all’inizio del paragrafo gli indirizzi di due collezioni fotografiche, realizzate da Gary Lee Todd, relative ai reperti visibili nei musei di Shangai e Nanjing. Li riporto nuovamente, a beneficio di chi ancora non fosse “annoiato” e volesse dare una occhiata anche alla evoluzione della lavorazione di nefrite e giadeite in Cina successivamente al neolitico
museo di Shangai https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery
museo di Nanjing http://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/NanjingMuseumJade
Quali tecniche utilizzarono i neolitici cinesi per realizzare manufatti così splendidi? L’interrogativo ha una sua risposta solo a partire dal V sec. a.C., quando gli artigiani ebbero a disposizione sia il tornio e gli strumenti a ruota sia soprattutto gli strumenti metallici, in bronzo e acciaio. Inoltre, è quasi certo che almeno a partire da quel periodo i cinesi già utilizzavano strumenti con punta in diamante.
Ma nel neolitico?
Le antiche cronache ci parlano di coltelli speciali che riuscivano a tagliare la nefrite come se fosse grasso e di unguenti che la rendevano tenera come il burro, unguenti di cui ciascun artigiano possedeva la sua particolare e segreta formula.
Credo che queste cronache, risalenti al massimo alla prima epoca imperiale, tentino di spiegare qualcosa che già ai cinesi del V sec. a.C. sembrava incredibile, perché le spiegazioni addotte sembrano assolutamente inattendibili.
Un unguento che renda tenera la pietra sembra fantascientifico e un coltello che tagli la nefrite dovrebbe avere la lama di quarzo o di una pietra ancor più dura e comunque nemmeno realizzando una lama con questi materiali si riuscirebbe a tagliare la nefrite con facilità.
Delle tecniche utilizzate dai cinesi nel neolitico riusciamo a ricostruire con sicurezza, attraverso le tracce lasciate dagli utensili utilizzati, solo quelle relative alla realizzazione dei fori.
Possiamo avanzare ipotesi attendibili anche riguardo alla realizzazione dei bi, delle coppelle a sezione circolare e per i rilievi circolari a bottone: sono tutte applicazioni di una qualche variante di trapano.
Per quanto riguarda i bi, che hanno diametro anche molto grande, probabilmente si utilizzava una “trapano” la cui asta era costituita da un tronchetto di canna di bambù di diametro adeguato, dato che esso può raggiungere tranquillamente i 30 cm.
Le incisioni probabilmente venivano realizzate utilizzando lame appuntite in selce, ossidiana o meglio ancora quarzo, molto più resistente.
Il taglio si suppone avvenisse con archetti a corda, come nel moderno traforo, partendo da forellini praticati con un trapano.
E poi, ore e ore di pazientissimo lavoro.
6.2. Nefrite e giadeite nel neolitico del Giappone
In Giappone la giada è stata lavorata dalla seconda metà del periodo Jōmon (10500 – 300 a.C.) alla fine del successivo periodo Kofun (300 a.C.- 600 d.C.), quindi approssimativamente dal 3500 a.C. al 600 d.C.
La cultura Jōmon fu probabilmente espressione della prima popolazione che colonizzò l’intero arcipelago del Giappone, al tempo in cui esso era unito alla terraferma, forse attorno al 13000 a.C.
Di questa popolazione nel Giappone propriamente detto restano ormai pochi individui, gli Ainu, che oggi vivono nell'isola di Hokkaido. Poco più numerosi sono quelli che abitano l’arco delle isole Curili e la parte meridionale dell’isola di Sakhalin.
Le prove archeologiche ci dicono che i loro primi insediamenti neolitici erano situati nell’isola di Kyushu, dove lavorarono sin dal neolitico iniziale la selce e l’ossidiana, per produrre oggetti utilitaristici, come raschiatoi, scalpelli, punteruoli, punte di freccia e lame di vario tipo.
A partire dal tardo periodo iniziale Jōmon, intorno al 3500 a.C., compaiono nelle tombe oggetti in pietra che non hanno più funzione utilitaristica, ma sembrano destinati ad uso ornamentale, con funzione di pendenti da collana o da orecchino.
Questi oggetti sono realizzati con pietre particolari, serpentiniti, ambra e soprattutto giadeite.
La loro produzione era concentrata nell’isola di Honshu, distretto di Niigata, dove c’è il più importante
affioramento di giadeite in Giappone e i più antichi esempi sono stati rinvenuti nelle tombe del sito di Tenjin C (circa 150 km a ovest di Tokyo), tombe datate a prima del 3500 a.C.


Fig. - 53/54 A sx pendenti in giadeite, serpentinite (227) e ambra (225) del medio periodo Jōmon (3000 a.C.—1000 a.C.); a dx, il più antico pendente rinvenuto sino ad oggi in Giappone, nel sito Tenjin C, prov. di Yamanashi, fine periodo iniziale Jōmon, c. 3500 a.C.; immagini da: Ilona Bausch - Jade, amber, obsidian and serpentinite: the social context of exotic stone Exchange networks in central Japan during the late middle Jōmon period, Durham Theses, Durham University
A testimonianza della valenza attribuita a questi oggetti e delle estese rotte di scambio già allora esistenti, compaiono numerosi anche nell’isola di Hokkaido, a più di 600 km di distanza dalla zona di estrazione della giadeite e produzione degli oggetti.
Assieme agli oggetti in giadeite, che hanno forme molto semplici, sono stati rinvenuti anche molti scalpelli in serpentino e qualche raro pendente in nefrite.
Tuttavia, i più noti prodotti di questa cultura in pietre dure, in particolare in giadeite, sono gli oggetti chiamati magatama, che compaiono molto più tardi, a partire dal 1000 a.C.
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Fig. 55 - Magatama in terracotta, agata e giadeite, tardo periodo Jōmon, Royal Museum di Edimburgo, foto Pschemp http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Magatama.jpg
Fig. 56 - Magatama del periodo Kofun, c. 400 d.C., Tokio, Museo Nazionale, foto Kakidai, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:Magatamas.JPG
La loro funzione non è nota con certezza, ma dalla loro forma alcuni pensano che venissero utilizzati come pendenti da orecchino. Tuttavia, i rinvenimenti nei corredi funerari sopratttutto coreani (v. par. successivo), i racconti mitici e quanto (poco) si conosce circa l’oggetto chiamato Yasakani no Magatama (v. oltre), ci inducono a credere che i magatama venissero utilizzati come elementi di collane
La produzione per così dire storica dei magatama cessò con la fine del periodo Kofun (538 d.C.). Dato, però, che la religione scintoista, fino al 1945 religione di stato del Giappone e ancor oggi molto seguita, considera i magatama preziosi e potenti portafortuna, la loro produzione è stata ripresa come replica in tempi moderni.
Fig. 57 - Tavolozza di magatama di produzione contemporanea
Al giorno d’oggi, magatama sono utilizzati dai preti shintoisti durante alcune loro cerimonie. Inoltre, sono utlizzati da donne-shamano delle isole Ryukyu, in particolare a Okinawa, chiamate noro o miko, durante rituali religiosi.
Gli archeologi e gli storici non sono attualmente in grado di spiegare con certezza l’origine e il significato della forma dei magatama.
Per quanto riguarda la loro origine, si è ipotizzato che siano creazioni delle popolazioni della cultura mongolo-siberiana di Pazyryk, in particolare di quelle tribù che consideravano loro animale totemico l’orso. Questo forse perché anche gli Ainu, protagonisti del periodo Jōmon, tutt’ora considerano sacro l’orso.
Quindi, i magatama non sarebbero altro che una stilizzazione dei canini o delle unghie dell’orso.
Dal punto di vista di quanto i magatama vogliono rappresentare può essere che effettivamente sia così.
Ma sembra improbabile che l’idea sia arrivata dai Pazyryk, perché i più antichi esemplari di oggetti simili ai magatama rinvenuti sino ad oggi nei tumuli delle genti di questa cultura risalgono al massimo al 600 a.C., ben dopo il documentato inizio della produzione dei magatama Jōmon.
Inoltre, è problematico considerare nella cultura Pazyryk gli oggetti “a virgola” come legati alle tribù dell’orso e al culto nei confronti di questo animale, in quanto questi oggetti risultano essere stati utilizzati come ornamento dei finimenti dei cavalli.
Circa il loro significato, gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi, di cui 4 sono le meno controverse: i magatama potrebbero rappresentare la forma delle zanne o degli unghioni di un animale (in particolare l’orso, come accennato in precedenza), quella di un feto, una falce di luna oppure simboleggiare la forma dell’anima.
Alcuni pensano che fossero collegati al regno dei morti e venissero usati dagli shamani nelle loro cerimonie, ma accettando l’ipotesi che rappresentino un feto, sarebbero collegati alla fertilità, alla benedizione rappresentata da una nuova nascita e alla prosperità.
Per quanto riguarda il misterioso Yasakani no Magatama citato in precedenza, esso è uno dei 3 oggetti che costituiscono i paraphernalia dell’Imperatore del Giappone (gli altri due sono la spada Kusanagi e lo specchio Yata no Kagami).
Le testimonianze storiche ci dicono che questi 3 oggetti vengono presentati al nuovo Imperatore durante la cerimonia di intronizzazione almeno dall’anno 690, ma di essi non esistono immagini di alcun genere, né disegni né foto. Il loro vero aspetto è noto solo all’Imperatore e ai pochissimi monaci shintoisti che ne sono i custodi e durante la cerimonia di investitura imperiale vengono presentati avvolti in un panno, per cui non sappiamo quale sia il loro aspetto né di quale materiale siano fatti. Secondo la tradizione, furono portati sulla terra da Ninigi no Mikoto, mitico iniziatore del lignaggio imperiale giapponese, figlio della dea solare Amaterasu. Per questo, sono il simbolo della divina discendenza dell’Imperatore dalla dea progenitrice e ne confermano la legittimità di sommo governante. Si ipotizza che Yasakami no Magatama sia un grande magatama di giadeite, la cui estremità “maggiore” avrebbe forma subsferica, quasi una palla forata al centro da cui esce una lunga virgola e quindi sarebbe notevolmente diverso, nella forma, da quelli del periodo Jōmon.
Durante l’epoca Nara (710 – 784 d.C.) pare che i monaci buddhisti usassero i magatama come grani per i loro mala, le coroncine da preghiera, e un magatama è stato inserito nella corona della grande statua di Buddha del tempio di Tōdaiji Hokkedō, a Nara appunto.
A parte la recente ripresa del modello magatama, la giadeite in Giappone non viene più lavorata da 1500 anni. Però è interessante notare come i facoltosi Giapponesi di oggi siano accaniti collezionisti di antiche giade cinesi.
I magatama moderni sono considerati rappresentazioni dello spirito umano (hitodama) e si crede che portarne uno costituisca una protezione contro i kami, pericolose forze della natura e spiriti che abitano gli alberi (per es., Susanoo è il kami del vento e della tempesta).
È molto interessante notare che due magatama accostati, uno bianco e l’altro nero, formano il simbolo taoista dello Yin-Yang.
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Fig. 58 - il simbolo dei due opposti yin e yang, che in cinese si chiama Tàijitu (t’ai chi t’u) e in giapponese Dōkyō, dis. Gregory Maxwell, fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Yin_e_yang
La forma del magatama, inoltre, è molto simile a quella del tomoe, un simbolo di forma falcata che viene spesso riunito in numero di tre, in maniera da formare una immagine del tutto simile a quella del triskele celtico. Sotto questo aspetto, per alcuni riassume simbolicamente l’esperienza ninjiutsu, l’arte marziale sviluppata nel periodo feudale del Giappone ed è ancora interessante notare che il nome taoista del simbolo precedentemente visto si richiama al Taiji, l’interazione tra gli opposti che ha come espressione l’arte marziale taijiquan o t’ai chi ch’uan.

Fig. 59 - Mitsudomoe, il triplice tomoe, disegnato su un tamburo Taiko, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:Tomoe.jpg
6.3 Giadeite nel neolitico della Corea
La lavorazione della giada, in particolare giadeite importata dal Giappone, appare in Corea durante il VI sec. a.C., anche se la presenza di piccoli oggetti di questo materiale è inizialmente sporadica.
Diventa frequentissima nelle tombe del periodo Silla (57 a.C. – 935 d.C.), quando l’elite dei tre regni che controllano il paese risulta molto legata alla corrispondente classe giapponese: all’epoca, nobili coreani risultano risiedere permanentemente in Giappone e le loro tombe sono presenti sul territorio nipponico (non è peraltro chiaro se si trattasse di ambascerie permanenti o di nobili trattenuti in ostaggio).
L’influenza della cultura giapponese Kofun, che si sviluppa appunto poco prima dell’epoca coreana Silla, divenne talmente forte, che anche elementi simbolici tipici della cultura nipponica di quel periodo si imposero tra l’elite coreana, al punto che nelle tombe coreane dell’epoca compaiono, molto numerosi, oggetti analoghi ai magatama giapponesi.
In coreano hanno il nome di gobeunok o gogok (si trovano anche i termini kogok e kokkok, dipende dalle trascrizioni) e hanno misure che variano tra 1 e 10 cm.
Sono famosi gli esemplari rinvenuti nelle tombe reali dei sovrani del cosidetto Periodo dei Tre Regni, chiamato anche Silla dal nome del maggiore e più importante dei tre.
Oltre che essere incastonati nelle corone regali, furono utilizzati per formare collane, cinture e braccialetti.
Come per gli Ainu, che condividevano con tribù siberiane il culto dell’orso, il fatto che nelle tombe regali coreane siano presenti palchi di cervo e corone a forma di albero cosmico ha fatto pensare ad una possibile influenza della cultura Pazyryk perché nelle tombe di questa cultura si rintracciano elementi analoghi.
Abbiamo visto nel par. precedente, però, che in Giappone i più antichi magatama precedono di almeno 400 anni i primi esempi noti di elementi decorativi Pazyryk a “virgola”.
Nel caso dei gobeunok o gogok coreani, quindi, forse si assiste alla sovrapposizione di una duplice influenza, quella della cultura giapponese Kofun e quella della cultura mongolo-siberiana Pazyryk.
Fig. 60 - collana in giadeite, da una tomba coreana del periodo Silla, foto Pschemp, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:Magatamarm.jpg

Fig. 61 - Pendenti, oro e giadeite, da una tomba reale del periodo Silla, © 2012 - mapase.com, fonte http://www.mapase.com/gogok-381959
La produzione di oggetti in giadeite, tuttavia, continuò in un altro dei 3 regni, il Goryeo (918~1392)


Fig. 62/63 - a sx, fibbia di cintura, giadeite, epoca Goryeo (918 – 1392), a dx ornamento a forma di anatra mandarina, id., Colonia, Museum für Ostasiatische Kunst (dal catalogo del museo, pagg. 247-249)
6.4. Giada nel neolitico europeo
L’uomo europeo del neolitico ha prodotto numerosi oggetti in nefrite, giadeite, onfacite, eclogite (altri due pirosseni sodici di colore prevalentemente verde chiaro) e serpentino, caratterizzati però da una scarsa differenziazione nelle forme.
In pratica, con questi materiali sono stati realizzati principalmente scalpelli e teste di ascia o accetta.
La caratteristica principale è che gli utensili realizzati con questi materiali non mostrano quasi mai tracce d’uso e sono quasi tutti realizzati con pietre di varie tonalità di verde. Questo porta a pensare che fossero oggetti di uso rituale e che al colore venisse attribuita una speciale valenza.
Ho già accennato al fatto che le culture cinesi ammettevano un collegamento tra alcuni oggetti in nefrite e il tuono e il fulmine. Ciò sembra ancor più valido per le culture europee, mesoamericane e Maōri: le asce e le accette in pietra verde, segnatamente in giadeite e nefrite, sono praticamente da sempre legate al tuono e al fulmine.
Per quanto riguarda le culture mesoamericane e Maōri, abbiamo notizie storiche precise e per quelle cinesi abbiamo notizie storiche a partire dall’età del bronzo, quindi immediatamente successive il neolitico.
Per il neolitico europeo non abbiamo ovviamente notizie scritte, dobbiamo quindi affidarci all’analisi dei luoghi, delle modalità e delle condizioni nei quali questi oggetti vengono rinvenuti.
Nelle sepolture maschili del neolitico, un po’ in tutta Europa i defunti venivano deposti con il loro corredo di asce e accette, simbolo probabilmente di virilità e potenza. E più il defunto era importante, più belle, lucide e poco usate come utensili sono le asce del corredo.

Fig. 64 - lama di accetta da Fiè allo Sciliar, Alto Adige, Neolitico medio, IV millennio a.C., pietra verde, 13.5 cm. Museo Archeologico dell’Alto Adige, Bolzano © 2013 | Museo Archeologico dell’Alto Adige, fonte http://www.iceman.it/it/ascia
Passati gli uomini all’uso dei metalli e dimenticata la tecnologia dell’età della pietra, già in epoca pre-romana e ancor di più in epoca romana arando i campi o praticando scavi per la fondazione di edifici capitava casualmente di rinvenire oggetti simili, spesso in luoghi molto lontani da quelli nei quali la pietra verde viene facilmente rinvenuta.
Così gli antichi tentarono di spiegarsene l’origine pensando alle uniche forze loro note che potessero modificare la struttura della pietra: il fulmine e il fuoco, tra l’altro legati dal fatto che il fuoco viene spesso originato dal fulmine.
Convinti che un fulmine non potesse colpire 2 volte lo stesso punto/oggetto, cominciarono a seppellire queste accette ed asce al di sotto dei loro focolari, affinché proteggesse loro e le loro case.
Questa usanza è durata nelle campagne italiane fino a non moltissimi anni addietro (almeno nel Veneto, nelle cui campagne è relativamente frequente, durante l’aratura profonda, rinvenire ancora oggi sepolture del neolitico). E c’è ancora chi le raccoglie e le deposita sul caminetto, pur di non denunciarle alla Soprintendenza.
Non dimentichiamo poi le saghe norrene, nelle quali il dio del tuono, Thor, provoca fulmini, saette e tuoni con il suo potente martello. Certo, siamo molto lontani dal neolitico, ma a partire dalle considerazioni precedenti alcune supposizioni mi sembrano comunque lecite.
Il fulmine incendia gli alberi della foresta e li abbatte, così come facevano gli uomini del neolitico, abbattendo i grandi alberi della foresta con il fuoco acceso alla loro base e tagliando con le accette e le asce gli alberelli e il sottobosco, creando spazi per la nascente agricoltura. Molte pietre, percosse tra di loro, lasciano scaturire scintille che possono essere utilizzate per accendere il fuoco e le pietre verdi hanno il colore della vegetazione.
Quindi, l’associazione accetta/ascia in pietra – fuoco - fulmine non sembra tanto peregrina e di conseguenza un legame con il focolare. Altrettanto dicasi per l’associazione tra l’accetta/ascia, particolarmente in pietra verde, e l’abbondante produzione agricola.
Sarà stato così? Chissà…

Fig. 65 - lame di accetta/ascia e scalpelli in pietra verde, dalle Valli del Fimòn, Museo Naturalistico Archeologico, Vicenza, fonte http://www.museicivicivicenza.it/zoom.php?i=/file/foto1g-6647.jpg&c=6647&t=s1
Fig. 66 - lama di accetta, giadeite, h.cm 8, da Carcassonne, coll. Damour, Museum de Toulouse, foto Didier Descouens, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Hache_Carcassonne_Global_Noir.jpg
Fig. 67 - lama di accetta/ ascia neolitica in giadeite, h. cm. 10.7, da Colomiers (Alta Garonna, Pirenei francesi), Museum de Toulouse, foto Didier Descouens, fonte https://en.wikipedia.org/wiki/File:Hache_222.1_Global_fond.jpg

Fig. 68 - lame di accetta/ascia neolitiche rinvenute in Scozia e nell’isola di Man, da Pierre Pétrequin et al., Neolithic Alpine axeheads, from the Continent to GreatBritain, the Isle of Man and Ireland,, fonte http://www.academia.edu/1962801/Neolithic_Alpine_axeheads_from_the_Continent_to_Great_Britain_the_Isle_of_Man_and_Ireland
L’esame spettroradiometrico condotto su 20 esemplari rinvenuti nelle Isole Britanniche ha consentito di stabilire che il materiale con cui sono stati realizzati proviene dalle pendici del Monviso, dove affioramenti di giadeite sono stati sfruttati fin dalla fine del VI millennio a.C.
Recenti studi pubblicati da Pierre e Anne-Marie Pétrequin attestano che lame di accetta prodotte alle falde del Monviso, in Piemonte, e del Monte Beigua, in Liguria, sono state rinvenute in giro per tutta l’Europa, dall’Irlanda settentrionale e occidentale, alla Bulgaria, alla Danimarca, alla Sicilia, testimoniando l’estensione delle rotte commerciali e la grande importanza attribuita a questi manufatti.
Lo studio delle tipologie e delle caratteristiche di manifattura conferma l’ipotesi che alcuni esemplari rinvenuti in Bretagna siano anche stati prodotti nella stessa zona delle Alpi italiane (a Carnac ne sono stati rinvenuti 12 esemplari, datati attorno al 4000 a.C.).
Blocchi di giadeite grezza provenienti dall’affioramento sito sul Monviso, a circa 2000 mt di altezza, vennero esportati fino a quella zona, dove furono lavorati da artigiani locali per produrre lame d’accetta e d’ascia, copiando i primi originali, prodotti in Piemonte ed esportati già finiti.
Queste lame sono praticamente uguali a quelle raffigurate sui menhir della Bretagna e sulle pietre monumentali di Morbihan (Gavrinis).
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Fig. 69/70 - lame di accetta/ascia incise sulle pietre del dromos della tomba di Larmor Baden, Morbihan, isola di Gavrinis, al largo della Bretagna, foto Didier Truffaut/Françoise Guy, fonte http://www.ml-communication.fr/gavrinis/content/bin/images/thumb/_7897905595.jpg http://www.ml-communication.fr/gavrinis/content/bin/images/thumb/_1132221113.jpg
In giro per l’Europa sono state rinvenute almeno 1800 lame, prodotte con la giadeite del Monviso e datate tra il 4800 e il 3800 a.C.,
Ben 286 sono state rinvenute in contesti non funerari, sepolte a gruppi in 65 diversi depositi. Inoltre molte lame sono state rinvenute “fuori contesto”, cioè non in tombe né in depositi, bensì molto spesso sepolte in vicinanza di una cascata o un fiume o uno specchio d’acqua e più raramente ai piedi di un menhir.
Queste modalità di deposizione non sembrano casuali, bensì testimoni di un culto legato agli oggetti stessi e ai luoghi nei quali sono stati depositati. Chi li depositò li aveva fatti diventare oggetti sacri che permettevano ai membri delle elites del tempo, gli stessi che venivano sepolti con il corredo costituito da oggetti del medesimo tipo, di mettersi in contatto con i poteri soprannaturali, soprattutto quelli che governano le acque e quindi la fertilità e l’abbondanza.
Non mi sembra un caso nemmeno il fatto che simili concetti siano stati legati alla giada, in particolare quella di colore verde, in culture neolitiche così diverse e lontane tra loro, come quelle cinesi già illustrate e quelle mesoamericane e dell’Oceania.
Non credo si possa avanzare l’ipotesi di un qualche collegamento diretto tra queste popolazioni, sia per la grande discontinuità territoriale sia per l’evidente iato temporale.
Sono fermamente convinto, invece, che il tutto nasca da quei concetti ancestrali, dovuti ai processi logici comuni alla mente umana di tutte le genti, che hanno portato ad elaborare simbologie uguali in culture diverse anche molto lontane tra loro sia nello spazio che nel tempo (penso ad esempio alla simbologia legata alla spirale, alla doppia spirale, alla svastica, alla croce…).
Nel caso della pietra verde in generale e della giada verde in particolare, posso tentare di ipotizzare i passaggi.
Inizialmente, le pietre verdi venivano rinvenute nel letto dei fiumi ed erano pietre con una particolare resistenza agli urti, fossero esse serpentini, omfacite/eclogite, nefrite o giadeite.
Il richiamo tra il colore della pietra e quello apparente dell’acqua era evidente e forse si affacciò l’idea che la pietra verde altro non fosse che acqua solidificata.
Quella pietra verde tratta dall’acqua verde era l’ideale per produrre utensili che servivano a diradare la vegetazione verde onde creare spazio per le crescenti pratiche agricole, i cui prodotti a loro volta si presentavano come erbe verdi e necessitavano di acqua verde per produrre cibo. Quindi ecco un doppio legame acqua – pietra verde: la pietra verde è acqua solida, l’acqua verde è il nutrimento delle verdi erbe, in particolare di quelle che servono per scopi alimentari, e la pietra verde, come l’acqua, è di grande aiuto nelle pratiche agricole.
Forse contemporaneamente nacque anche l’associazione accetta/ascia – fulmine – fuoco – focolare domestico, di cui ho parlato precedentemente.
Fra tutte le pietre, verdi e non, la nefrite e la giadeite sono le più resistenti agli urti, le più difficili da lavorare, quelle che conservano meglio il filo e che acquistano una maggiore lucentezza, un vero e proprio traslucido brillio. La giadeite, per di più, è anche rara, difficile da trovare e quindi già di per sé è un “bene di lusso”.
Inoltre, gli oggetti prodotti con nefrite e giadeite sembrano incorruttibili.
Mi pare che ci siano motivi a sufficienza perché gli oggetti ricavati da queste pietre venissero considerati degni di essere utilizzati solo in modo speciale, per esempio come offerta alle divinità in cambio di abbondante produzione agricola.
Il neolitico è anche un’epoca di transizione, il momento in cui le società si stavano organizzando in modo da ripartire i compiti tra i vari membri e si venivano costituendo delle gerarchie al loro interno.
Quindi, l’altro modo speciale di utilizzare questi oggetti fu quello di attribuire loro il significato di simbolo del prestigio e del ruolo di personaggi di alto rango sociale, probabilmente quelli che venivano reputati in grado di mettersi in contatto con le divinità e che forse, mentre officiavano particolari cerimonie, utilizzavano quegli oggetti speciali come mezzo di comunicazione con il mondo soprannaturale.
Gli utensili o meglio le lame di accetta/ascia non sono gli unici oggetti prodotti con giadeite e nefrite dall’uomo neolitico europeo.
Sicuramente sono state prodotte anche teste di mazza, ma i più comuni manufatti di forma diversa dalle tre elencate fin’ora sono anelloni-bracciali, prodotti sia pur raramente in giadeite, più frequentemente in serpentino. Questi anelloni vengono rinvenuti nelle sepolture accanto ai resti ossei, in particolare alle estremità delle braccia o in prossimità dei gomiti, per cui si pensa che fossero utilizzati come braccialetti. Data la preziosità della pietra con cui venivano realizzati, in caso di rottura a volte i pezzi venivano riutilizzati.
Fig. 71 - Frammenti di bracciali-anelloni in pietra verde da Fiorano Modenese, primo neolitico, corda max cm 11, Modena, Museo Civico Archeologico Etnologico, © Provincia di Modena, fonte http://www.sistemonet.it/sistemonet/imageArchaeology-action.do?id=1097

Fig. 72 - Lame di accetta/ascia, anellone e frammento, fine V mill. a.C., Piadena, Civico Museo Archeologico, fonte http://www.museo-piadena.net/eta%27_degli_agricoltori/neolitico/scheda_6.htm. Al centro, un anellone e un frammento di uno più piccolo, rilavorato: le estremità sono state smussate e vi sono stati praticati due fori, per adattarlo probabilmente come pendente
fig. 73 Anellone-bracciale in pietra verde, VI mill.a.C, Centro Visite Storico-Archeologico di Sammardenchia, fonte http://www.comune.campoformido.ud.it/OLD_Archeologia/I_Materiali_Archeologici/immagini/IMaterialiArcheologici3
L’anellone proviene dal sito neolitico di Sammardenchia, in comune di Pozzuolo del Friuli, ed è realizzato con pietra verde, probabilmente eclogite o giadeite, proveniente delle Alpi piemontesi o dall’Appennino Ligure (Monviso o Monte Beigua, insomma).
Probabilmente questi oggetti erano ornamenti destinati a dimostrare l’alto rango sociale delle persone che ne erano in possesso. Vengono rinvenuti anche in tombe di individui in età infantile, il che porta a pensare che le distinzioni di rango fossero già definite fin dalla nascita, in base all’appartenenza familiare.
Non sono riuscito a trovare tracce in merito in letteratura, ma non mi sembra improbabile che siano stati prodotti, utilizzando giadeite e nefrite, dei brassard, le tipiche placchette che servivano a proteggere il polso degli arcieri.

Fig. 74 - Da Jade, cons.ed. Roger Keverne, Lorenz Books, Anness Publishing Ltd., London, 1998, pag. 261 fig. 2; foto Spink and Son
La foto sopra illustra uno dei pochi esempi noti di manufatti neolitici europei in giadeite che non siano utensili o anelloni. Si tratta di 3 placchette la cui forma ricorda quella di una farfalla.
Il “corpo” della farfalla, cioè il rilievo che si vede al centro dei manufatti, è cavo, presenta un foro passante, perciò si pensa che fossero dei pendenti o elementi di collana (la didascalia originale li chiama “jade beads” cioè letteralmente “perline di giada”, ma sarebbe più corretto definirle casomai “conterie”, termine che in inglese non ha un preciso equivalente).
Questi manufatti sono stati rinvenuti in Gran Bretagna, il più grande misura 3.2 cm, il più piccolo 1.8 cm.
Quale simbologia sia legata a questi oggetti è molto difficile dirlo: se fossero veramente rappresentazioni di farfalle, penso che il loro significato sarebbe analogo a quello delle cicale cinesi, ossia un simbolo legato all’idea di resurrezione, dato che anche i bruchi delle farfalle “muoiono” impupandosi per “rinascere” dalla crisalide come bellissimo (a volte) insetto perfetto.
Curiosamente, questi oggettipresentano una certa somiglianza, sia nelle fattezze che nelle dimensioni, con le cosidette aquile della cultura cinese Hongshan, anche se queste sono molto più chiaramente identificabili come rappresentazioni di uccelli rapaci (vedi coda ben delineata e testa con becco).
Fig. 75 - Aquila, cultura Hongshan, Cina, tardo neolitico (3500 – 2500 a.C.), foto Gary L. Todd, Ph.D., Professor of History, Sias International University, Xinzheng, Henan, China,, fonte https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery#5519187040033497154
Un oggetto veramente eccezionale è questo, che voglio illustrare brevemente anche se non è né di nefrite né di giadeite, almeno a giudicare dall’aspetto in foto.

Fig. - 76 ciottolo in pietra levigata dal Riparo Gabàn, Trento, primo neolitico, 4900-4700 a.C., h 13 cm, © 2011 Fondazione Bruno Kessler, Trento, fonte http://storiaterritoriotrentino.fbk.eu/sites/storiaterritoriotrentino.fbk.eu/files/styles/medium/public/I_et%20%20antica-p256_img_24.jpg?itok=Ni1X_vrF
Il motivo per cui lo voglio illustrare è che vedremo oggetti simili nel prossimo paragrafo, dedicato alla Mesoamerica, segnatamente laddove si parla della cultura della Gran Nicoya.
Si tratta di un ciottolo in pietra levigata, rinvenuto negli strati datati al Neolitico Antico (4900-4700 a.C.) del Riparo Gabàn, che si trova poco sopra Trento.
La statuetta sembra ricavata da un ciottolo fluviale poco modificato nella forma generale che è quella da cui si partiva per realizzare una lama di accetta/ascia (nel letto dell’Adige, fiume che attraversa Trento, ciottoli di questa forma approssimativa sono frequenti).
Il ciottolo è stato perfettamente levigato (se si tratta di un ciottolo fluviale probabilmente era già abbastanza levigato sin dal momento in cui è stato raccolto) e su una delle facce è stata profondamente e accuratamente incisa una figura antropomorfa.
Da notare che, pur essendo i tratti facciali decisamente esagerati, sono state evidenziate anche le orecchie, in posizione anatomicamente corretta, mentre il corpo non è delineato, sembra quasi avvolto in un indumento contenitivo, del tipo delle fasce da neonato.
Non ho trovato in letteratura alcun tentativo di interpretazione della simbologia legata a questo oggetto, se non la definizione generica di “idoletto falliforme”. Credo in effetti che siamo in presenza di una qualche divinità, nell’interpretazione generica attribuitagli dovrebbe essere legata alla fertilità, ma sarebbe necessario capire cosa significano i segni incisi sul corpo.
Concludo questo paragrafo uscendo dal tema con una osservazione tecnica circa le ipotesi di utilizzo di accette ed asce da parte dei neolitici.
Non condivido parte di quanto si legge invariabilmente su questi utensili e cioè che l’abbattimento degli alberi veniva effettuato per mezzo di essi. Considero molto improbabile che anche i grandi alberi venissero abbattuti con le asce e le accette, per un motivo molto semplice: l’eccessiva quantità di tempo e lavoro necessaria allo scopo.
Recenti lavori di archeologia sperimentale hanno evidenziato il fatto che quattro persone, lavorando con accette in pietra levigata, hanno impiegato 32 h per abbattere una pianta di pino di 80 anni di età, avente 91 cm circa di diam., dimensione giudicata necessaria per costruire una canoa monossila. Praticamente, 4 persone al lavoro per almeno 3 giorni, senza la possibilità di fare nient’altro, per abbattere un bell’albero.
Una pianta dal tronco di simili dimensioni doveva essere quasi la norma, nelle foreste del tempo, il che significa che disboscare un ettaro di terreno forestato, diciamo 40 grosse piante e almeno altrettante più piccole, avrebbe richiesto il lavoro di 20 persone, totalmente occupate per circa un mese. Al taglio si deve aggiungere la completa eliminazione del sottobosco, che poteva esser effettuato in contemporanea al taglio, ma da altre persone. Seguivano poi il lavoro di preparazione del terreno, l’aratura e la semina.
Insomma, un intero villaggio al lavoro per almeno 2 mesi, senza poter fare altro: e con che cosa si poteva alimentare, durante il lavoro, tutta questa gente, se nessuno poteva cacciare né raccogliere? Pensare al solo utilizzo di scorte mi sembra davvero impossibile.
Ho descritto in precedenza una diversa possibile tecnica di disboscamento, il taglia-e-brucia che va sotto il nome di debbio. Questa tecnica è ancor oggi utilizzata nelle selve dell’America centrale dai discendenti dei Maya, in Amazzonia dagli Yanomami e in Nuova Guinea dai Papua (e chissà da quante altre popolazioni).
Penso che anche nel neolitico questa fosse la tecnica più utilizzata. Ce lo dice l’esame della tecnica utilizzata per realizzare le canoe monossili dell’epoca, molti esemplari delle quali sono stati rinvenuti ben conservati nelle torbiere, nei laghetti alpini e nelle sabbie dei grandi fiumi durante i periodi di magra.
Abbattuto un grande albero, del diametro necessario, si accendeva sul suo tronco un fuoco costantemente controllato, in modo da poter scavare facilmente l’interno, reso friabile dalla combustione.
Anche questa tecnica, tra l’altro, è ben documentata: veniva utilizzata dai Maya, per esempio, per costruire canoe di dimensioni notevoli, fino a 40 mt di lunghezza stando alle cronache contemporanee alla conquista (lo stesso Colombo ne incontrò più d’una al largo della costa caribica del Guatemala).
Perché mai, allora, una tecnica basata sul controllo del fuoco non si dovrebbe utilizzare per abbattere l’albero stesso? E infatti, viene tutt’ora utilizzata nelle foreste dell’Amazzonia, del Borneo e della Nuova Guinea.
È sufficiente accendere un fuoco tutt’intorno alla base della pianta, poi una sola esperta persona può controllarlo, facendo in modo che dell’albero bruci solo un anello, rendendone facilissimo l’abbattimento. Questa persona è in grado di controllare più fuochi contemporaneamente, con un notevole risparmio di tempo, consentendo agli altri membri del suo gruppo altre attività, come cacciare, pescare e raccogliere.
Dato che gli uomini del neolitico utilizzavano la tecnica appena descritta per costruire le canoe, mi sembra molto probabile che adoperassero la stessa tecnica per abbattere i grandi alberi, riservando il taglio con l’accetta/ascia a quelli di dimensioni più piccole, per i quali la tecnica dell’anello basale bruciato è più difficilmente controllabile, mente il taglio con l’accetta o meglio ancora con l’ascia richiede un tempo ragionevole.
In alternativa, una volta abbattute col fuoco e recuperate le grandi piante, si poteva incendiare tutto quanto restava, risparmiando ancor più tempo, nel contempo fertilizzando un po’ il terreno.
6.5. Giada nel neolitico mesoamericano
Anche se archeologi e paletnologi non applicano la suddivisione paleolitico-mesolitico-neolitico alla preistoria delle Americhe, è certo che a partire almeno dal 6000 a.C. nella Mesoamerica e dal 4000 a.C. in Perù cominciò a svilupparsi l’agricoltura e almeno dal 3000 a.C. si svilupparono nella Mesoamerica e nella pianure costiere del Perù culture che seppero lavorare la pietra levigata in maniera eccelsa e che non arrivarono mai a sviluppare una vera e propria tecnologia dei metalli, se si esclude quella dell’oro.
Personalmente, quindi, mi sento di ascrivere queste ultime tra le culture neolitiche (per maggiori particolari e ulteriori considerazioni in merito vedere l’ultimo capitolo).
Tre culture, sviluppatesi tutte nella Mesoamerica, furono particolarmente legate alla pietra verde: la cultura Olmeca, quella Maya e quella della Gran Nicoya.
Mesoamerica non è una regione geografica ben delimitata, è una regione “archeologica”, i cui confini vanno dalla linea che unisce idealmente i fiumi Pànuco, Lerma e Sinaloa, nel Messico centrale, sino alla diagonale che unisce la foce del Rio Motagua, in Guatemala, con il rio Tàrcoles, in Costarica.

Fig. 77 - Mappa della Mesoamerica, 1- zona Olmeca 2- zona Maya 3- Gran Nicoya Originale di El Comandante, modifiche dell’autore, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mesoam%C3%A9rica_relief_map.png
La cultura Olmeca si sviluppò tra il 2000 a.C. e il 400 a.C. nella zona dell’attuale Messico meridionale indicata con il numero 1 nella cartina.
È da molti considerata la “cultura madre” di tutte le culture della Mesoamerica, perché molti dei suoi tratti caratteristici si diffusero in tutta l’area, dal conteggio calendariale basato su due “anni” di lunghezza diversa, uno di 260 giorni e l’altro di 365, ai giochi con la palla, al culto del giaguaro e a quello nei confronti della pietra verde, in particolare della giadeite, soprattutto nella tonalità verde-azzurra.
Che sulle montagne della zona occupata dagli Olmechi sia presente qualche affioramento di giadeite è argomento di dibattito da quando è nata l’archeologia di quei luoghi, intorno al 1940. Però, sino ad oggi nessuno è riuscito a produrre campioni di questo minerale di sicura provenienza locale.
Le supposizioni che vedevano la giadeite lavorata dagli Olmechi provenire dalla valle del Rio Motagua, in Guatemala, sono a loro volta state confermate solo nel 2006 quando, a seguito degli sconvolgimenti prodotti in quella valle dall’uragano Mitch (1998), vennero identificati gli affioramenti di giadeite e le cave di minerale utilizzate a partire almeno dal 1500 a.C.
Purtroppo, la maggior parte degli oggetti in giadeite di sicura fattura Olmeca oggi noti non proviene da scavi archeologici, in quanto le giadeiti olmeche sono state oggetto di intensa attività di predazione sin da tempi molto antichi.
È un dato di fatto che nelle 3 macro-aree culturali nelle quali nefrite e giadeite furono utilizzate in forma massiccia e delle quali abbiamo notizie storiche o almeno registrazioni di tradizioni tramandate oralmente, cioè Cina, Mesoamerica e Nuova Zelanda, ai manufatti realizzati con queste due pietre venne attribuita la proprietà di caricarsi della forza spirituale e persino fisica delle persone che le possedevano.
Nel caso della Mesoamerica, una conseguenza fu che sia i Maya che i Nicoyani consideravano le giadeiti olmeche simboli di legittimazione del potere dei loro re/capi, in quanto cariche dello spirito di antenati considerati “sacri”. Gli stessi Aztechi, che pure quasi non lavorarono direttamente la giadeite, tenevano in grande considerazione gli antichi manufatti olmechi realizzati con questo materiale.
Quindi, oggetti scolpiti dagli Olmechi, frutto di predazione di tombe oppure ottenuti per interscambio e successivamente gelosamente tesaurizzati, vennero tramandati per lungo tempo di padre in figlio all’interno delle aristocrazie mesoamericane, tanto che alcuni sono giunti intatti nelle mani dell’aristocrazia europea dopo la conquista.
Infatti, almeno due statuette olmeche in giadeite sono tutt’ora presenti nelle raccolte medicee fiorentine e una grande maschera, montata in oro e smalti, facente parte delle collezioni della antica casa reale dei Wittgenstein, è esposta al pubblico in un museo di Monaco di Baviera.
Della cultura degli Olmechi non sappiamo molto, in quanto non abbiamo notizie dirette. Tuttavia, qualcosa si può ricavare per via indiretta, soprattutto attraverso l’esame di alcune caratteristiche comuni a tutte le culture mesoamericane, caratteristiche che furono in gran parte una eredità della cultura Olmeca (così come le culture dell’intera Europa occidentale sono state fortemente influenzate dalla cultura greco-latina, di cui ancora si possono evidenziare le tracce).
Una delle caratteristiche che accomunava in maniera più o meno forte tutti i popoli mesoamericani è relativa alla credenza circa la sopravvivenza dell’intero Cosmo e conosciamo bene le caratteristiche che assumeva presso i Maya.
Per i Maya l’essenziale era garantire la continuità del Creato e il potere di farlo era la caratteristica principale dei re-sacerdoti-sciamani, i quali dovevano essere in grado rigenerare la natura nel corso delle cerimonie di sacrificio di sangue, in primis quello proprio e poi quello di altri esseri umani particolarmente valorosi e debitamente catturati allo scopo.
Il sangue era considerato l’unico nutrimento degli dei e l’unica sostanza in grado di provocarne la materializzazione nel mondo umano. Questo evento si manifestava attraverso il dissolvimento del diaframma di separazione tra il mondo umano e quello soprannaturale, cosa che poteva avvenire solo in particolari luoghi e ad opera di speciali individui, i re-sciamani.
Quindi, il potere non risiedeva nel corpo fisico del re ma nella sua capacità di aprire le porte di comunicazione con il mondo spirituale degli esseri soprannaturali e degli antenati, nel corso di cerimonie che si svolgevano in particolari edifici e con l’ausilio di strumenti appositi.
Quando il diaframma tra il mondo degli esseri umani e quello degli esseri soprannaturali veniva dissolto ad opera del re, gli esseri soprannaturali evocati erano in grado di apportare cambiamenti nella natura e di modificare il corso degli eventi, a beneficio sia dell’intera comunità che partecipava al rito sia addirittura dell’intero Creato.
Tutto questo avveniva ad opera del sacrificio di sangue del re e dell’estasi susseguente, provocata da un lungo digiuno preparatorio seguito dall’ingestione di sostanze psicotrope e dall’abbondante salasso.
Questa opera era mediata dai gioielli di giada che il re indossava, senza i quali non avrebbe potuto realizzarsi. Tali gioielli erano considerati dotati di uno spirito proprio, di un proprio potere che aumentava con il ripetersi delle cerimonie nel corso del tempo e con il passaggio ereditario di sovrano in sovrano, attraverso la linea di sangue. I gioielli di giada erano efficaci accumulatori della capacità di comunicare con “l’altro mondo”, ne erano i mediatori diretti e il loro controllo era essenziale al re per mantenere in vita l’intero cosmo.
Il re era quindi un vero e proprio sciamano, che agiva in spazi ben individuati e per mezzo di oggetti realizzati con la giadeite.
Quando la linea di sangue reale si interrompeva, i gioielli dovevano essere distrutti, al fine estinguere il potere da essi accumulato, che poteva procurare danni alla superstite comunità. Quindi, venivano spezzati e gettati in un fuoco rituale, dopodiché i resti venivano seppelliti. In alternativa, venivano sfregiati e utilizzati come merce di scambio con popolazioni lontane: in questa maniera, giadeiti olmeche e maya sono arrivate fino in Costarica.
Tutto questo è riscontrabile in maniera diretta presso i Maya dell’epoca classica, attraverso l’esame delle raffigurazioni che ci hanno lasciato e anche attraverso l’esame dei pur pochi documenti scritti che di essi ci restano, in quanto essi furono gli unici che nella Mesoamerica svilupparono un vero e proprio sistema di scrittura.
Le tracce di questo sciamanesimo si riscontrano anche presso gli Aztechi e i popoli del Messico centrale, che svilupparono un sistema pittografico di quasi-scrittura e delle cui credenze e pratiche magico-religiose molto conosciamo attraverso le relazioni contemporanee alla conquista.
Lo stesso si può dire per le popolazioni stanziate in alcune zone di quelli che sono gli attuali Nicaragua e Costarica, popolazioni che ci hanno lasciato un notevole patrimonio di giade artisticamente lavorate, nella cui iconografia si riconoscono chiaramente le influenze della cultura Olmeca.
Fino al 1940 circa la cultura Olmeca non era nemmeno (ri)conosciuta, anche se già in precedenza alcuni incredibili oggetti avevano fatto sorgere l’ipotesi che nel Messico meridionale si fosse sviluppata una grande antica cultura che non era né Maya, né Azteca, né una di quelle già “conosciute”. Uno di questi incredibili oggetti, forse il più noto, è la cosidetta “ascia Kunz”.
Fig. 78 - Ascia Kunz, giadeite, verde-azzurra molto traslucida, 28 x 13 x 6cm, peso c. 5 kg, 1200 – 400 a.C., American Museum of Natural History, New York, foto Madman, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Kunz_Axe.jpg
Questo straordinario oggetto sembra sia stato rinvenuto attorno al 1890 sulle colline di Oaxaca, nel Messico sud occidentale, e venne descritto per la prima volta dal mineralogista George Kunz (la Smithsonian Institution dice nel 1889, altri testi parlano del 1891…).
È chiaro che la denominazione di ascia deriva dalla sua forma generale, ma che di ascia propriamente detta non si tratta, viste le dimensioni, il peso e il fatto che non presenta alcun tagliente.
L’iconografia di questo oggetto è un riassunto di molte di quelle che si pensa siano state le credenze magico-religiose degli Olmechi, che sono di derivazione sciamanica.
Vi è rappresentata una figura antropomorfa decisamente deformata nelle proporzioni.
Come sempre accade nelle statuette olmeche del tipo chiamato impropriamente ascia, è molto evidente la sproporzione tra la grande testa e il corpo: le gambe e i piedi sono in genere appena accennati e di dimensioni molto piccole, e anche gli arti superiori, pur correttamente delineati, rispettano lo stesso canone.
I tratti facciali ed iconografici sono molto caratteristici:
- occhi allungati, a volte a mandorla, a volte quadrangolari, spesso infossati sotto l’arcata sopraccigliare
- sopraccigli “fiammeggianti”
- ponte tra i sopraccigli segnato da un doppio solco ben evidenziato
- naso con narici volte in avanti, scavate a coppella
- bocca grande, labbro superiore esagerato e rivolto in avanti
- gengive sdentate e nettamente evidenziate
- coppelle agli angoli della bocca, a volte anche al centro del labbro superiore
- apertura della bocca e labbro inferiore ondulati
- “zanne” biforcute che escono dai lati della bocca
- profondo solco sopra il centro della fronte
- orecchie rettangolari, poco sporgenti e molto allungate, con un disegno geometrico tatuato sul padiglione
- braccia con gomiti piegati ad angolo retto
- mani appoggiate sul petto che stringono una vera lama d’accetta/ascia
- nel caso le mani siano separate, la lama compare al centro della cintura indossata dall’essere antropomorfo.
Inoltre, l’essere antropomorfo è tratteggiato “al rovescio” rispetto a quanto forse ci si aspetterebbe e cioè la testa è scolpita sulla piatto della lama dalla parte dell’ipotetico filo mentre i piedi sono delineati sul tallone della cosidetta “ascia”, il che accentua ancor di più la sensazione di sproporzione tra testa e resto del corpo.
Non sempre tutti questi tratti sono presenti, nel caso dell’ascia Kunz mancano il solco in mezzo alla fronte, i sopraccigli fiammeggianti e la coppella al centro del labbro superiore.
Il retro di questo oggetto presenta chiare tracce del fatto che sottili lamelle ne siano state staccate in antico. Sappiamo che molte popolazioni mesoamericane, al fine di consacrare aree o edifici destinati al culto, usavano spargere frammenti di giadeite nel corso di particolari cerimonie di propiziazione della fertilità del suolo o durante la dedicazione di complessi templari. Non è improbabile che le lamelle staccate dal retro dell’ascia Kunz siano state utilizzate a questi scopi, dato che essa doveva possedere, agli occhi di quelle genti, una incredibile forza.
A causa dei caratteristici tratti facciali, che a volte richiamano quelli di bambini affetti da sindrome di Down, queste statuette, di cui esistono moltissimi esemplari in terracotta, vengono chiamate con il nome di “olmec baby faces” o meglio, nel caso delle statuette in pietra, “were-jaguar”.
Fig. 79 - “olmec were-jaguar axe”, giadeite verde-azzurra traslucida, cm 29 x 13.5 x 6, 1200-400 a.C., British Museum, London, foto Simon Burchell, fonte https://en.wikipedia.org/wiki/File:British_Museum_Olmec_jade_votive_axe.jpg
In questo esempio, sono evidenti il solco in mezzo alla sommità della fronte e gli occhi rettangolari al di sotto del profondo arco sopraccigliare “fiammeggiante”.
Di seguito, le immagini di altri due effettive lame di ascia di arte Olmeca, in giadeite, che in realtà mai vennero usate come utensili, bensì solo come oggetti rituali.
Su una delle facce di entrambe le asce è finemente inciso un disegno la cui immagine principale altro non è che la raffigurazione bidimensionale di uno dei due oggetti visti in precedenza.
Queste immagini ci chiariscono l’interpretazione del solco posto al centro della fronte: si tratta della rappresentazione di un effettivo solco praticato nella terra, dal quale germina la pianta del mais.
Una pannocchia si vede spuntare dalla parte frontale del copricapo delle 2 figure, altre 4 pannocchie spuntano sopra gli occhi della figura a dx.
Entrambe le figure sono completate da segni che sono i precursori dei glifi Maya.
In pratica, si tratta di oggetti che ci indicano che siamo in presenza di strumenti per la propiziazione di un abbondante raccolto.
La provenienza dei due oggetti illustrati è ignota, ma dai ritrovamenti in ambito archeologico di oggetti analoghi si presume che siano state sepolte nel terreno, in particolari aree sacre, nel corso di riti precedenti la semina.
Karl Taube (2004) ha dimostrato come l’ascia abbia finito per rappresentare simbolicamente la semente del mais, a causa della somiglianza tra le forme del chicco e dell’ascia stessa.
Fig. 80 - Lama d’ascia incisa, giadeite verde, 36.5 x 7.9 x 1.9 cm, X – Vi sec. a.C., “The Michael C. Rockefeller Memorial Collection, Incised Celt [Mexico; Olmec] (1978.412.5)". In Heilbrunn Timeline of Art History. New York: The Metropolitan Museum of Art, fonte http://www.metmuseum.org/toah/works-of-art/1978.412.5
Fig. 81 - Lama d’ascia incisa, giadeite verde albitica, Musées royaux d'art et d'histoire Brussels, foto Michel Wal, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Olmec_celt_801.jpg
Come già accennato nella presentazione di questo paragrafo, della cultura religiosa Olmeca non abbiamo conoscenze dirette, però è possibile che i suoi rituali abbiano preceduto le forme cultuali dei Maya, i cui re/sciamani, dopo un lungo periodo di digiuno e l’assunzione di sostanze psicotrope, praticavano l’autosacrificio di sangue, al fine di “materializzare” le divinità e gli spiriti degli antenati.
Forse i “were-jaguar”, che vediamo rappresentati nelle prime due statuette e nel disegno sulla faccia delle due asce, colgono appunto l’attimo in cui il re/sciamano olmeco, durante lo stato di estasi indotto dal salasso e dalle droghe, sta assumendo le sembianze della massima divinità, il dio giaguaro: “were-jaguar” è infatti una espressione moderna coniata sul modello del vocabolo inglese “werewolf” che indica il licantropo, cioè l’uomo che assume le sembianze di lupo (non so perché si sia scelta la grafia were-jaguar, mentre si scrive werewolf).
Gli oggetti visibili nelle prossime 2 illustrazioni aiutano ancor di più a capire questo concetto.

Fig. 82 - maschera olmeca di were-jaguar, giadeite verde-azzurra, preclassico medio, 900-300 a.C., 20.64 x 17.78 x 10.8 cm, Dumbarton Oaks Research Library and Collection, Washington DC, ©Dumbarton Oaks, fonte http://museum.doaks.org/Obj22664
Come per l’ascia Kunz, anche da questo oggetto sono stati staccati in antico dei piccoli pezzi, forse utilizzati nelle cerimonie di dispersione al suolo di frammenti di giadeite ricavati da potenti oggetti.
Si tratta di una maschera in giadeite dalle fattezze del dio giaguaro.
Le sue dimensioni, il fatto che sul retro sia scavata e che occhi e narici siano rappresentati da fori passanti inducono a pensare che si tratti di una vera e propria maschera rituale, che veniva indossata dallo sciamano nel corso di cerimonie che richiedevano la “materializzazione” del dio giaguaro.

Fig. 83 - Sciamano inginocchiato, pietra verde scuro, preclassico medio, 900-300 a.C., 19 x 9.68 x 10.64 cm, Dumbarton Oaks Research Library and Collection, Washington DC, ©Dumbarton Oaks, fonte http://museum.doaks.org/Obj22572
Questa statuetta rappresenta lo sciamano durante la sua estasi mistica, nell’atto di trasformarsi nel were-jaguar, il dio giaguaro degli Olmechi, come si evince chiaramente dai tratti facciali.
Il giaguaro è l’animale in assoluto più forte, potente e aggressivo presente nella Mesoamerica. A causa della sua abitudine di vita, crepuscolare e notturna, il suo manto maculato veniva interpretato come la raffigurazione terrena del cielo stellato e l’animale veniva considerato il mediatore tra il mondo “solare” e quello “lunare”, cioè tra il mondo della vita e quello dell’oltrevita.
La sua rappresentazione in giadeite creava una sinergia tra le qualità attribuite alla pietra e quelle attribuite all’animale, dotando l’oggetto di una incredibile potenza che si trasferiva a chi lo indossava, nel caso della maschera, o al terreno, nel caso delle asce utilizzate come offerta votiva.
(Nota. La maschera ha una storia curiosa, registrata da Robert W. Bliss, che la donò al Dumbarton Oaks Museum.
A giudicare da quanto raccolto da Mr. Bliss, forse è addirittura uno degli oggetti consegnati a Cortés da Mohtecuzoma (Montezuma) come dono da trasmettere a Carlo V.
Sembra sia stato presente in Italia sin dal 1530 (forse nelle collezioni medicee o ancor più probabilmente in quelle dei Gonzaga, nda) e per motivi ignoti sia giunto in Ungheria (forse attraverso le collezioni praghesi di Rodolfo II, che acquisì gran parte della dispersa collezione dei Gonzaga, nda), dove finì sul mercato antiquario e venne descritto come maschera cinese di epoca Shang (vedi es. al par. 6.1, fig. 39).
Rifiutato come tale dai collezionisti, venne riconosciuto attorno al 1930 come oggetto di arte americana precolombiana e venduto ad un antiquario di New York che a sua volta, nel 1960, lo cedette a Mr. Bliss.)
Il giaguaro era tanto importante per gli Olmechi che nel sito di La Venta (Tabasco, Messico) ne replicarono le fattezze della testa in 3 grandiosi mosaici, poi sepolti intenzionalmente nel cosidetto Complesso A sotto uno strato di argilla rossa di circa 1 mt.. Ciascuno di questi mosaici, realizzati tra il 1000 a.C. e il 600 a.C., misura circa 4.5 x 6 mt ed è composto di 485 blocchi di serpentino.
Fig. 84 - La Venta: testa di giaguaro, circa 500 blocchi di serpentino verde, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:La_Venta_Mosaic_%28Ruben_Charles%29.jpg, foto Ruben Charles in http://flickr.com/photos/18279007@N00/385883483
Sempre nel Complesso A sono state rinvenute 5 gigantesche “offerte” di blocchi di serpentino verde. Si è stimato che l’Offerta n.ro 3 contenga 50 tonnellate di blocchi di serpentino lavorati e lucidati con cura, sepolti sotto circa 4000 tonnellate di argilla.
L’interpretazione da dare a questo complesso di “offerte” non è facile.
È possibile che si sia trattato, oltre che di un sistema di consacrazione di un luogo, anche di un mezzo per “togliere dalla circolazione” una grande massa di questa pietra particolare, al fine di renderne più preziosa e più “sacra”, più degna dei re-sciamani la parte per così dire ancora accessibile.
Molto comuni sono le offerte di asce in giadeite e talvolta in serpentino, spesso sepolte in numero considerevole (l’offerta 2 di La Venta conteneva, disposte su 2 strati, 51 lame di ascia, 14 di giadeite, 20 di serpentino e 17 di altre pietre, queste ultime recano tutte segni d’uso) e quasi sempre disposte secondo un preciso schema, il più delle volte quadripartito, ad indicare le direzioni cardinali.
Tipica è la deposizione di 9 lame di ascia, come nel caso delle offerte 9 e 11 di La Venta, poste nello schema 4 4 1 con uno specchio di pirite o ematite davanti all’ultima.
Sicuramente, gli Olmechi furono gli iniziatori della tradizione del sacrificio/auto sacrificio di sangue.
Ce lo testimoniano alcuni splendidi oggetti in giadeite, utilizzati durante le cerimonie di salasso.

Fig. 85 - Perforatore a becco di colibrì, giadeite verde-azzurra, preclassico medio, 900-300 a.C., 17.15 x 2.54 x 2.22 cm, Dumbarton Oaks Research Library and Collection, Washington DC, ©Dumbarton Oaks, fonte http://museum.doaks.org/Obj23094?sid=243&x=36959
In realtà, il colibrì è raffigurato per intero, finemente inciso sulla parte dell’oggetto che ne costituisce l’impugnatura.
I colibrì sono uccelli di piccole dimensioni, che utilizzano il lungo e appuntito becco per succhiare il nettare dal profondo calice dei fiori tropicali. Sono fortemente territoriali per cui non esitano ad attaccare a colpi di becco animali di dimensioni molto più grandi di loro che “invadono” il loro territorio, procurando profonde e sanguinose ferite. Per questo motivo, erano considerati simbolo di coraggio e gli oggetti in giadeite a forma del loro becco venivano utilizzati dagli sciamani come aghi per il salasso di sangue.

Fig. 86 - Cucchiaio, giadeite verde, periodo preclassico/medio formativo, 800-500 a.C., 12.1 x 3.0 x 1.1cm, Brooklyn Museum, Collection of Christopher B. Martin, Dana B. Martin and Catherine S. Martin, L73.15.1, fonte http://www.brooklynmuseum.org/opencollection/objects/5086/Spoon_with_Incised_Designs
Oggetti di questo tipo vengono definiti “cucchiai” perché si ritiene che servissero a raccogliere il sangue durante il salasso di autosacrificio.
L’incisione, evidenziata con polvere non a caso rossa (forse cinabro), mostra la classica maschera di were-jaguar (in realtà, se ne possono distinguere ben 3) e le metà di 3 grafemi ciascuno dei quali, nella sua forma completa, rappresenta le 4 direzioni cardinali.
Il significato sembra essere che il sangue raccolto nutre il dio giaguaro, posto al centro di tutte le direzioni.
Di seguito, altri 3 “cucchiai”.
Il primo riassume le forme di entrambi gli oggetti appena visti, perforatore e cucchiaio, ma non può essere stato utilizzato come effettivo cucchiaio di raccolta, perché la vaschetta centrale ha 5 fori.
Questi fori sono disposti secondo lo schema del quincunx mesoamericano, indicativo delle 4 direzioni cardinali assieme all’axis mundi centrale. Il significato sembra essere analogo a quello dell’oggetto precedente: il sangue scorre attraverso l’axis mundi, nutrendo tutto il Creato e soprattutto, come ha dimostrato Taube (2004), procurando un buon raccolto di mais.
Fig. 87 - “cucchiaio” con perforatore e quincunx, giadeite verde, preclassico antico/medio, 1500-400 a.C., The Snite Museum of Art, University of Notre Dame, Notre Dame, IN, foto Madman 2001, fonte https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Olmec_bloodletting_spoon.jpg
Il quincunx è un simbolo molto antico, risale alle prime rappresentazioni grafiche del primo neolitico e forse ancora più addietro. In genere, è interpretato come simbolo solare, che rimanda al sole come fuoco/calore nelle sue molteplici implicazioni: fonte di luce e di vita, calore necessario per la cottura dei cibi e della argilla…
Nell’immaginario degli Olmechi sembra esserci qualcosa di più, una simbologia legata all’offerta di sangue per il nutrimento delle divinità, come vedremo poi a proposito della cosidetta “ascia Humboldt” (fig. 91).
Tale simbologia si è successivamente radicata anche nella cultura Maya, come vedremo a proposito dell’offerta di Cerros (fig. 99).
Il secondo è un cucchiaio a forma di “drago volante”. In realtà, sulla parte anteriore di questo oggetto sono riassunti i caratteri di 2 diversi animali: l’uccello dal lungo e appuntito becco e le zanne e le sopracciglia del giaguaro.
Fig. 88 - “cucchiaio”, giadeite verde scuro, preclassico antico/medio, 1500-400 a.C., cm. 10.8, The Snite Museum of Art, University of Notre Dame, Notre Dame, IN, fonte http://www3.nd.edu/~sniteart/collection/aztlan/info_pages/1991.063.004.htm
Infine, un “cucchiaio” su cui è finemente incisa la figura del re-sacerdote-sciamano, indossante la maschera del were-jaguar, mentre regge in mano due curiosi oggetti, solitamente indicati come “manopole”.
Il personaggio è raffigurato durante il “volo magico” indotto dalla trance procurata dal salasso e dall’ingestione di droghe, mentre entra in contatto con il dio giaguaro che appare al di sopra delle sue spalle.
Come ha dimostrato Taube (2004), gli oggetti che regge nelle mani sono due conchiglie, probabilmente di strombus costatus, o meglio, la raffigurazione in spaccato di due conchiglie, simbolo quasi sicuramente di nuvole cariche di pioggia.
La pioggia è essenziale, durante la giusta stagione, alla buona crescita del mais e quindi, anche in questo caso, siamo in presenza di un oggetto utilizzato al fine di propiziare un abbondante raccolto, attraverso l’offerta di sangue durante l’autosacrificio e la conseguente trance indotta.

Fig. 89 - “cucchiaio” olmeco, giadeite azzurra, 9.3 x 29 cm, Museo de Arte Precolombino y Vidrio Moderno, Antiqua, Guatemala, Copyright 2005 Los Angeles County Museum of Art,, fonte http://www.mesoweb.com/lords/duties01.html
Tornando all’uso di seppellire delle “offerte”, molto particolare è la cosidetta Offerta n.ro 4 di La Venta.
Si tratta di un gruppo di 16 statuette (la più alta misura circa 20 cm) raffiguranti esseri umani, poste davanti a 6 asce “petaloidi” (cosidette per la forma, che richiama quella dei petali dei fiori delle composite, la più alta misura 23 cm circa).
Due statuette sono di giadeite, 13 di serpentino e una di granito rosso, quest’ultima posta con le spalle alle asce e rivolta verso le altre 15 figure umane, che sono poste a semicerchio.
Questi 22 oggetti furono posizionati sul fondo di una profonda buca scavata nel terreno argilloso, al di sotto del pavimento di un tempio. Il fondo era stato preventivamente accuratamente ricoperto di uno spesso strato di frammenti di quarzo incolore. La buca venne poi riempita di argilla color ocra e venne riaperta in almeno una occasione, fino all’altezza delle spalle delle statuette, il che dimostra che chiaramente qualcuno ne conosceva l’esatta collocazione.
Le 16 statuette ritraggono sicuramente dei personaggi molto importanti, colti nello svolgimento di una cerimonia. Che si tratti di personaggi importanti lo si può dedurre dalla imponente deformazione tabulare eretta dei loro crani.
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Fig. 90 - La Venta, offerta n.4, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:La_Venta_Offering_4_%28Jami_Dwyer%29.jpg, foto di Jamie Dwyer in http://www.flickr.com/photos/jamidwyer/2844106261/in/set-72157606952714490/
Sulla faccia “visibile” di 4 asce sono incisi alcuni grafemi, uno molto simile a quello presente sull’ultimo cucchiaio illustrato (il volo magico-estatico del re-sciamano), altri simili a quelli presenti sulla ascia Humboldt, illustrata di seguito.
A giudicare da queste incisioni sembra perciò probabile che sia rappresentato uno dei momenti chiave della cerimonia di offerta dell’autosacrificio di sangue.

Fig. 91 - La cosidetta ascia Humboldt, giadeite verde azzurra, c. 900 a.C., cm 22 x 7 circa (disegno dell’autore)
Donata ad Alexander von Humboldt dal mineralogista messicano Andrés Manuel del Rio, era conservata in un museo berlinese ed è purtroppo andata perduta durante i bombardamenti alla fine della II Guerra Mondiale, disegno mio, tratto dall’incisione che compare nel II vol. del trattato Researches Concerning the Institutions and Monuments of the Ancient Inhabitants of America, versione in inglese dell’originale humboldtiano scritto in francese
Questo oggetto, una giadeite di colore verde azzurro lunga circa 22 cm, risale probabilmente al X sec. a.C. Pur perduto nel 1945, se ne conservano i disegni originali fatti da Humboldt, nei quali è presente ancora tutto il tallone, e i disegni fatti dal personale del museo, quando già era stato leggermente danneggiato e quindi il tallone mancava.
Portava finemente incisa quella che è ritenuta una vera e propria iscrizione glifica, il primo esempio di scrittura mesoamericana. Questa incisione riassume tutti i tratti tipici dell’autosacrificio di sangue.
Sul tagliente, gravemente danneggiato già all’atto del ritrovamento, forse si vedevano 3 pannocchie di mais.
Una pannocchia, sagomata come un’ascia, si vede in alto a sx, al centro compare una delle prime rappresentazioni del cosidetto dio giullare dei Maya, simbolo del lignaggio regale, a dx un perforatore immanicato su una mazza.
Seguono due braccia conserte, segno di saluto rivolto alla divinità, la mano dx con il dito indice esteso ad indicare probabilmente il prelievo di sangue, che si vede colare sotto, indicato da un’altra mano (le palline rappresentano appunto le gocce di sangue).
Segue una schematizzazione di testa di giaguaro (con le fauci aperte come indica il segno di croce di Sant’Andrea, che finì poi per rappresentare il cielo stellato data l’equivalenza manto del giaguaro = cielo stellato, già vista in precedenza), sotto la quale compare un quincunx costituito dai 4 segni delle direzioni del vento e dal Kan, la croce che rappresenta l’axis mundi.
Nel tallone andato perduto dopo i disegni di Humboldt era rappresentata una schematizzazione della sacra ciotola per la raccolta del sangue.
Insomma, in questo oggetto è indicato il fatto che il suo possessore, un re-sciamano come indicato dal glifo del lignaggio regale, compiva autosacrifici di sangue per propiziare il raccolto.
Fig. 92 - Las Limas, monument 1, detto “la Vergine di Las Limas” (la statua venne rinvenuta da un contadino messicano, arando il suo campo, e questi credette di trovarsi di fronte ad una miracolosa immagine della deposizione di Cristo), giadeite verde chiaro. Foto Olga Cadena, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:Las_Limas_Monument_1_%28O_Cadena%29.jpg
Questa statua misura 55 x 42 cm e pesa circa 60 kg. Venne scolpita probabilmente nel periodo Medio Formativo, cioè tra il 1000 a .C. e il 600 a.C.
La figura maggiore regge un classico baby face olmeco, o meglio un tipico were-jaguar.
Oltre ad altri grafemi sul viso, quelli più significativi si vedono sulle spalle e sulle ginocchia, dove sono incise le 4 versioni note della maschera del dio giaguaro.
Sulla spalla dx compare la maschera del dio giaguaro “bendato”, su quella sx quella del dio giaguaro-uccello, sul ginocchio sx quella del dio giaguaro-drago e sul ginocchio dx quella del dio giaguaro-squalo.
Il were-jaguar è quindi al centro di 4 divinità, tutti aspetti legati all’autosacrificio di sangue, insomma un’altra rappresentazione del quincunx visto in precedenza.

Fig. 93 - Statuetta di sacerdote-sciamano da rio Pesquero, Tabasco, Messico, Arte Olmeca, medio formativo, 900-300 a.C., giadeite verde scuro, h. 16.3 cm, Dumbarton Oaks Research Library and Collection, Washington DC, ©Dumbarton Oaks , fonte http://museum.doaks.org/Obj22573?sid=243&x=106430
In questa immagine vediamo un’altra statuetta sulla quale sono scolpite, nella fascia frontale del copricapo, le raffigurazioni dei 4 aspetti di questa divinità, sotto forma di 4 grani di mais che portano incisi segni che li rendono simili ai 4 volti dei differenti aspetti del dio-giaguaro (v. Taube, 2004, fig. 55, pag. 116).
Al centro, tra i semi, c’è un oggetto che porta inciso una specie di disco, un “foro”: i 5 oggetti, così disposti, sono una rappresentazione lineare del quincunx.
Al di sopra di questa fascia si vede una maschera del were-jaguar, ai cui lati si trovano due “manopole”, cioè la rappresentazione in spaccato delle conchiglie che simboleggiano nuvole cariche di pioggia (ibid., fig. 48 pag. 107).
Sulla sommità si vedono le teste beccute di 3 quetzal, sagomate quasi come foglie giovani della pianta del mais.
A dispetto delle sue modeste dimensioni, questa statuetta è forse l’oggetto di arte olmeca iconograficamente più complesso che noi conosciamo.
Porta molti altri segni simbolici incisi, anche posteriormente. Per es., il personaggio indossa sulle spalle un mantello spalancato, sul cui retro sono incise linee ondulate che lo rendono una rappresentazione di una nuvola carica di pioggia, gonfiata dal vento.
Si tratta, in sostanza, di un sacerdote-sciamano che ha grande potere sulla pioggia e quindi sulla vegetazione, in particolare sulla germinazione del mais.
Voglio far notare la notevole qualità della pietra con cui sono stati realizzati gli oggetti sin qui visti e la grande abilità nell’esecuzione delle incisioni che vi sono state tracciate: pur essendo ben visibili, sono realizzate con tratti sottilissimi e non presentano segno di ripensamenti, errori o correzioni.
Data la durezza della giadeite e la tipologia degli strumenti utilizzati per tracciare le incisioni, cioè punte di selce, quarzo o ossidiana, l’esecutore doveva essere eccezionalmente abile ed esperto.
Questo è confermato anche dal fatto che incisioni di minore qualità, meno raffinate e/o contenenti errori di esecuzione, sono riscontrabili su oggetti realizzati con giadeite di bassa qualità oppure su pietre più tenere, quasi che gli artigiani/artisti olmechi “andassero a bottega”, per così dire, o raffinassero la loro tecnica iniziando a lavorare pietre di scarsa qualità per passare alla giadeite più bella solo quando avevano raggiunto un alto grado di maturità ed esperienza nella lavorazione.
Gli esempi di statuette olmeche in giadeite o serpentino verde-azzurro non finiscono certo qui, ma credo che quanto presentato sia sufficiente a dare una idea delle forme artistiche e grafiche espresse dagli artigiani/artisti appartenenti a questa cultura.
Chiudo il paragrafo illustrando due oggetti in agata, per così dire curiosi.
Fig. 94 - Coppia di lucidatori, agata, 3.8cm, The Snite Museum of Art, University of Notre Dame, Notre Dame, IN, fonte http://www3.nd.edu/~sniteart/collection/aztlan/info_pages/1994.053.005.A.htm
Si tratta di due lucidatori, che servivano appunto per lucidare le giadeiti. Questi oggetti, che venivano immanicati su un’asta di legno, vengono quasi sempre rinvenuti in coppia, il motivo non è noto.
Altrettanto ignoto è il perché della loro particolare forma.
La cultura Olmeca si spense quando, nella zona indicata nella cartina con il n.ro 2(a,b,c,d,e), iniziò ad emergere la società Maya di tipo cosidetto classico, cioè attorno al 200 a.C.
Inizialmente, la società Maya era basata su una struttura “fragile”, costituita da piccole comunità di clans patriarcali di contadini, raggruppati attorno a un consiglio degli anziani che era un “parlamento” di uguali.
Quando, attorno all’inizio del IV sec. a.C., la cultura Olmeca probabilmente si scontrò con quella emergente di Teotihuácan e ne uscì soccombente, è possibile che l’elite olmeca sia migrata nelle terre abitate dai Maya, esportandovi molti dei suoi tratti culturali e probabilmente anche la sua struttura statale gerarchica e teocratica, al cui vertice si pensa stesse il re-sacerdote-sciamano donatore di sangue al Cosmo.
Infatti, attorno al IV sec. a.C. vediamo questa struttura sociale emergere tra i Maya, i quali tra l’altro già erano in contatto con gli Olmechi da molto tempo, in quanto forse sin dal 1500 a.C. sfruttavano l’unica fonte di approvvigionamento di giadeite disponibile in Mesoamerica, vale a dire gli affioramenti presenti nella valle del rio Motagua, nell’attuale Guatemala nord orientale.
È un dato di fatto che attorno al II sec. a.C. molte comunità Maya della zona del Petén, indicata con 2a nella cartina, erano raggruppate attorno alla figura di un personaggio non più primus inter pares in un consiglio di anziani, ma vero re-sacerdote-sciamano, sotto la cui guida iniziarono la costruzione di imponenti complessi templari di forma piramidale (ma sarebbe più corretto avvicinarli agli ziggurat, in quanto si tratta di edifici a gradoni) simili a quelli in precedenza costruiti dagli Olmechi.
Inoltre, alcune regali dinastie Maya, come per es. quella di Palenque, fecero esplicito riferimento ad una loro ascendenza diretta dagli Olmechi iniziata miticamente addirittura nel V sec. a.C., mentre altre, come ad es. quelle di Tikál e di Copán, risultano chiaramente legate ad una influenza teotihuacana a partire almeno dal II sec. d.C., quando la cultura Olmeca era ormai scomparsa.
Sia come sia, i Maya del periodo classico appaiono i continuatori della tradizione cultuale dell’autosacrificio di sangue, mediato dal re-sciamano attraverso la giada, aggiungendovi l’equiparazione delle penne caudali di quetzal a questa pietra.
Scrive Karl Taube (2005) nel suo abstract, riassumendo efficacemente i tratti culturali/cultuali annessi dai Maya a questa pietra:
“I Maya del Periodo Classico attribuivano un grande numero di significati alla giada, tra cui l’equiparazione con il mais, la centralità e sovranità, così come una forma di personificazione materiale del vento e del soffio che dava vita all’anima.
A causa della sua stretta relazione con il soffio vitale, la giada è stata una componente importante dei riti funerari e della rituale evocazione delle divinità e degli antenati.
Scolpiti a forma di fiore, gli orecchini a rocchetto di giada erano considerati fonti soprannaturali, o passaggi, per il soffio vitale, spesso ritratto come una perlina o un serpente che emerge dal centro del rocchetto di giada.
Un'espressione comune tra i Maya del Periodo Classico attinente alla morte, och b'ih, appartiene direttamente alla resurrezione dell'anima attraverso il simbolismo scolpito negli orecchini a rocchetto.
Molti dei significati simbolici e delle immagini che si vedono scolpite sulle giade dei Maya del Periodo Classico appaiono anche in altre culture dell'antica Mesoamerica, per es. quella di Teotihuacan, Xochicalco e degli Aztechi.
Ma più che essere interamente simbologie di origine Maya del periodo classico, molti aspetti di questo simbolismo legato alla giada e agli artefatti correlati si possono trovare anche nel precedente Periodo Medio Formativo, tra gli Olmechi.” (trad.mia)
Vediamo un esempio di come si espresse tra i Maya questo legame diretto con la più antica cultura Olmeca.

Fig. 95 - Offerta di 12 lame petaloidi d’ascia in giadeite, sepolta a circa 2 mt di profondità sotto la piazza centrale del sito di Ceibal, nel Petèn guatemalteco (zona 2° nella cartina). Fonte Takeshi Inomata, http://graphics8.nytimes.com/images/2011/03/01/science/01saw_axes/01saw_axes-blog480.jpg, articolo in http://scientistatwork.blogs.nytimes.com/2011/03/01/maya-axes-and-moles-under-the-pyramid/?_r=0
Questi oggetti, fotografati nella schematica posizione in cui sono stati rinvenuti, vennero sepolti probabilmente attorno all’inizio dell’era cristiana, per consacrare la piazza al di sotto del cui pavimento furono rinvenute.
La forma cosidetta petaloide delle lame d’ascia e la colorazione verde azzurra della giadeite testimoniano però della loro origine molto più antica, essendo queste caratteristiche tipiche delle asce prodotte in ambiente culturale Olmeco: i Maya preferivano la giadeite di colore verde mela e le loro lame d’ascia hanno una forma simile a quella di un seme di mais.
È quindi probabile che risalgano forse addirittura al 1000 a.C.
Anche lo schema della deposizione è tipicamente Olmeco, il che testimonia del fatto che i Maya ben conoscevano quell’antica cultura, ne consideravano sacri gli oggetti prodotti con la giadeite e ne seguivano alcuni tipici rituali di consacrazione.
I re-sciamani dei Maya vengono ritratti nelle stele, nelle pitture vascolari e nei murales letteralmente ricoperti di gioielli di giada e di penne di quetzal.
Due splendidi esempi sono i disegni finemente incisi su due placche di giadeite del periodo classico, che su una faccia portano una iscrizione che registra l’ascesa al trono di un re, sull’altra ci ritraggono il re in tutto lo splendore dei suoi paraphernalia: una è l’incisione sulla cosidetta placca di Leida, l’altra è l’incisione sulla placca del Museo Kimbell, che presento di seguito.

Fig. 96 - Placca da cintura, periodo classico, 250 – 600 d.C., giadeite verde azzurra, cm 23.5 x 7.6 x 0.3 Incisione evidenziata con polvere di cinabro , Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas, AP 2004-05, fonte https://www.kimbellart.org/collection-object/royal-belt-ornament

Fig. 97 - Particolare della mano sx del re e della parte frontale della cintura regale
Si distinguono bene il segno ak’bal (notte) sul bracciale, il dito indice “ipertrofico” e piegato a circondare alcune sferule, la maschera sormontata dal teschio, le tre lame appese alla maschera, il gonnellino di pelle di giaguaro da cui spunta la lunga coda del felino
Sulla faccia “principale” è ritratto il re-sciamano al termine di quella che probabilmente è stata la cerimonia del suo accesso al trono. Lo si desume sia dal testo riportato sul retro sia dal fatto che porta sulla sommità del copricapo l’immagine di K’awill, divinità personificazione del lignaggio regale e del potere stesso, che si trasmette attraverso il suo simulacro di giada.

Fig. 98 - Particolare del copricapo: il dio del lignaggio regale, K’awill, sovrapposto a un teschio
Il re ha appena concluso la cerimonia di autosacrificio di sangue, come si capisce dal fatto che il dito indice della mano sinistra è molto allungato e circonda dei pallini, segno del sangue scorso, e dal fatto che regge tra le braccia un oggetto di giada, la barra cerimoniale del serpente bicefalo dalle cui fauci anteriori esce la testa di un antenato, segno che il re ha avuto la visione del serpente e si è messo in comunicazione con il soprannaturale.
Vi sono altre indicazioni del fatto che il re ha attraversato la porta di comunicazione con l’oscuro mondo degli spiriti divini: egli è raffigurato stante su un piedestallo che porta al centro il segno glifico ak’bal, cioè “notte”, lo stesso segno ak’bal appare anche sui suoi braccialetti e sulle cavigliere e il suo copricapo, sotto il ritratto di K’awill, mostra un teschio,
Nel corso di questa cerimonia, egli stesso si è trasformato in un essere soprannaturale, come indicano i punti neri disegnati sulla sua faccia, sulle braccia e sulle gambe, segno che egli si è trasformato in Hun Ahau (Uno Sovrano), il gemello “solare” della coppia dei mitici gemelli eroi (più noto come Hunahpu, il nome con cui compare nel Popol Vuh, la raccolta di miti e profezie dei Maya scritta attorno al XVIII sec.).
Il fatto che indossi una gonna di pelle di giaguaro, dalla quale spunta la coda del felino, che la sua bocca sia atteggiata come le fauci del felino e che attorno ad essa si vedano dei segni simili alle vibrisse ci dicono che è diventato contemporaneamente anche Ix Balam (donna-giaguaro, detto anche Xbalanque), il “lunare” dei due gemelli eroi.
Dunque, questo re-sacerdote-sciamano è ritratto nel momento in cui è diventato la personificazione del sole e della luna ad un tempo, l’energia di segno positivo e quella di segno negativo, i due opposti, la coppia che ha dato origine al Cosmo e all’umanità.
Egli indossa una cintura di giada che porta frontalmente una maschera, sempre di giada e anche questa sormontata da un cranio, forse quindi l’immagine di un dio che governa sulla morte.
Dalla cintura pende verso il retro una catena di grani di giada, alla quale è attaccato il ritratto in giada di Chac, il dio della pioggia.
Come si vede bene nell’immagine ingrandita, appese alla maschera frontale della cintura ci sono tre “lame” di giadeite, di forma uguale a quella stessa che porta l’incisione: una “auto rappresentazione” dell’oggetto che sto descrivendo, il quale doveva far parte anch’esso di un gruppo di 3 lame, appese ad una maschera da cintura regale (a volte, si vedono rappresentati sovrani con 3 maschere appese alla cintura, una frontale e due sui fianchi, ciascuna con 3 lame pendenti). Data la posizione nella quale di solito sono raffigurate, si pensa che siano una specie di stilizzazione dell’apparato genitale maschile esterno, forse un’altra allusione all’autosacrificio di sangue dato che, nell’occasione della cerimonia di accesso al trono, la “divina sostanza” che dava la vita agli dei veniva fatta sgorgare da fori praticati sul prepuzio.
Sull’altra faccia della piastra-lama è incisa una iscrizione che inizia con la data della cerimonia di intronizzazione, espressa con il sistema del Computo Lungo, e probabilmente anche il nome, Machaak, del personaggio che deteneva la lama. Questi, a giudicare dai titoli elencati, doveva essere vassallo di un re più potente, il protagonista dell’accesso al trono raffigurato sull’altra faccia. Il nome del re è indicato nell’incisione ma non si è riusciti ancora ad identificarlo. Sta scritto che nella data indicata Machaak ricevette in dono dal re un oggetto, molto probabilmente la lama stessa.
L’iscrizione prosegue dicendoci che, 13 anni dopo la cerimonia di intronizzazione, Machaak morì, quindi il testo inciso sulla lama è stato completato poco prima che essa venisse collocata nella tomba di Machaak.
Il fatto che la lama sia stata donata dal re al suo vassallo testimonia di altre due particolarità della società Maya del periodo classico:
- la giadeite era prerogativa esclusiva dei re, nessun cittadino poteva possedere un oggetto fatto con tale materiale, se non come dono del sovrano
- particolari oggetti donati dal re ad alcuni sudditi servivano ad attestare l’attribuzione ad essi di specifiche prerogative, nella fattispecie la concessione di autorità su una parte del territorio.
Come abbiamo visto nel par. 6.1, entrambe queste particolarità avevano un corrispettivo nella società imperiale cinese.
L’insegna del potere regale era il simulacro in giadeite della divinità chiamata dai maya del periodo classico K’awill e noto in letteratura anche come GII della triade di Palenque o meglio ancora come “dio giullare”.
In realtà, dire che l’immagine in giadeite fosse un simulacro del dio è inesatto: la statuetta in giadeite era il dio, in tutto e per tutto (un po’ come per i cristiani cattolici l’ostia consacrata è il corpo di Cristo).
Questa è una caratteristica delle credenze magico-religiose che i Maya ereditarono quasi sicuramente dagli Olmechi. Però essi andarono per così dire più in là.
Oltre alle maschere delle divinità, altri particolari oggetti realizzati con la giadeite, come i perforatori e gli oggetti portati sulla propria persona dai re, cioè le piastre da cintura, gli orecchini a rocchetto e i diademi portati sulla fronte, erano considerati dotati di un’anima propria, tanto che nei bassorilievi scolpiti all’interno dei templi, sulle stele e nella pittura vascolare venivano rappresentati con caratteri antropomorfici, una pratica chiamata dagli studiosi “personificazione”.
Anche se tra le raffigurazioni di cerimonie religiose che i Maya ci hanno lasciato per ora non ne conosciamo una specifica al riguardo, sono convinto che questi oggetti venissero considerati delle vere e proprie entità dotate di anima, personalità e poteri soprannaturali non solo perché erano realizzati con la preziosissima e sacra giadeite, ma anche perché ricevevano una unzione di sangue regale durante una qualche cerimonia, forse quella stessa dell’intronizzazione.
In alternativa (ma non in opposizione), è stata avanzata l’ipotesi, suffragata da alcune testimonianze lasciateci dai cronisti spagnoli contemporanei alla conquista del Messico centrale, che questi oggetti fossero prodotti dagli stessi sovrani o da loro consanguinei diretti e quindi fossero “carichi” del carisma proprio del lignaggio regale.
Certo, le testimonianze in merito si riferiscono alle popolazioni della valle centrale del Messico (Aztechi, Tlaxcaltechi, Cholultechi etc.), lontane sia geograficamente che cronologicamente dai Maya classici, ma forse anche questi ultimi condividevano le stesse credenze e pratiche, chissà se anch’esse risalenti alla cultura Olmeca.
In ogni caso, questi oggetti erano considerati talmente potenti, che quando un regno Maya ne sottometteva un altro, gli oggetti di giadeite appartenuti al re soccombente venivano spezzati e seppelliti oppure portati “all’estero” e venduti a popolazioni il più lontane possibile, dopo averli segati a pezzi e aver tentato di obliterare le immagini che vi erano incise. È questo il caso di numerosi oggetti di sicura origine Maya rinvenuti nella zona della Gran Nicoya, Costarica nord-occidentale, distante circa 800 km in linea d’aria da Copàn, la più vicina delle città Maya di epoca classica.
La divinità chiamata K’awill è un altro dei simboli ereditati dalla cultura Olmeca, anche se molto modificato dai Maya.
Si tratta della personificazione del diadema, vero simbolo dell’essenza del potere regale, che nasce dalla simbologia Olmeca vista sulla statuetta dal rio Pesquero (fig. 93) attraverso successivi passaggi.
I 4 semi di mais presenti nella fascia frontale diventano per i Maya 4 diverse divinità o 4 aspetti del dio Chac.
Il più antico esempio noto è quello che si vede nell’offerta rinvenuta nel cache 1 della struttura 6 a Cerros, in Belize, risalente agli inizi del I sec. d.C.

Fig. 99 - Cerros, Belize, offerta dal cache n. 1 nella struttura 6, periodo classico iniziale, 50 a.C.-150 d.C., giadeite verde mela, disegno dell’autore
Questa offerta venne deposta in una buca scavata sotto il pavimento della struttura templare sovrastante la piramide della struttura 6 ed è molto simile, pettorale centrale a parte, ad altre ritrovate in diverse zone del Petén (indicato con 2a nella cartina).
Le quattro testine vennero disposte secondo le 4 sacre direzioni cardinali e raffigurano, in senso orario partendo da nord, la dea luna come dio sole della notte, il dio del mais giovane (si vede la piccola pannocchia che spunta dalla testa), il dio sole e il dio del buio, in pratica le 4 direzioni personificate in aspetti che richiamano le posizioni del sole: nord, il piccolo e freddo sole notturno, est, il sole nascente come la giovane pianta del mais, sud, il sole caldo e splendente, ovest, il sole al tramonto mentre cala il buio. Il pettorale al centro rappresenta probabilmente la dualità, forse della vita e della morte visto il profondo intaglio sulla guancia sx.
Come si vede, si tratta di un chiaro esempio di quincunx, costruito con le insegne regali di quello che probabilmente fu il primo re di Cerros, il primo signore delle quattro direzioni e della dualità.
Le sue insegne vennero sepolte, dopo la sua morte, sotto un pavimento templare, a consacrarne l’area.
Questa fascia regale ha lo stesso significato di quella che compare sulla fronte della statuetta Olmeca del rio Pesquero, cioè il potere di chi la indossava sulle sacre 4 direzioni e sui due principi delle energie vitali.
Per un processo di sostituzione, ad un certo punto della loro storia i Maya rappresentarono la fascia regale con la raffigurazione del simbolo tripartito che si vede nella statuetta appena menzionata, al di sopra del were-jaguar.
Vediamo un esempio della sostituzione in questa maschera del dio GI della triade di Palenque, cioè Hun Ahau, il dio sole. La maschera è di fuchsite, un’altra pietra verde, molto più tenera della giada

Fig. 100 - Maschera, probabilmente da Rio Azùl, Guatemala, periodo classico (c. 200-500 d.C.), fuchsite verde e conchiglia di spondylus, Museu Barbier-Mueller de arte precolombì, Barcelò, fonte http://www.authenticmaya.com/images/jade-mask-rio-azul.jpg
In questo disegno di Linda Schele vediamo l’evoluzione grafica della rappresentazione della fascia regale e della sua personificazione.

Fig. 101 - Disegno di Linda Schele, da http://research.famsi.org/uploads/schele/hires/05/IMG0094.jpg
In alto a sx, un’altra fascia regale da Cerros, a dx incisione su un pettorale. Al centro, a sx maschera da Tikàl, a dx bassorilievo da Palenque. In basso, a sx una fascia frontale da Yaxchilàn, al centro e a dx il K’awill su glifi indicanti lo status di re, sulla fronte di un avvoltoio e di un animale non identificato.
La denominazione di “dio giullare” gli venne attribuita quando ancora gli archeologi non sapevano leggere bene i glifi Maya e quindi non si conosceva il nome di K’awill. Visti i disegni a dx nelle prime due righe, il perché venne chiamato dio giullare mi sembra evidente.
Altrettanto chiaro mi sembra il motivo per cui si parla di personificazione di un oggetto.
Nei disegni della prima riga e in quello a sx della seconda si vede chiaramente la fascia di pellame o tessuto sulla quale i vari elementi in giadeite costituenti il diadema erano cuciti: a parte il segno tripartito, sono chiaramente indicati ai lati di questo alcuni semi di mais.
Nel disegno della seconda riga, a dx, i 2 K’awill portano una specie di barba disegnata con dei cerchietti: si tratta della rappresentazione simbolica del fluire di gocce di sangue, ad indicare che il dio sovrintendeva anche all’autosacrificio, perlomeno durante la cerimonia di intronizzazione.
Nel diadema che si vede sulla fronte della maschera in fuchsite, la testa centrale del quetzal o foglia di mais ha subito una ulteriore modificazione, venendo rappresentata come un perforatore, così come succede alla lingua sporgente tra le labbra.
K’awill, infatti, era anche la divinità che sovrintendeva allo spargimento di sangue, perlomeno durante il rito dell’autosacrificio che precedeva la cerimonia dell’intronizzazione.
Il perforatore “funzionale” era in genere un aculeo caudale di razza e veniva rappresentato come una pinna di pesce appuntita, come la lingua della maschera.

Fig. 102 - Perforatore per il rito dell’autosacrificio di sangue, a forma di aculeo di razza. Zona del Petexbatùn, Petèn meridionale, Guatemala, periodo classico (400-600 d.C.), giadeite verde mela con forte albitizzazione nell’impugnatura, h. 9.5 cm, Princeton Art Museum, Princeton, NJ PUAM# y1985-69, foto ©Justin Kerr, per concessione del FAMSI, fonte http://vma.uoregon.edu/inst_doprofile.lasso?&DoWhat=d&Document=3635


Fig. 103 - Ingrandimento della zona attorno alla bocca e della fascia frontale della maschera in fuchsite da Rio Azùl
Ne vediamo qui sopra una rappresentazione in giadeite, proveniente probabilmente dalla zona del Petexbatùn, la zona meridionale del Petén (area 2a nella cartina).
Come si può notare, la lama presenta una incisione rettilinea centrale e delle piccole incisioni laterali a spina di pesce, del tutto analoghe alle incisioni presenti sulla puntuta lingua della maschera.
Nell’ingrandimento della fascia frontale, si può notare come la foglia centrale del mais/becco del quetzal sia sagomata nella stessa maniera, mentre nell’altro ingrandimento si può notare come i bassorilievi ai lati delle labbra della maschera siano del tutto simili a pinne di pesce.
Nei glifi che indicano l’azione dell’autosacrificio di sangue, essa è indicata con una mano che chiude nel palmo appunto una pinna di pesce.
Altra caratteristica con cui viene spesso rappresentata la personificazione del perforatore è la presenza di tre particolari nodi “a farfalla”, che si vedono chiaramente nell’esemplare in giadeite illustrato, tra l’impugnatura e la lama. La personificazione del perforatore è resa da una testa che porta sulla fronte una fascia con tre di questi nodi oppure un elemento trilobato simile a quello presente sulla fronte della maschera e dalla bocca della testa-personificazione esce unico dente puntuto.
Nelle raffigurazioni di sovrani che indossano tutti i loro paraphernalia spesso compaiono tra gli oggetti presenti sulla persona anche personificazioni dei perforatori, che sono ad un tempo vere e proprie deificazioni dell’oggetto e indici del fatto che tale oggetto era di sola pertinenza regale, solo il re-sacerdote-sciamano poteva evocare gli antenati e gli dei attraverso l’autosacrificio, con l’aiuto sinergico di tutte le sue giade.
Gli oggetti in giadeite avevano anche un chiaro significato esoterico, perlomeno all’interno di alcune comunità Maya.
Ce lo testimoniano alcuni degli oggetti rinvenuti nel sarcofago di Pacal, il divino signore di Palenque, morto nel 683 d.C., all’età di 80 anni, una età veramente stupefacente per i Maya di quel tempo.
Vediamo di seguito l’immagine della maschera-mosaico che gli copriva il volto e i disegni di Linda Schele relativi ad alcuni oggetti del suo corredo funerario.
Fig. 104 - Maschera funeraria, orecchini e pettorale di Hanaab Pacal, divino signore di Palenque, giadeite verde mela, 683 d.C. , Museo de Antropologia, Ciudad de Mexico, foto di Wolfgang Sauber, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Palenque_-_Maske_des_Pakal.jpg

Fig. 105 - Disegni di Linda Schele relativi ad alcuni oggetti di giadeite del corredo funerario di Pacal: da sx in alto il K’awill della sua fascia frontale, statuetta a fianco della pianta del piede sx, maschera-mosaico, anello alla mano dx, piccola divinità sotto il pene, orecchino, cubo nella mano sx e sferula nella bocca, fonte http://research.famsi.org/uploads/schele/hires/01/IMG0073.jpg
Il corredo funerario di Pacal, tutto di giadeite, è veramente strabiliante e assolutamente unico nel suo genere, almeno fino ad oggi.
Sulla lastra tombale era deposta una cintura con una maschera a forma di tartaruga, richiamante il concetto di rinascita: come dal carapace della tartaruga cosmica, immagine della superficie della Terra, rinacque il mitico dio del mais dopo il suo viaggio in Xibalba, il mondo del buio, così rinascerà Pacal, raffigurato nella lastra tombale in posizione fetale, mentre viene inghiottito dall’oscurità.
Il corpo di Pacal venne deposto nel sarcofago letteralmente coperto e circondato di giade: un diadema sulla fronte, con il K’awill, una maschera-mosaico sul volto, complessi orecchini a rocchetto e contrappeso, una collana di 9 file di tubetti, una sferula e una linguetta nella bocca, a significare il cibo che garantiva la rinascita, una cintura e un gonnellino di tubetti, che lo rendevano abbigliato come il dio del mais, braccialetti e cavigliere, un anello a ciascun dito delle mani, una statuetta sotto il pene, una a fianco della pianta del piede sx e un grano forato sotto la pianta di ciascun piede, tutto realizzato con giadeite verde mela.
Ma gli oggetti più significativi, dal punto di vista esoterico, sono la sfera nella mano dx e il cubo in quella sx: mi sembra chiara l’intenzione di indicarlo come il signore che ha nel suo potere le forme perfette e incorruttibili, come lo sono i due solidi in questione, realizzati con la sacra, potente e incorruttibile giadeite (che invece si è “corrotta”, come indica la colorazione grigio-marroncina di molti dei grani che compongono le collane e il gonnellino, indice di una progressiva albitizzazione).

Fig. 106 - Placca con scena di interno di palazzo reale nel c.d. stile Nebaj, periodo classico (600-900 d.C.), giadeite verde mela, 14 x 14 cm, © Trustees of the British Museum, fonte http://www.britishmuseum.org/images/mm033509_m.jpg

Fig. 107 - Dettaglio del registro superiore
Questa placca ci dà testimonianza di due fatti.
Per prima cosa, pur essendo un prodotto dell’artigianato Maya della zona di Nebaj, città Maya situata nelle Terre Alte Maya occidentali del Guatemala (zona 2c della cartina), è stata rinvenuta nella città di Teotihuàcan, situata nel Messico centrale, a circa 1000 km di distanza in linea d’aria. Il che testimonia dei collegamenti esistenti tra le zone Maya e quella teotihuacana, che sono particolarmente attestati nelle città Maya di Tikal, nel Petén centrale (zona 2a) e Kaminaljuyù, nelle Terre Alte Maya meridionali (zona 2d).
In secondo luogo, ci testimonia dell’abitudine degli artisti Maya di ritrarre, sia sulla giada che sulla terracotta come nelle pitture vascolari, scene di vita all’interno dei Palazzi Reali delle varie città.
Vediamo un sovrano Maya seduto sul trono mentre ha una visione alla presenza di un nano.
Che si tratti di un sovrano seduto sul trono ce lo dicono l’abbigliamento del personaggio (il copricapo, che ritrae una divinità, le penne di quetzal che sporgono dal copricapo, gli orecchini a rocchetto e contrappeso, la barra che porta al petto, lo scudo al braccio sx con la maschera del dio giaguaro della notte, la cintura con maschera, tutti oggetti probabilmente di giadeite) e la voluta che si vede disegnata sulla fronte del sedile.
Che il personaggio principale stia avendo una visione ce lo dicono le volute disegnate davanti al suo viso, tra le quali appare una divinità, mentre ad entrambi i lati del copricapo compare un nastro intrecciato con i 3 nodi legati al sacrificio di sangue.
È possibile che la placca avesse in origine 2 fori per la sospensione, andati perduti quando la placca è stata risagomata a causa forse di una rottura.
Esistono placche simili che ritraggono sovrani a colloquio con dignitari, mentre ricevono doni o ne porgono.
Si tratta probabilmente di oggetti donati dai sovrani ai loro dignitari, a testimonianza del favore goduto da questi presso il sovrano o di rilevanti incarichi ricevuti (vedi le osservazioni fatte a proposito della placca del museo Kinmbell, illustrata in precedenza).
Di seguito, le immagini di due splendidi prodotti della glittica Maya in giadeite.

Fig. 108 - Contenitore in legno di cedro incrostato di giadeite, prob. da una tomba reale di Tikal, VIII-IX sec. d.C., h. c. cm 15, fonte http://www.authenticmaya.com/images/Jade%20Maize%20God%20Tikal%20Late%20Classic.jpg
Fig. 109 - Contenitore in legno di cedro ricoperto di tessere di giadeite, dalla tomba di Jasaw Chan K'awill I nel Tempio I di Tikal, 734 d.C. h. c. cm. 15, foto Kenneth Garrett, fonte National Geographic http://en.wikipedia.org/wiki/File:Jade_statue_from_Tikal.jpg
Si tratta di due contenitori in legno di cedro, ricoperti da un mosaico di tessere di giadeite. Alla sommità del coperchio che chiude ciascun contenitore si vede una rappresentazione del dio del mais, alta meno di 3 cm e a sua volta realizzata con un mosaico di piccole tessere di giadeite, mirabilmente intagliate.
Da notare che ciascuna tessera, sia dei vasi che delle testine, è fissata al supporto di legno con un minuscolo chiodino, sempre di giadeite!
Il contenitore a dx apparteneva a quello che forse è stato il più grande tra i sovrani di Tikal, Jasaw Chan K'awill I, che regnò dal 682 al 734 d.C., e probabilmente ne ritrae le fattezze con l’acconciatura di dio del mais.
Probabilmente, anche l’altra testina ritrae un sovrano di Tikal, che però non è stato identificato (il contenitore a dx porta inciso sul coperchio un testo glifico che identifica compiutamente il proprietario, in quello a sx tale incisione manca).
L’individuo ritratto sul contenitore a sx ha la bocca aperta e al suo interno si può vedere distintamente una incredibilmente piccola sferula di giada, quella che il defunto deposto nella tomba portava nella bocca come viatico per la sua rinascita nel mondo soprannaturale.
Fig. 110 - Testa di divinità da Altun Ha, Belize, giadeite verde mela, diam. cm 15, Museum of Belize – National Institute of Culture and History, fonte http://www.kaanabelize.com/blog/wp-content/uploads/jade-head-450x600.jpg
Questo è l’unico esempio conosciuto di testa del “dio giullare” delle approssimative dimensioni di una testa umana.
Realizzata con un unico blocco di giadeite verde mela, misura 15 cm di diam., 46 cm di criconferenza e 4.5 kg di peso.
È stata rinvenuta, assieme ad altri 42 preziosi oggetti, all’interno della tomba di un personaggio di altissimo rango di Altun Ha, nell’attuale Belize, probabilmente un sovrano.
Mostra caratteri misti, tipici sia del K’awill, il “dio giullare”, sia del dio del mais, a testimoniare ad un tempo il lignaggio regale dell’anziano uomo accanto al quale fu sepolta e il suo stauts di propiziatore del benessere della sua comunità.
Non è possibile precisare quando l’oggetto sia stato scolpito, però la tomba è databile tra il 600 e il 650 d.C.
Tra i nobili e soprattutto i sovrani Maya era anche diffusa l’abitudine di farsi limare i denti incisivi e canini superiori e di incastonarvi dei cabochon di giadeite.
Fig. 111 - fonte http://anthropology.net/2007/06/01/damien-hirsts-diamond-encrusted-skull-jeweled-skulls-in-archaeology/
Qui vediamo una immagine in cui la pratica appare in tutta evidenza.
L’abitudine di limare i denti frontali dell’arcata superiore non era limitata alle sole popolazioni Maya, bensì diffusa in tutta la Mesoamerica, tanto che sopravvive ancora oggi tra i nativi dell’intera zona, soprattutto tra le donne (ho potuto vederne numerosi esempi durante i miei viaggi in Costarica e Nicaragua, anche se oggi non si usa più inserire cabochon di giadeite, si preferiscono delle placchette d’oro inserite tra i due incisivi frontali, limati, sagomati e contornati d’oro a formare una T rovesciata, o meglio una segno simile a questo _II_).
I Maya ereditarono questa pratica dagli Olmechi, tecnica di incastonatura compresa. Personalmente, non credo che fosse legata solo ad esigenze estetiche, sono convinto che, essendo la giadeite simbolicamente legata al mais, incastonarne tra gli incisivi dei piccoli cabochon fosse un ulteriore segno del legame tra il sovrano e la produzione abbondante del principale cibo dei Maya.
Chiudo questo lungo paragrafo parlando dell’uso della giadeite nella cultura della Gran Nicoya (zona indicata col il n.ro 3 nella cartina), che si sviluppò tra il V sec. a.C. e il VII/VIII sec. d.C. nella zona compresa tra l’Istmo di Rivas, nell’odierno Nicaragua sud occidentale, e il Guanacaste, nell’odierno Costarica nord occidentale.
Per motivi che restano oggetto di speculazione, dato che non abbiamo alcun tipo di documentazione scritta, questa cultura fu fortemente influenzata da quella degli Olmechi, al punto che molti oggetti in giadeite prodotti da questi ultimi sono stati rinvenuti in Guanacaste e molte giade lavorate localmente, così come molte pitture vascolari della zona, mostrano chiari caratteri olmecoidi.
È pur vero che in Guanacaste sono state rinvenute anche molte giade di origine Maya, ma c’è una differenza fondamentale tra le due tipologie di oggetti rinvenuti nella zona della Gran Nicoya.
Le giade Maya mostrano chiaramente di essere state frazionate ed è evidente il tentativo di obliterarne le incisioni e i bassorilievi, mentre le giade olmeche sono state quasi sempre integralmente rispettate, a parte i casi in cui presentano chiari segni di rottura accidentale con conseguente rilavorazione dell’oggetto, del quale si cercò comunque di rispettare l’originale iconografia.
Addirittura, gli esemplari di “cucchiai” olmechi rinvenuti in Guanacaste sono quasi più numerosi di quelli rinvenuti nei territori olmechi propriamente detti.
Non solo, i prodotti più belli del locale artigianato sono realizzati con giadeite di colore verde azzurro, il colore degli Olmechi, più che con la giadeite verde mela preferita dai Maya, anche se bisogna precisare che solo una minoranza degli oggetti definiti genericamente “jade” sono in giadeite, almeno il 50/60 % dei pendenti rinvenuti in Costarica sono di serpentino, agata e altre pietre più o meno verdi, a volte anche molto tenere. Ciò ha fatto coniare il termine diffuso tra gli archeologi di “social jade”.
Con questo termine si intende il fatto che la élite della Gran Nicoya, per evidenziare il proprio status sociale e volendo richiamarsi allo spirito degli Olmechi, realizzò o fece realizzare con pietre di vario genere, monili che richiamavano in qualche modo l’aspetto della giadeite e portavano scolpiti o incisi caratteri e simbologie di origine olmeca.
Questa predilezione per le giadeiti olmeche e i caratteri olmecoidi dell’arte locale vengono spiegati con contatti commerciali tra le due popolazioni, le cui zone di stanziamento pure distano in linea d’aria più di 1500 km, contatti che avrebbero portato ad un grande apprezzamento nei confronti della cultura Olmeca da parte dei Nicoyani.
Avendo esaminato un gran numero di reperti sia in giadeite, sia in altre pietre, sia in terracotta, mi sono formato l’opinione che ci sia qualcosa di più che una semplice influenza culturale.
Partendo dal fatto che la cultura nicoyana esprime il suo massimo apprezzamento per quella Olmeca nel momento in cui quest’ultima comincia a declinare, forse a causa delle pressioni della nascente egemonica Teotihuacan, penso che sia possibile che parte della popolazione Olmeca sia migrata più a sud delle primitive zone di stanziamento (questo è un dato di fatto, monumenti di chiara origine Olmeca si trovano lungo tutta la costa del Pacifico, dall’Istmo di Tehuantepec in Messico, fino in Salvador) e che addirittura l’élite Olmeca abbia raggiunto la zona in cui si espresse la cultura della Gran Nicoya, installandovisi e imponendosi localmente come classe dominante di re-sacerdoti-sciamani.
Il più spettacolare oggetto olmeco in giadeite rinvenuto in Costarica è uno dei pendenti dalla tomba di Talamanca di Tibàs, vicino alla capitale, dove venne deposto un adolescente di chiaro lignaggio regale, almeno a giudicare dal corredo che comprendeva 3 grandi metates (tavole da macina) molto elaborati, due vasi di squisita fattura e 3 pendenti in giadeite, due dei quali di eccezionale fattura e dimensioni imponenti.

Fig. 112 - Pendente a forma di valva di conchiglia, da Talamanca de Tibàs, Costarica, giadeite cm. 33 x 6 x 6 di spessore max, Photo: Xochilt Lezama Cáceres, fonte http://www.radio-canada.ca/arts-spectacles/PlusArts/2008/11/04/003-exposition-costa-rica.asp
Questo pendente è stato sicuramente prodotto in area Olmeca molto tempo prima di entrare a far parte del corredo tombale di un adolescente in Costarica. La tomba, infatti, data attorno ai primi anni del I sec. d.C., mentre il pendente è databile almeno al VI sec. a.C.
Vi è raffigurata una mano umana che afferra un animale che ha i caratteri misti di un giaguaro e di un insetto.
Si tratta di un oggetto che in origine doveva quasi certamente essere legato all’offerta di sangue, sia per il fatto che riproduce una valva di conchiglia, destinata a raccogliere il sanguinamento, sia perché il nodo al polso caratterizza l’abbigliamento delle persone che hanno praticato l’autosacrificio (vedi quanto scritto per il perforatore Maya illustrato in precedenza).
Non è detto che tra i Nicoyani questa pratica fosse diffusa, forse lo era solamente tra l’élite olmeca che penso si sia imposta al vertice della loro società subito dopo il V-IV sec. a.C.
Un altro oggetto altrettanto spettacolare è questa statuetta di sciamano della pioggia, anch’essa tipicamente olmeca ma rinvenuta in Guanacaste.

Fig. 113 - Sciamano della pioggia, giadeite verde azzurra, cm 6.3 x 4.8
Brooklyn Museum of Art, Guennol Collection, disegno dell’autore
I caratteri olmechi sono molto evidenti: deformazione craniale tabulare eretta, tratti felini di naso e bocca, nuvole di pioggia sagomate come ali, cintura con il classico seme di mais “spaccato”.
Di seguito l’immagine di un “cucchiaio” olmeco rinvenuto in Guanacaste.
Porta i tratti di quello che viene solitamente chiamato “drago” e di cui abbiamo già visto che riassume i caratteri di 2 diversi animali: l’uccello dal lungo e appuntito becco e le zanne e le sopracciglia del giaguaro.
Fig. 114 - “cucchiaio-drago” olmeco dal Guancaste, giadeite albitica, l. cm. 16, Denver Art Museum, foto BSLW, fonte http://library.clevelandart.org/node/204576
Il culto dell’uccello dal grande becco misto a quello del giaguaro diede origine ad una serie di raffigurazioni tipiche delle giadeiti costaricensi, essendo il quetzal presente nelle foreste nebulari del paese, così come il tucano e al pari del giaguaro che abita(va) un po’ tutti gli ambienti naturali della zona.
Di seguito vediamo alcuni splendidi esempi di pendenti in giadeite, realizzati in Costarica tra il V sec. a.C. e il V sec. d.C. (la manifattura continuò almeno fino al IX d.C., ma la qualità della pietra e quella della lavorazione decaddero drasticamente dopo il V).
Per interpretare correttamente la simbologia legata a questi oggetti è necessario tener presente che hanno tutti un foro passante per mezzo del quale possono essere sospesi ad una cordicella e vengono il più delle volte rinvenuti, nelle tombe, all’altezza del petto del defunto.
Quindi, tutto fa pensare che si tratti di pendenti da collo, cioè oggetti da portare ben evidenti sulla persona.
Nei cimiteri della Gran Nicoya, questi oggetti vengono trovati in tombe situate in un’area specifica, deposti assieme a un corredo funerario molto più ricco di quello che si rinviene nelle tombe situate al di fuori di quest’area particolare.
Si tratta perciò di indicatori di particolare rango sociale.
Ma c’è di più. La simbologia che si può leggere scolpita e incisa su questi oggetti porta a pensare che fossero i testimoni delle capacità magiche di chi li indossava, un vero e proprio testo grafico che raccontava molto del suo possessore, tanto che Mark Miller Graham (1992) li ha definiti una forma di scrittura in senso lato.
Questi 3 provengono dalle collezioni del Museo Nacional de Costa Rica.


Fig. 115
8.1 x 4.5 cm 7.1 x 3.3 cm 9.4 x 5.2 cm
http://icom.museum/resources/red-lists-database/category/hacha-axe-pendants/
© Museo Nacional de Costa Rica, Museo Nacional de Costa Rica, Colección Patrimonio Arqueológico de Costa Rica
Il primo costituisce un esempio di quella che viene chiamata “lavorazione ad alta intensità” e riassume molti dei caratteri che individuano il fatto che chi lo possedeva era un grande re-sacerdote-sciamano.
In primo luogo, sul copricapo è inciso il motivo a “dente di sega” che richiama le pinne dei pesci, che abbiamo già visto in precedenza essere una delle indicazioni dello status di regalità, perché legato all’autosacrificio di sangue.
Il viso dell’essere antropomorfo porta una mascherina che è una raffigurazione di un pipistrello in volo planato. Animale essenzialmente notturno, il pipistrello rappresentava il regno delle ombre e quindi la capacità di mettersi in comunicazione con esso.
Il pene di questo uomo-animale è disegnato come un uccello con grande becco, indicazione che si tratta di un essere propiziatore di fertilità, perché nella mitologia delle antiche popolazioni della zona un uccello fertilizzò la terra infilando appunto il suo grande becco in una fessura del terreno, la vagina della grande dea madre.
La figura è ritratta accovacciata, mentre con le mani si apre il petto, indicazione che siamo in presenza di un re-sacerdote-sciamano che si sta trasformando durante la sua estasi mistica.
Il secondo pendente è un esempio di oggetto a cosidetta lettura multipla.
Letto frontalmente come è nell’immagine, vi si legge un essere con tratti di felino. Osservandolo da un lato, si può chiaramente vedere che il triangolo sporgente, che forma il muso del felino, altro non è che la testa di un tucano.
Inoltre, quelle che sembrano ali o braccia sono in realtà una rielaborazione del motivo olmeco che simboleggiava le nuvole cariche di pioggia.
Il solco alla sommità della testa separa due figurine che sono l’estrema stilizzazione di teste di rettili, animali legati alla terra i quali “scompaiono” nelle fessure della stessa, cioè nell’apertura indicata dal solco.
Quindi, il possessore di questo oggetto era una persona che poteva chiamare in suo aiuto la forza del felino e il potere fertilizzatore dell’uccello dal grande becco e poteva mettersi in comunicazione con i mondi sotterranei, come i rettili.
Il terzo pendente è del tipo localmente più frequente, il classico “dios hacha” della Gran Nicoya, cioè un pendente ricavato sezionando in due metà una lama d’ascia/accetta, con il metodo che si vede nella fig. 26.
In questo caso, la simbologia è molto più semplice.
Le mani conserte sul petto ci dicono che l’oggetto è stato prodotto molto probabilmente per essere sepolto con il defunto. I tratti del viso vengono definiti olmecoidi perché la bocca è molto grande e squadrata. Sopra la testa, si vede il solco affiancato dalle teste di due coccodrilli (si vedono chiaramente delineate le narici), segno del potere attribuito al defunto di mettersi n contatto con il mondo inferiore, nel quale dominavano le scure acque dell’oltretomba.
Di seguito, due pendenti del secondo tipo più comune, quello che in inglese viene chiamato “top pointed bird”.
Si tratta della rappresentazione di un quetzal, che però porta anche altri elementi.
In genere, gli occhi dell’uccello vengono resi esageratamente grandi, e a volte subquadrati anziché circolari, perché diventano gli orecchini dello sciamano che rappresentano ( si tratta sempre della raffigurazione degli “alter ego” dello sciamano, cioè gli animali o gli spiriti che lo sciamano è in grado di evocare e ai quali può chiedere aiuto e dei quali può assumere sembianze e poteri) mentre la vistosa cresta del quetzal diventa una raffigurazione simbolica del tucano o del suo becco.
Fig. 116 - Pendente-quetzal, Gran Nicoya, giadeite verde scuro, 14.5 x 3.3 cm, The Walters Art Museum, Baltimore, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Costa_Rican_-_Bird_Pendant_-_Walters_421511_-_Three_Quarter.jpg

Fig. 117 Pendente-quetzal, Gran Nicoya, fonte http://www.indianartifacts.com/images/i-jade/Jade002C2-50K.jpg

Fig.118 - Pendente c.d. “uccello con ciuffetti”, Gran Nicoya,
fonte http://www.indianartifacts.com/images/i-jade/Jade002C2-50K.jpg
Questo tipo di pendente viene chiamato “uccello con ciuffetti” perché sembra in effetti il ritratto di un uccello con due ciuffi sulla testa, come li hanno i gufi.
In effetti, a volte viene rappresentato con un collarino sotto il becco, nel qual caso probabilmente rappresenta effettivamente un gufo, ma questa forma particolare è rarissima.
Più comune è la forma illustrata nell’immagine, che rappresenta probabilmente un quetzal il cui becco, se si osserva l’oggetto di lato, forma la testa di un tucano.
Oggetti come questo, di quasi sicura provenienza nicoyana, sono stati rinvenuti in varie località lungo la costa dell’Oceano Pacifico, sino all’Istmo di Tehuantepec in Messico, circa 1000 km più a nord ovest della Penisola di Nicoya.
Persino dalle acque del Cenote dei Sacrifici di Chichén Itza, nel nord est dello Yucatàn, sono stati recuperati pendenti di fattura nicoyana.
Dato che nella zona della Gran Nicoya sono stati rinvenuti numerosi pendenti ricavati da lame da cintura di origine Maya, rilavorate dai nicoyani, tutto questo testimonia degli intensi traffici commerciali esistenti tra le due zone dell’America Centrale.
Del resto, è verosimile che tutta la giadeite grezza lavorata in Costarica provenisse dalla Valle del Rio Motagua, situata al confine tra il Guatemala e il Belize, cioè in pieno territorio Maya (zona tra 2a e 2d della cartina).

Fig. 119 - Pendente di tipo nicoyano, dalla tomba del “re falco” del sito Maya di Abaj Takalik, Guatemala, foto Associated Press, fonte http://www.cronacheterrestri.com/cronache-terrestri/importante-scoperta-archeologica-in-guatemala-una-delle-tombe-maya-piu-antiche-mai-ritrovate
Chiudo questo paragrafo riportando due serie di disegni di mia mano che illustrano il perché si parla di grande influenza degli Olmechi sulla cultura della Gran Nicoya.

Fig. 120
I primi tre disegni si riferiscono ad oggetti rinvenuti nella zona propriamente occupata dagli Olmechi. Gli altri oggetti sono stati tutti rinvenuti in Costarica e solo la testa di mazza in quarzite, di cui ho disegnato il profilo, è stata prodotta nella zona della Gran Nicoya, mentre gli altri sono di produzione Olmeca.

Fig. 121
Disegni di alcuni oggetti di sicura fattura Olmeca, anche se il cucchiaio al centro della 2ª riga è stato rinvenuto in Costarica.

Fig. 122
Nella riga in alto, due oggetti di sicura fattura Olmeca, dei quali il primo a sx è stato rilavorato in Costarica.
Nella riga in basso, 4 pendenti nicoyani i cui motivi iconografici vengono comparati con quelli dei due oggetti olmechi della riga superiore.
6.6. Giada nel neolitico dell’Oceania
La più antica cultura neolitica accertata in Oceania che abbia lavorato la giada è quella Lapita, che si sviluppò più o meno dal 2000 a.C. nelle isole della Melanesia, a partire forse dalla Nuova Guinea per poi estendersi alla Nuova Caledonia (il sito di Lapita che dà il nome a questa cultura si trova sulla costa occidentale di quest’isola) e alle Isole Salomone.
Questa cultura si sviluppò in Melanesia per effetto di una migrazione di genti provenienti dal sud est asiatico, sembra quindi l’effetto della diffusione di una cultura neolitica già presente nella penisola indocinese a partire del 4500 a.C.
La produzione di scalpelli e teste d’ascia in pietra levigata, tra cui alcune in nefrite, da parte di genti appartenenti a questa cultura è abbastanza ben documentata nelle Isole Samoa e Bismarck.
Fig. 123 - Scalpelli della cultura Lapita, isole Samoa, c. 1800 a.C. ,Museum of Samoa, fonte http://www.museumofsamoa.ws/r_lapita.html

Fig. 124 - Porzione di scalpello in nefrite, isola di Emirau, arcipelago Bismarck, cultura Lapita, c. 1300 a.C., la pietra proviene forse dalla valle del fiume Torare, Nuova Guinea indonesiana, fonte http://www.liutprand.it/articoliMondo.asp?id=435
Come visto nel capitolo introduttivo, queste genti non uscirono dalla fase neolitica se non dopo l’arrivo degli europei, tra il XVIII e la fine del XIX sec., anzi, le genti Papua della parte orientale della Nuova Guinea non hanno ancora abbandonato del tutto la produzione di teste d’ascia e scalpelli in pietra levigata.
Le popolazioni della Melanesia si dimostrarono sin dall’inizio costituite da abili navigatori, che praticavano commerci su vasta scala, per cui i prodotti in pietra levigata provenienti dalle Isole Bismarck si trovano anche nelle isole della Polinesia.
Tuttavia, quasi tutte le culture neolitiche dell’Oceania si limitarono a produrre con la pietra levigata scalpelli e altri strumenti utilitaristici, benché alcuni di quelli rinvenuti non mostrino tracce d’uso e siano quindi classificati come oggetti cerimoniali e/o atti a testimoniare il prestigio del possessore, anche se con l’andare del tempo alcuni di questi popoli trasformarono le loro incisioni rupestri in idoli di pietra di dimensioni notevoli.
L’eccezione nella lavorazione della pietra levigata è costituita dalla cultura Maōri della Nuova Zelanda.
Per una questione legata alla cronologia, è difficile far accettare ad archeologi, paletnologi e paleoantropòlogi l’idea che i Maōri siano una popolazione ascrivibile al neolitico, perché la loro cultura si sviluppò molto tardi, essendo i Maōri una popolazione austronesiana/polinesiana che raggiunse l’Isola del Nord neozelandese, la più settentrionale delle due isole maggiori, probabilmente solo dopo l’anno 1000 (in lingua Maōri la Nuova Zelanda si chiama Aotearoa, termine che sembra inizialmente si applicasse alla sola Isola del Nord).
Ma è un fatto che la loro tecnologia si fermò al neolitico, come quella di tutti i popoli dell’Oceania e delle Americhe (popolazioni peruviane di epoca incaica escluse).
L’antica arte Maōri della costruzione delle abitazioni è molto simile a quella dei Papua della Nuova Guinea, a testimonianza della loro provenienza.

Fig. 125 - Interno della whare, la casa clanica dei Maōri, costruita nel 1940 per celebrare il centenario del trattato di Waitangi, che siglò un accordo tra gli occupanti inglesi e i nativi Maōri.
In primo piano, un tiki scolpito su uno dei pilastri centrali che sorreggono il tetto, fonte http://www.liceoberchet.it/ricerche/geo5d_04/Oceania/Nuova_Zelanda/immagini/whare.jpg
Però essi elaborarono l’arte della scultura in pietra levigata in forme nuove, del tutto particolari e originali, utilizzando l’avorio dei cetacei e soprattutto la giada nefrite, che si trova in abbondanza sulle coste dell’Isola del Sud, sotto forma di ciottoli fluviali. E legarono agli oggetti in nefrite una serie di concetti e credenze tipiche della loro cultura.
Tradizionalmente, sin dai tempi antichi, i Maōri chiamano la nefrite genericamente pounamu, ma hanno 3 aggettivi per classificarla a seconda del colore e della translucentezza: kawakawa, nefrite verde screziata che è la più comune, īnanga, nefrite bianco-perlacea o grigio-verde e kahurangi, la più rara nefrite verde smeraldo, molto traslucida (vedi immagini più avanti per l’esemplificazione dei vari tipi).
Apprezzavano e apprezzano molto anche un quarto tipo di pounamu, chiamata tangiwai, che però non è nefrite bensì bowenite, una varietà molto compatta di serpentinite.
La tradizionale società Maōri è organizzata in clan familiari, i cui membri sono uniti da quello che essi chiamavano “mana”, lo spirito e il potere del clan che si conservava nella grande casa comune.
Gli oggetti più importanti, come le lame d’ascia (toki poutangata) o le clave (mere) realizzate con nefrite kahurangi, erano considerati “taonga”, cioè oggetti di grande valenza perché carichi del "mana", per cui erano di proprietà dello stesso clan e venivano solo affidati in possesso, non in proprietà.
Fig. 126 - toki poutangata, lama di ascia cerimoniale, h.cm. 27, nefrite kahurangi, 1500 (?) – 1820
Fig. 127 - pekapeka, pendente, h.cm.5, tangiwai (bowenite), 1750 (?) - 1850 fonte delle 2 immagini http://collections.tepapa.govt.nz/exhibitions/pounamu/Segment.aspx?irn=1961
Alcuni di questi oggetti furono considerati così importanti da ricevere addirittura un “nome personale” e vennero tramandati per molte generazioni. Essi erano ricavati da grandi e mitici massi di nefrite, come quello chiamato Ngahue dal nome di un mitico navigatore. Per esempio, un pendente da orecchino ricavato dal masso Ngahue, di cui sono scomparse le tracce nel 1846, aveva il nome di Kaukaumatua, mentre una lama d’ascia sempre ricavata da questo masso e conservata nel Museo di Auckland porta il nome di Tutauru. Un’altra lama d’ascia ricavata dallo stesso blocco porta il nome di Awhiorangi.
Fu “riscoperta” da una donna Maōri nel 1887, all’interno del cavo di un albero, dove si pensa sia stata occultata per molte generazioni. Immediatamente riconosciuta come il favoloso oggetto di cui porta il nome, venne accolta con una elaborata cerimonia da parte degli sciamani indigeni.


Fig. 128 - toki poutangata di nome Tutauru, ascia cerimoniale ricavata dal blocco di nefrite kahurangi chiamato Ngahue dal nome del mitico navigatore che portò in Nuova Zelanda la gente della canoa Arawa. Documentata dal 1793, forse anteriore al 1500, è l’oggetto Maōri con un nome personale con la più antica attestazione. Museo di Auckland, Nuova Zelanda
fonte http://tekakano.aucklandmuseum.com/objectdetail.asp?database=maori&objectid=351
Quasi sicuramente gli esemplari che oggi vediamo portare questi antichi nomi e che sono protagonisti di saghe e lunghi racconti, non sono anteriori al 1300-1500, quindi non possono essere contemporanei all’arrivo dei primi austronesiani in Nuova Zelanda, come viene loro attribuito dalle tradizionali narrazioni orali.
Gli studiosi e gli “adepti” indigeni della cultura Maōri hanno da tempo riconosciuto che il trasferimento ad oggetti relativamente recenti di nomi e narrazioni associati a famosi e perduti (se mai esistiti) antichi oggetti dello stesso tipo è una strategia nata anticamente per conservare la loro mitica e storica rilevanza, un metodo adottato da una popolazione che non aveva forme di scrittura per conservare i racconti delle proprie mitiche origini. In pratica, questi oggetti servivano per richiamare alla memoria i racconti ancestrali e da spunto per narrarli, erano una forma di scrittura in senso lato, come i pendenti nicoyani in giadeite (v.par. 6.5).
Un giorno, la dea Hine-tua-hoanga, dea della màcina, e Poutini, il pesce che viveva in armonia con lei, litigarono divenendo nemici, per cui Poutini fuggì per mare assieme all’intrepido Ngahue, abbandonando Hawaiiki, la mitica terra d’origine dei Maōri, per approdare a Tuhua, piccola isola molto lontana.
Ma la dea Hine-tua-hoanga li raggiunse e li scacciò anche da lì, mettendoli in balia di altre due divinità, Mataa, dea della selce, e Whaiapu, dea dell’ascia, sinché i due transfughi giunsero sulle coste dell’Isola Meridionale. Qui, Ngahue nascose Poutini nel fiume Arahura, dove il pesce si tramutò in un masso di giada verde, donando a Ngahue il suo pezzo più bello, che Ngahue portò con sé tornando ad Hawaiiki.
Allora, Ngahue ricavò dal pezzo di giada l’ascia Tutauru, con la quale scavò un tronco per ricavarne una canoa e la intagliò tutta mirabilmente. Poi radunò la sua gente, la imbarcò sulla canoa e raggiunse con tutto il suo clan l’Isola Meridionale, nella quale si insediò con tutto il suo popolo.
Da allora, Poutini divenne la personificazione della nefrite, come Hine-tua-hoanga è la personificazione della pietra su cui viene macinata la radice di taro, Mataa della selce, Whaiapou dell’ascia, Pele la personificazione della collera vulcanica, Hawaiiki è la “radice del mondo”, Po ika roa è la Via Lattea, cioè “il lungo pesce” che ha dato origine a tutte le stelle, Maui tikitiki il mitico pescatore che con un amo da lui fabbricato e usando come esca il sangue uscitogli dal naso pescò dal mare la casa chiamata Te ika a Maui “il pesce di Maui” cioè l’Isola Meridionale.
Chissà se è solo un caso che l’esca utilizzata dal mitico Maui sia frutto di un autosacrificio di sangue…
I Maōri con la nefrite realizzarono anche pendenti da collo, sia molto semplici come gli hei pounama, sia nella forma di piccoli idoli o di ami da pesca, come gli hei tiki e gli hei matau.
Fig. 129 - pendente hei pounamu, nefrite kawakawa, h.cm.8, 1500 (?) - 1850
Fig. 130 - pendente hei tiki, h. cm.14, nefrite īnanga, 1700 (?) - 1847
Fig. 131- pendente hei matau, nefrite īnanga,1700 (?) - 1850
fonte delle 3 immagini http://collections.tepapa.govt.nz/exhibitions/pounamu/Segment.aspx?irn=1961
Tutti questi pendenti erano dei potenti amuleti, dei veri Taonga in lingua Maōri.
Quelli chiamati hei tiki sono immagini in miniatura delle grandi statue scolpite sui pilastri delle case comuni claniche dei Maōri.
Tiki è un vocabolo diffuso tra tutte le genti polinesiane, è il nome del mitico primo uomo, mentre hei è vocabolo della lingua Maōri che significa pendente.
È probabile che gli hei tiki rappresentassero lo spirito degli antenati, tanto che venivano tramandati di generazione in generazione.
Notevole è il fatto che la posa del soggetto rappresentato nella figura dell'hei-tiki sia la stessa che si vede in alcune statue scolpite sulle colonne laterali portanti dell'intelaiatura del tetto di alcune antiche case claniche, quasi ad indicarne il “sostegno” da parte degli antenati.
Gli hei matau erano considerati indispensabili per i navigatori e i pescatori, perché garantivano la sicurezza e la protezione durante i viaggi sulle acque. Inoltre, erano propiziatori di abbondante pesca e la pesca era una importante fonte alimentare, la Kai Moana (“cibo del mare”) per tutte le popolazioni austronesiane.
La leggenda narra che lo hei matau fabbricato da Maui aveva la forma di quella che oggi si chiama Baia di Hawke ed esso rappresenta la Terra Maōri e poi abbondanza, forza, determinazione, prosperità e fertilità.
Solo gli individui più importanti della comunità, grandi capi e guerrieri o personaggi che avevano dimostrato grande abilità nella navigazione e nella pesca, potevano indossare gli hei-tiki, gli hei matau e/o utilizzare le mere e le toki poutangata. Alla morte di colui che aveva il possesso questi oggetti, essi dovevano essere restituiti al clan e depositati per un certo lasso di tempo nella casa comune, in modo che il mana del clan li potesse ricaricare con il suo spirito e la sua potenza. Lo stesso accadeva quando la persona alla quale veniva affidato il possesso dell’oggetto in giada si dimostrava indegna dell’onore conferitogli.
La nefrite viene tutt’ora abbondantemente lavorata da artisti ed artigiani della Nuova Zelanda.
Gli antichi e tradizionali motivi vengono riprodotti e reinterpretati con grande perizia, anche grazie alle moderne tecnologia ed utensileria, che consentono la realizzazione di forme che un tempo, con la tecnologia “neolitica”, non erano nemmeno ipotizzabili.
Giancarlo Sette - 10 settembre 2013
(2 - continua)
GIADA, la pietra che stregò l’uomo sin dal neolitico
di Giancarlo Sette
Tag: giada, giadeite, archeologia, storia, nefrite, neolitico, cristalloterapia, sciamanesimo, chakras, mana, Maori, Olmechi, Maya
1. Introduzione
Tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, gli ominidi stanziati nelle savane africane impararono ad utilizzare pietre, bastoni e corna di animali come utensili e strumenti da difesa-offesa ed iniziarono le prime migrazioni verso il Vicino Oriente e l’Europa.
Cominciò così quella che noi chiamiamo età della pietra.
Circa 2.5 milioni di anni fa, nell’Africa centro-orientale l’Homo Habilis imparò a scheggiare la pietra per creare strumenti da lavoro e da difesa-offesa migliori di quelli disponibili direttamente in natura.
Questa fu la prima forma di tecnologia umana. A partire da quel periodo, i paletnologi hanno suddiviso il cammino preistorico dell’umanità in 3 periodi principali: paleolitico, mesolitico e neolitico.
Dopo quest’ultimo inizia quella che non è più chiamata preistoria, bensì storia.
Il neolitico è caratterizzato dalla nascita dell’agricoltura, dalla lavorazione della terracotta e soprattutto dal passaggio dalla creazione di strumenti in pietra scheggiata a quelli in pietra levigata.
Tale passaggio ebbe inizio in un periodo compreso tra il IX e il III millennio a.C., a seconda delle zone, con notevoli differenze temporali tra le diverse popolazioni e regioni della Terra.
Riassumo di seguito, in breve, la tempistica più accettata, per maggiori particolari vedere l’ultimo capitolo.
La teoria più accettata vede ciascun passo evolutivo dall’Habilis fino al Sapiens originarsi esclusivamente in Africa ed espandersi successivamente in tutta la Terra.
L’ipotesi multi regionale, sostenuta soprattutto dai paleoantropologi cinesi, che vede l’evolversi dell’Homo Habilis in più regioni della Terra attraverso linee dell’Erectus differenti a seconda dei continenti, che poi si ibridano più volte tra loro per originare finalmente l’uomo moderno, è molto meno accreditata, sebbene il rinvenimento dei resti di Homo Erectus Pekinensis abbia messo per un certo periodo in seria crisi la teoria unicentrica africana, successivamente pienamente confermata dalle indagini sul corredo genetico.
Fig. 1 - Una delle ipotizzate linee evolutive afrocentriche degli Hominini. Tabella con i rami salienti della ipotesi multiregionalistica dell’evoluzione di Habilis (fonte: Wikipedia) (clicca per ingrandire)
Per quanto invece riguarda la successiva neolitizzazione, i dubbi nei confronti di una ipotesi multiregionale sono molto meno forti, anzi, sembra questa l’ipotesi più probabile.
Infatti, la neolitizzazione si manifesta in maniera per così dire improvvisa e quasi simultanea in varie zone del pianeta, a macchia di leopardo.
Le prime culture neolitiche sicuramente attestate, che ancora non levigavano la pietra, compaiono quasi contemporaneamente in zone tra loro lontanissime: tra XI e X sec. a.C. in Estremo e Vicino Oriente (Giappone, Corea, Valle del Giordano e Mezzaluna Fertile) e tra il 7500 e il 7000 a.C. in Cina (Valle dello Yangtze e regione dello Húnán), nell’Africa sub sahariana e nel Medio Oriente (regione pakistana del Baluchistan e stato indiano del Gujarat).
Sui più recenti ritrovamenti in Giappone e Cina, che spostano notevolmente indietro fino al 20000 a.C. l’inizio della lavorazione della terracotta, altro carattere che segna il passaggio dal paleolitico al neolitico, vedi ultimo capitolo.
Fig.2 - Vaso del primo periodo Jōmon (Giappone, 10000-8000 a.C.), la più antica terrracotta del mondo (Tokyo, National Museum) (foto PHG) (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:JomonPottery.JPG)
La cultura neolitica nipponica Jōmon è la più antica sin’ora attestata, sia pur di poco antecedente a quelle della Corea e del Vicino Oriente. Le culture neolitiche sub sahariane, cinesi e mediorientali fino ad oggi note si sono sviluppate poco dopo, contemporaneamente tra loro.
Essendo tutte queste separate da grandi distanze, sembra logico concludere che si siano evolute in maniera autonoma l’una dall’altra.
Molto problematica, dal punto di vista archeologico, è l’Oceania: il neolitico sembra attestato in Australia almeno a partire dal 4000 a.C., il che testimonierebbe una neolitizzazione indipendente, dato l’isolamento fisico dell’Australia, anche se l’industria della pietra levigata sembra attestata solo nelle isole del Pacifico, a partire dal 2000 a.C. circa, portatavi da genti provenienti dal sud est asiatico.
Il termine “neolitico” non viene ufficialmente applicato quando si parla della preistoria delle Americhe (vedi par. 6.5). Tuttavia, la terracotta e l’agricoltura compaiono più o meno dopo il 6000 a.C., e la pietra levigata attorno al 3000 a.C., nella regione archeologicamente conosciuta come Mesoamerica.
Anche se ci sono tracce del fatto che, dopo la massiccia migrazione dall’Asia settentrionale alle Americhe attraverso l’ipotizzata Beringia durante l’ultima glaciazione, ci sarebbero state successive piccole ondate migratorie attraverso l’Oceano, soprattutto di genti polinesiane e del sud est asiatico, anche le culture “nolitiche-non-neolitiche” mesoamericane sembrano frutto di una evoluzione culturale indipendente e locale.

Fig. 3 - Testa colossale Olmeca (Messsico, c.1200 a.C.), Parque Museo La Venta, Villahermosa, Tabasco, Messico (fonte: http://www.absolutcaribe.com/la-cultura-olmeca/ http://www.absolutcaribe.com/wp-content/uploads/2010/04/olmeca-_.jpg)
Sembra quindi incontestabile il fatto che il passaggio dalla cultura paleolitica a quella neolitica sia avvenuto in tempi diversi e con modalità indipendenti in differenti luoghi della Terra.
Nelle aree in cui la cultura neolitica si sviluppa più velocemente dal punto di vista teconologico, e cioè il Vicino Oriente e la Cina, assieme alla zona della valle dell’Indo e all’Egitto, il neolitico termina attorno al 3000 a.C., quando inizia l’età del bronzo.
Fig. 4 - Lama di ascia in pietra verde levigata, da Hissarlik, Turchia, età del bronzo, c. 3000 a.C. (Napoli, Università Federico II, Museo di Antropologia) (fonte: http://www.catalogomultimediale.unina.it/?p=185)
Subito dopo, tocca all’Europa, che comincia a passare all’età del bronzo circa 500 anni più tardi. Tra le culture neolitiche più antiche fa eccezione quella del Giappone, nel quale dal neolitico si passa direttamente all’età del ferro, attorno al 400 d.C.
Nelle Americhe e in Oceania, invece, il neolitico termina veramente solo co l'arrivo della tecnologia europea, dopo il 1500. Lo stesso succede in Siberia, Alaska e Groenlandia a partire dal 1700 circa.
Tuttavia, presso alcune popolazioni il neolitico non è ancora del tutto terminato, vedi per esempio i Papua della Nuova Guinea e gli Yanomami e Jivaros dell’Amazzonia.

Fig. 5 - Asce cerimoniali, Nuova Caledonia, primi anni sec. XX, nefrite, legno e corda (Museo Luigi Pigorini, Roma) (Foto dell’autore)

Fig. 6 - Clave cerimoniali Maori (Nuova Zelanda), sec. XVI, nefrite (Museo Luigi Pigorini, Roma) (foto dell’autore)

Fig. 7 - Scalpello manuale (celt), nord est Papua, raccolto nel 1983 (Plymouth City Museum and Art Gallery) (fonte: http://museumcatalogue.plymouth.gov.uk/Details/collect/73389)
Tra le varie regioni e popolazioni, però, non c’è solo una diversificazione temporale, ma anche una ancor più accentuata differenziazione nell’evoluzione della tecnica di lavorazione della pietra: sembra quasi che l’evoluzione delle culture da paleolitiche in neolitiche sia stata trainata da “locomotive” che procedevano su binari separati e a velocità molto diverse a seconda delle aree e delle popolazioni.
Vedremo dettagli e immagini nei prossimi capitoli, di seguito accenno brevemente ad alcuni tratti peculiari.
Il caso forse più emblematico è quello dell’Estremo Oriente.
La più antica cultura neolitica al mondo riconosciuta da tutti gli studiosi, la giapponese Jōmon, nacque attorno al 10500 a.C., fu la prima a produrre oggetti in terracotta ma dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica si fermò quasi subito.
Per quanto riguarda la lavorazione della pietra, giunse solo fino alla creazione di monili molto semplici (vedi par. 6.2), comparsi attorno al 3000 a.C. Si dovette attendere il 400 d.C. circa per la comparsa in Giappone di una vera evoluzione tecnologica, ad opera di invasori mongoli che introdussero la lavorazione del ferro.
Le culture neolitiche cinesi, invece, che nacquero circa 2000 anni dopo, produssero da subito una grande quantità di innovazioni tecnologiche, in particolare proprio nella lavorazione delle pietre dure e semidure che è attestata almeno dal 5400 a.C.(vedi par. 6.1). Tali innovazioni, però, rimasero “chiuse” nei confini della Cina propriamente detta.
L’estremo sud est asiatico e l’Asia centrale, come il Giappone, rimasero per lungo tempo esclusi da questa esplosione tecnologica (nel sud est asiatico il neolitico compare solo dal 4500 a.C.).
Inoltre, è sottolineare il fatto che le più recenti scoperte attestano al quasi contemporanea comparsa della terracotta in Giappone e in Cina, a partire dal 20000 a.C. circa (vedi ultimo capitolo).
Questo rende il tutto ancora più difficile da decifrare: perché queste culture, che partirono quasi contemporaneamente in zone relativamente vicine tra loro e all’epoca forse addirittura comunicanti (il Giappone era unito alla terraferma durante l’ultima glaciazione), si evolvettero a velocità così diverse?
Ulteriore dato da decifrare: l’industria cinese del paleolitico sembra aver prodotto in quantità apprezzabili solo microliti. Come mai passò così rapidamente e in maniera così stupendamente evoluta alla lavorazione della pietra levigata, in particolare alla difficile lavorazione della dura giada?
Le popolazioni del neolitico vicino-orientale ed europeo si limitarono a produrre con la pietra levigata quasi esclusivamente strumenti utilitaristici, come scalpelli, teste d’ascia e di mazza (vedi par. 6.4).
Benché alcuni di questi oggetti mostrino chiaramente di essere stati prodotti per scopi non legati al loro utilizzo pratico ed effettivo, sono rari gli esempi di oggetti che non abbiano caratteristiche di utensile.
I casi più noti sono quelli delle cosidette “Veneri”, che proseguono una produzione e tradizione cultuale e culturale già iniziata nel paleolitico.

Fig. 8 - La “Venere di Savignano” (Savignano sul Rubicone, FC), attribuita al tardo paleolitico/primo neolitico (Museo Luigi Pigorini, Roma) (foto dell’autore)
Con tutto questo, alcune caratteristiche accomunano praticamente tutte le genti del neolitico.
Una di queste caratteristiche è l’aver selezionato, per realizzare oggetti di particolare pregio, pietre con caratteristiche di spiccata durezza e resistenza agli urti, come quarziti, serpentini, diaspri e soprattutto giada.
Da sottolineare è anche il fatto che vennero selezionate pietre prevalentemente di colore verde o verde azzurro.
La giada è una delle pietre naturali più dense e quindi ha un alto peso specifico (da 3 a 3.3), è la pietra più resistente agli urti nota in natura e ha una notevole durezza.
Risulta morbida e “fresca” al tatto e le pietre molto compatte e prive di difetti interni emettono un piacevole suono quando sono percosse, un dolce tintinnio.
Nelle sue tonalità verde e verde azzurro ricorda il colore dell’acqua, della vegetazione nel suo pieno rigoglio e del cielo sereno. Inoltre, quando viene lucidata, acquista uno splendido lustro, una brillantezza traslucida che la distingue da tutte le altre pietre.
Forse per questi motivi ha affascinato gli esseri umani sin dall’antichità, dal neolitico appunto.
E questo fascino resiste tutt’ora, anche perché con tutta probabilità il neolitico è stata la culla di molte delle credenze e superstizioni tutt’ora vive e presenti nelle nostre società.
È da sottolineare il fatto che ancora oggi alcune culture sono molto legate ai simbolismi tipici della iconografia espressa nel neolitico attraverso la manifattura della giada (v. cap. 6) e che la giada è tutt’ora considerata pietra carica di preziose virtù (v. capp. 2, 3 e 4).
Vediamo di conoscerla meglio nel corso dei prossimi 3 capitoli e di studiarne un po’ la metodologia di lavorazione e l’utilizzazione che ne fecero gli uomini del neolitico, nei capitoli 5 e 6.
2.La giada come pietra
2.1. Cosa si intende per giada
Due differenti minerali sono comunemente chiamati con questo nome, cosa che genera non poca confusione, soprattutto nel campo del commercio e in quello dello studio storico.
Il motivo per il quale questi due minerali vengono accomunati sotto la denominazione corrente di giada è che hanno un aspetto simile. Ben diverse, però, sono l’origine geologica e la composizione chimica.
Per secoli anche la scienza occidentale li ha considerati come un solo minerale. Solo nel 1863, ad opera del mineralogista francese Augustin Damour, i due minerali vennero riconosciuti come ben distinti.
Entrambi appartengono al gruppo delle cosidette “rocce ultramafiche”: i geologi e i mineralogisti li classificano tra gli inosilicati, l'uno come la varietà più compatta dell’anfìbolo monoclino chiamato actinolite, varietà che viene chiamata nefrite, l'altro come il piròsseno alcalino chiamato giadeite.
Fig. 9 - Nefrite grezza, Bassa Slesia, Polonia (Foto Piotr Sosnowski, Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Nephrite_jordanow_slaski.jpg)
Fig. 10 - Giadeite grezza (foto Marisa Carrano) (fonte: http://www.mineralicristalli.it http://www.mineralicristalli.it/Images/Schede_Giada_m.JPG)
Sia la nefrite che la giadeite non sono del tutto stabili: il contatto con l'aria umida e carica di impurità, soprattutto acide, o con gli acidi presenti nel terreno causa un degrado superficiale di entrambi i minerali, che decadono in albite, un fillosilicato così chiamato perché presenta un aspetto biancastro, ragion per cui molti oggetti antichi, soprattutto quelli provenienti da scavi archeologici, hanno una superficie bianca, albitica appunto. La comparsa della patina albitica viene impropriamente chiamata calcificazione ed è un processo molto lento: si calcola che occorra circa un millennio perché la patina arrivi a coprire la superficie della pietra con uno strato omogeneo ed effettivamente percepibile.
![Eagle Transformation Figure [Mexico; Olmec] (1994.380) | Heilbrunn Timeline of Art History | The Metropolitan Museum of Art](http://media-cache-ec0.pinimg.com/236x/fb/eb/c4/fbebc47fe5a86c5fb6d310db82d7a2af.jpg)
Fig. 11 - Statuetta olmeca di giadeite con patina superficiale fortemente albitica, X-VI sec. a.C., 11.4 x 4.2 cm "Eagle Transformation Figure [Mexico; Olmec] (1994.380)". In Heilbrunn Timeline of Art History. New York: The Metropolitan Museum of Art, 2000–. (October 2006)
(Nota- Gli oggetti antichi presenti sul mercato antiquario raramente presentano la tipica patina superficiale albitica perché vengono quasi sempre rilucidati al fine di renderli più “appetibili” ai collezionisti. Paradossalmente, a volte si trovano sul mercato oggetti relativamente recenti, trattati in maniera da rendere albitica la superficie, per aumentarne la presunta antichità.)
Entrambi i minerali hanno densità molto elevata, circa 3 la nefrite e 3.3 la giadeite, e sono le pietre naturali più resistenti agli urti che conosciamo, qualità propriamente chiamata resilienza.
Per questa qualità la giada, nefrite e giadeite, è stata utilizzata dagli esseri umani fin dal Neolitico: la giada è pietra molto adatta alla fabbricazione di asce, accette, scalpelli, teste di mazza e strumenti da lavoro.
Per la grande quantità di tempo necessaria alla loro lavorazione, per la loro durata nel tempo e per la loro bellezza, dovuta al lustro che gli si poteva far acquistare, gli oggetti in giada, nefrite e giadeite, divennero oggetto di culto e tesaurizzazione o furono comunque considerati oggetti di grande pregio.
A parte alcuni anelli cinesi e alcuni pendenti, che mostrano segni di usura attorno ai fori di sospensione e qualche leggera scheggiatura sui bordi, dimostrando così di essere stati a lungo indossati, gli oggetti in giada, di qualunque epoca siano e a qualunque cultura appartengano, non portano quasi mai segni d'uso, in particolare le lame d'ascia e di accetta, le teste di mazza, gli scalpelli d'ogni epoca e cultura.
Questo ci ha portato a pensare che non fossero oggetti dalla funzione utilitaristica, bensì oggetti cerimoniali o simboli di potere.
2.2. A proposito di nefrite (cinese C'hen Yü, Zhen Yü o Ying Yu', giapponese nagyoku, maori pounamu)
La nefrite è normalmente classificata come un anfìbolo con 6/6.5 gradi di durezza nella scala di Mohs.
In realtà, questo minerale è costituito dalle catene strettamente allacciate dei cristalli di due diversi anfìboli, l’actinolite, silicato di calcio e magnesio e ferro (da cui l’attributo di mafico, ma-fe) e la tremolite, silicato di calcio e magnesio.
La nefrite è di origine metamorfica, essendo generata dal termalismo vulcanico, quando acque sovrassature di sali sono sottoposte a condizioni medio-basse di pressione e temperatura.
Come ho accennato sopra, ha struttura a doppia catena di cristalli e quando la sua superficie viene lucidata assume un aspetto untuoso, come si vede in questa foto di un tipico oggetto di produzione cinese.
Fig. 12 - “Montagna sacra”, Cina, epoca Qing (1644 – 1912), Shangai Museum, foto di Gary Lee Todd (vedi par. 6.1) (Fonte: http://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd /ShanghaiMuseumJadeGallery#5519192043624719954)
Diffusa pressoché ubiquitariamente sulla superficie terrestre, è presente in massicci giacimenti lungo l'intera cordigliera occidentale del Nord America e, sotto forma di ciottoli, anche nei fiumi di quasi tutta l'Europa, di parte della Siberia e del nord della Nuova Zelanda.
Attualmente, la zona mineraria più sfruttata si trova in British Columbia (Canada), ma le zone minerarie storicamente più importanti, quelle che fornivano il materiale agli artigiani cinesi a partire dal neolitico e fino al 1750 circa, si trovano nel Turkestan orientale, oggi regione cinese di Xinjiang Uyghur, in particolare nelle contee di Yarkand e Khotan che anticamente formavano un regno buddhista indipendente.
Il suo colore “puro” è bianco latteo lievemente traslucido, ma la presenza di ossidi di ferro, cromo o manganese le conferisce una vasta gamma di tinte, che varia dal giallo oro al nero, passando per il beige, il malva, il rosa, il rosso rubino e tutte le tonalità di verde, dal più pallido al verde scuro. Il colore più apprezzato è sempre stato il verde smeraldo, noto anche come verde imperiale, però molti manufatti cinesi antichi di grandi dimensioni sono realizzati con nefrite di colore bianco panna con striature ocra, chiamata “giada grasso di montone”.

Fig. 13 - Ciottolo fluviale di nefrite color “grasso di montone” del peso 16.8 kg (foto Jadefiend Gallery and Workshop) (fonte: http://www.jadefiend.com/?page_id=728)
2.3. A proposito di giadeite (Fei cui o Fei ts'ui nel cinese moderno, antico Yunnan Yü, giapponese kôgyoku, nahuatl quetzalitzli)
La giadeite è un piròsseno con 6.5/7 gradi di durezza nella scala di Mohs, forse addirittura 7.5 per la varietà detta chloromelanite, termine oggi quasi abbandonato, utilizzato per una varietà di colore verde talmente scuro da sembrare nera, come dice il nome (dal greco antico "chloròs" = verde e "melanòs"= nero).
Si tratta di un silicato di sodio e alluminio, anch'esso di origine metamorfica, generato da termalismo vulcanico, quando acque sovrassature di sali sono sottoposte a condizioni molto elevate di pressione e temperatura.
Ha una struttura cristallina e quando la sua superficie viene ben levigata, ha un aspetto più luminoso e brillante di quello della nefrite, senza il tipico aspetto untuoso di questa.
La giadeite è anche molto più traslucida, nel colore verde “imperiale” può assumere la qualità di gemma, così trasparente che può essere scambiata per smeraldo. Questo tipo di giadeite, essenzialmente monocristallina, è estremamente raro, normalmente la giadeite si presenta in aggregati microcristallini che includono altri cristalli metamorfici, soprattutto albite e serpentino.

Fig. 14 - Blocco di giadeite non levigato, foto HEART ♥ MADE (fonte: http://www.heart-made.it/wp-content/uploads/2010/04/GIADEITE.jpg)

Fig. 15 - Giadeite gemma su anello (fonte: http://img.alibaba.com/photo/119145854/Natural_Imperial_Glassy_Green_Burma_Jadeite_A_Jade_9_50ct.jpg)
La sua superficie è molto difficile da lucidare perfettamente, a causa della sua struttura cristallina: se esaminata con lente d'ingrandimento anche la superficie più brillante e ben levigata presenta mancanze e piccoli fori (vacuoli). L'aspetto lucidato “a specchio” è un effetto ottico, a parte i moderni oggetti in giadeite i quali sono molto spesso sottoposti ad un processo di assorbimento superficiale di paraffina colorata, in modo da poter dare loro uno splendido lustro.

Fig. 16 - Giadeite: aspetto a 10 ingrandimenti della superficie lucidata e non trattata con paraffina
A causa delle particolari condizioni geologiche che permettono la sua deposizione, la giadeite è concentrata in "isole”: attualmente, le zone minerarie più importanti sono nel distretto di Moguong in Myanmar (l'antica Birmania) in prossimità delle sorgenti del fiume Irawaddy, in Siberia lungo il fiume Ussuri e in Guatemala nella valle del Rio Motagua.
Ci sono alcune vene anche in Italia vicino al Monviso e nelle Alpi Liguri, in Russia nella regione degli Urali Polari, in California nella valle di Sacramento e in Giappone nell’isola di Honshu

Fig. 17 - Grosso blocco di pietra verde azzurra, quasi sicuramente giadeite, incassato in un muretto a secco nella cittadina di Verres, Val d’Aosta, foto Donato Arcaro (Fonte: http://www.naturaosta.it/geoturismo/Verres.htm)
L’intera produzione di giadeite Burma ricavata dal Moguong, la regione del Myanmar da cui proviene la giadeite più pregiata, viene assorbita dal mercato cinese.

Fig. 18 - Immagine del mercato cinese della giadeite Burma grezza, (fonte http://www.yoneyama-eclub.org/img/image011TN6%20green%20ishi.jpg )
Le colorazioni nelle quali si presenta sono quasi le stesse della nefrite, ma è molto rara e apprezzata anche nei colori lavanda, lilla, azzurro e giallo-oro. Data la loro rarità e l’apprezzamento da parte del mercato, molto spesso la comune giadeite bianca viene colorata facendole assorbire a caldo il colore voluto, per mezzo di coloranti artificiali diluiti in paraffina liquida.
E' importante notare che solo la rarissima e quasi trasparente pietra verde classificata come gemma è giadeite quasi totalmente pura (più del 98%, la parte restante è Cr ridotto che dà alla pietra il suo colore verde smeraldo).
Normalmente il contenuto in giadeite del minerale è inferiore al 95% in quanto la giadeite si presenta aggregata ad altri silicati come serpentino, albite, augite, acmite e altri.
Commercialmente, quando nel minerale la giadeite è presente per oltre il 75%, la pietra viene appunto classificata come "giadeite", se inferiore al 75% e più del 50%, come giadeitite, se inferiore al 50% rispettivamente come serpentinite-, albite-, augite-, acmite- jadeitica a seconda del minerale prevalente.
3. L'origine della parola jade/giada
Il corrispondente del vocabolo italiano giada in tutte le altre lingue dell’Europa occidentale è jade, pronunciato in maniera diversa a seconda della lingua. La sua origine è incerta.
Anche se conosciuta e utilizzata in Europa sin dal periodo neolitico per la fabbricazione di strumenti di offesa e di culto (molti campioni sono presenti nelle collezioni di musei in Italia, Svizzera, Francia, Germania e Gran Bretagna), come tutta l'industria litica anche questa pietra è stata abbandonata, dimenticata e sostituita dalla produzione di metallo.
Come pietra preziosa, non è stata apprezzata dalla cultura latina, forse perché i Romani pensavano che fosse pietra infausta, che portava sfortuna.
I pochi esemplari conosciuti nella glittica e sfragistica dell'Europa occidentale, anteriori al 16° secolo, sono di origine alessandrina.
Sono noti, anche, un solo esemplare di arte assira ed uno proveniente dalla tomba di Tut-ankh-Amon.
Per questi motivi, fino alla fine del 16° secolo, nelle lingue europee influenzate dalla cultura latina non vi era alcuna parola specifica per indicare la giada e la pietra stessa non veniva utilizzata.

Fig. 19 - 3 anelli dalla tomba di Tutankhamun, in alto a sx, anello con sigillo di Ankhesenamun e Ay, il test del peso specifico fa pensare che sia di nefrite (Lucas e Harris, 1962)(foto Aleksandra Savatic, fonte: http://pinterest.com/pin/268456827760717709)
Il primo contatto avuto dagli europei, in epoca moderna, con manufatti in giadeite è avvenuto agli inizi del 16° secolo, in Messico, quando Cortès ricevette da Mohtecuzoma Xocoyotzin, il capo degli Aztechi che noi comunemente chiamiamo Montezuma, alcuni manufatti in pietra verde da consegnare a Carlo V.
Gli Spagnoli non riconobbero di che pietra si trattasse e Cortès la definì “esmeralda” nella lettera di accompagnamento destinata al suo imperatore.
(Nota. In realtà, gli Aztechi produssero pochissimi oggetti in giadeite. La quasi totalità degli oggetti di questo materiale in loro possesso era probabilmente stata ottenuta attraverso lo scambio commerciale con genti circonvicine ed era frutto di predazione in antiche tombe di popolazioni appartenenti alla cultura Maya o alla Olmeca.
Gli oggetti in pietra dura prodotti dagli Aztechi, compresi quelli in giadeite, oltre ad essere pochi, ai nostri occhi hanno in genere un aspetto più primitivo di quelli prodotti dalle popolazioni precedenti. Il più bello noto, di produzione quasi sicuramente azteca, è questa statuetta del dio degli inferi, Xolotl

Fig. 20 - Statuetta del dio Xolotl, Württembergisches Landesmuseum, Stuttgart (fonte: http://www.latinamericanstudies.org/aztecs/skeletonized-deity.gif)
Scrive Cortès che Mohtecuzoma gli consegnò 5 oggetti realizzati con una pietra che gli Aztechi chiamavano 'chalchihuitl' e gli disse che erano oggetti preziosissimi in quanto ciascuno di essi valeva più di un intero carico d'oro. Il fatto che Cortès si riferisca a questa pietra chiamandola 'esmeralda' ha fatto concludere che si trattasse di giadeite. Però la parola 'chalchihuitl', che letteralmente significa 'terra della terra', sembra designasse il turchese, più che la giada, che pare venisse chiamata 'quetzalitzli' ossia 'pietra del quetzal', uccello il cui maschio ha penne caudali lunghissime e color smeraldo.)
Manufatti in nefrite, di produzione cinese, pervennero nelle mani di mercanti portoghesi un po’ più tardi, a Canton alla fine del 16° secolo.
Da questi fatti nascono le due più diffuse correnti interpretative circa la nascita della parola giada.
Sembra che Spagnoli/Portoghesi abbiano imparato da Aztechi/Cinesi che la giada aveva benèfici influssi nel trattamento delle malattie renali.
Per questo motivo la maggior parte degli autori sostiene che gli Spagnoli chiamarono il minerale "piedra de la ijada", cioè pietra del fianco, perché avrebbe dovuto curare le infermità renali se applicata sulla pelle, a lato del corpo. Da ijada, il moderno vocabolo spagnolo jade.
Altri sostengono che i Portoghesi chiamarono il minerale "pedra de la mijada", cioè pietra per mingere, in quanto avrebbero appreso dai Cinesi che, usata nello stesso modo, favorisce l'espulsione dei calcoli renali attraverso la minzione.
Quindi, da mijada il vocabolo jada e poi il moderno portoghese jade (attenzione, la parola in spagnolo e portoghese si scrive con gli stessi caratteri latini, ma si pronuncia in maniera leggermente diversa. In spagnolo, “j” davanti a vocale rappresenta una “c” toscana, per così dire, o la “h” inglese aspirata di “home”, in portoghese rappresenta lo stesso suono che nella grafia francese).
Incidentalmente, è da notare che il nome di nefrite, utilizzato per designare la pietra anticamente lavorata in Cina, deriva dal greco antico "nephròs" = rene, ma è un termine, come ho già detto, coniato solo nel 1863. Questo fa un po' sorridere, se si accetta l'ipotesi della derivazione spagnola, cioè dall'uso Azteco: il nome moderno di nefrite è attribuito alla antica giada cinese per eccellenza, mentre deriverebbe dall'uso che si faceva in Mesoamerica della giadeite.
Una ulteriore interessante ipotesi, pochissimo conosciuta nel mondo occidentale, è quella prospettata da Manuel Keene in Encyclopaedia Iranica, Vol. XIV, circa la derivazione della parola giada dalle lingue turco-mongole parlate attorno al X – XIV sec. nell’immensa zona che ha al centro Samarcanda.
A tal proposito, vedi la lunga nota alla fine del cap. 7 nella terza parte di questo elaborato sulla giada dal titolo "La giada dopo il Neolitico".
Ci sono altre ipotesi circa l'origine di questa parola, ma sembrano essere meno plausibili.
Per esempio, l'origine sostenuta da alcuni autori Francesi: dal cinese yü pronunciato, non si sa perché, ya poi yad poi jad. Gli studiosi Francesi sono spesso così nazionalisti e revanscisti.
A proposito di questa ipotesi, Fred Ward (pag.6) va un po' controcorrente.
Afferma che il termine “piedra de ijada” passò direttamente al francese come “pierre de l'ejade” e da qui, per aferesi, il termine attuale “jade”.
Inoltre, afferma che nel Rinascimento, con l'introduzione della tassonomia in lingua latina, la giada mesoamericana venne chiamata “lapis nephriticus” in quanto solo per questa sarebbe stata nota l'associazione alla cura della malattie renali.
Per circa 2 secoli, quindi, tale termine venne associato alla pietra che oggi chiamiamo giadeite.
Quando Damour, nel 1863, riconobbe l'esistenza di due giade, applicò la dizione “nefrite” alla giada cinese “antica” e coniò il nuovo termine “giadeite” per la giada Burma e mesoamericana.
Quindi, secondo Ward, l'origine di questo ”scherzo” sarebbe da ricercare nella nomenclatura introdotta da Damour.
4. La giada in terapia ed esoterismo
«Anticamente gli uomini superiori riscontravano la similitudine di tutte le qualità eccellenti nella giada. Morbida, liscia, lucente, per loro sembrava la benevolenza; fine, compatta e forte, come l'intelligenza; spigolosa, ma non acuta e tagliente, come la giustizia; brillante e luminosa, come la purezza; i suoi difetti non nascondono la sua bellezza, né la sua bellezza nasconde i suoi difetti, come la lealtà; il suo iridescente splendore rappresenta il Paradiso e le note lunghe e chiare che emette quando la si percuote sono musica celeste...” .
Così il filosofo cinese Confucio (Kǒng Fūzǐ / K'ung-fu-tzu 551 - 479 a.C.) riferiva della riverenza che i cinesi ebbero per queste magnifiche pietre alle quali da tempo immemorabile essi attribuivano molte tra le virtù positive. Tra le pietre preziose forse solo la giada possiede una simile ricchezza di leggenda e tradizione magica, un tale senso di finezza, una così intensa aura di magico mistero...
Nel capitolo precedente abbiamo visto che si crede che gli Europei abbiano avuto notizia che nella Cina antica o nel Messico precolombiano la giada venisse utilizzata per il trattamento delle malattie renali.
Non abbiamo alcuna prova concreta di questo uso della nefrite in Cina (origine portoghese della parola giada) e nemmeno di una utilizzazione analoga della giadeite da parte dei nativi della Mesoamerica, come Maya, Aztechi, Olmechi (origine spagnola della parola).
Queste ipotesi non sono supportate da testimonianze archeologiche né storiche, tanto che alcuni studiosi pensano che queste ipotesi circa l'uso antico di pietre di giada si fondi solo su leggende moderne.
E' però un fatto che nella cultura cinese (e secondo quanto sostengono alcuni autori, particolarmente nella cultura taoista) la giada rappresenta il coraggio, la giustizia, la modestia e l'altruismo, vale a dire le qualità più positive degli esseri umani. Nell'elenco attribuito a Confucio compaiono tutte le caratteristiche delle cinque virtù morali: bontà o carità (la sua lucentezza e il suo fulgore, caldo e brillante al tempo stesso), saggezza (l’armoniosa purezza della sua sonorità), rettitudine-dirittura o franchezza (la sua traslucentezza), coraggio (la giada, dura, si spezza ma non si piega mai) e infine equità (ha angoli aspri e acuti, che però non tagliano) assieme a benevolenza, intelligenza, purezza, educazione, fedeltà.
I Cinesi ritengono inoltre che la giada sia una pietra assorbente, nel senso che assorbe un po' della personalità e dello spirito di chi lo indossa.
Per questo si era soliti dare un oggetto di giada, a lungo portato sulla propria persona, a chi doveva allontanarsi dalla propria famiglia o dall'amato/a, in modo che lui/lei potesse portare via con sé parte dello spirito della famiglia o dell'amato/a.
Per i Cinesi è anche simbolo di lunga vita e apportatrice di serenità e saggezza.
E' curioso notare che la parola actinolite, il nome “scientifico” della nefrite, deriva dal greco antico "actinòs = raggio" e "lithòs = pietra", perché questa pietra, osservata al microscopio, ha una struttura tipica raggiata.
Secondo Joseph Needham (vol.II, pag. 558) i Cinesi usavano la parola "li" per indicare questa struttura visibile nella nefrite, perché l'ideogramma "li" in origine indicava la struttura a fibre raggiate dei muscoli e delle fibre vegetali e tessili.
Fritjof Capra (pag.334) citando il passo di cui sopra, afferma che i daoisti usavano la parola "li" per indicare la perfezione: questo porterebbe a pensare che i grandi saggi daoisti considerassero la giada la pietra perfetta, per essere la pietra "li" (tessitura raggiata e perfezione insieme). Inoltre, sembra che secondo i daoisti l’ingestione di polvere di giada consentiva di avere accesso all’immortalità dei Savi.
Sempre i Cinesi, inoltre, ritenevano che la giada rendesse incorruttibili le carni, soprattutto se utilizzata in associazione con l’oro. Sono state rinvenute alcune tombe regali che contenevano corpi avvolti in una armatura di tessere di giada, legate tra loro con fili d’oro puro.
Questo è il vestito di giada (nefrite) che custodiva il corpo del figlio dell’imperatore Jingdi (periodo Han, 206 a.C.-220 d.C.), principe Liú Shēng, morto nel 113 a.C. È costituito da 2498 tessere di giada (alcuni testi dicono 2690), triangolari, rettangolari e poligonali, cucite con 1100 gr. di fili doro

Fig. 21 - Il vestito del principe Liú Shēng, lungh. mt. 1.88 (fonte: http://facweb.furman.edu/~jleave/courses/arteastasia/slide%20root/SLIDE_PROJECT/C/C023.lo.jpeg)
Da notare che il corpo del principe, benché interamente incapsulato nel vestito di giada, si era comunque corrotto e totalmente disfatto, al pari di quello di sua moglie, Tòu Wăn, morta circa 10 anni dopo e sepolta con le stesse modalità, e di quello degli altri 6 principi o imperatore cinesi ritrovati sepolti con le stesse modalità in varie località della Cina.
(Nota. In letteratura, soprattutto in testi un po' datati, capita di frequente di incontrare una trascrizione dei vocaboli cinesi secondo il metodo Wade-Giles o un altro metodo diverso da quello quasi universalmente adottato più recentemente, il pinyin
pinyin classe tonale ideogrammi Wade – Giles significato
Kǒng Fūzǐ 孔夫子 K'ung-fu-tzu Confucio
Lǎozǐ 老子 Lao tze/ Lao Tzu
Dao 道 Tao incedere
sulla via maestra
Dàojiào (Daoismo) 道教 Taoismo la via del Dao
Ying Yu' Ying Yü generico per giada
Zhen Yü 硬玉 C'hen Yü nefrite
Xin Jiang xin1jiang1 新疆 Sinkiang
Kun Lun kun1lun2 昆仑(山) Kuen Lun
fei-cui fei3-cui4 翡翠 fei-ts'ui giadeite
li li3 里 li
Il significato di li (li3) è “qualcosa di perfetto in natura”, come la tessitura dei muscoli e delle fibre del legno.
“Fei” è il nome cinese del martin pescatore, piccolo uccello dallo splendido piumaggio verde smeraldo o verde azzurro, “cui” (“ts’ui”) significa verde.
Fig. 22 - Martin pescatore (alcedo atthis) (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Martin_Pescatore.jpg)
Fig. 23 - Quetzal (pharomachrus mocinno mocinno) (foto D. Hatcher)(fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Quetzal01.jpg)
In cinese, il martin pescatore assume nei confronti della giada lo stesso significato che ha il quetzal nelle antiche lingue mesoamericane, il verde legato alla natura. Quindi fei-cui esprime il concetto di “verde che più verde non si può”.)
In cristalloterapia la giada verde è associata al 4° chakra, quello del cuore, all’acqua e ai segni di Cancro, Pesci, Bilancia e Vergine, per cui:
- essendo associata con il chakra del cuore, è utile per curare stress, ansia e disturbi della circolazione del sangue e come un aiuto per la memoria
- essendo associata al chakra del cuore e al segno della Vergine, è anche la pietra dell'amore per eccellenza
- essendo associata all’acqua, ha effetto sulla sfera delle emozioni e su quella femminile (ancora amore e poi intuizione e compassione), sui reni, stimolandone e regolandone la funzione e facilitando l’espulsione dei calcoli, nonché sul sistema immunitario, che rafforza.
La giada color ocra scura, invece, è associata al 2° chakra, quello del basso addome, per cui rafforza milza e fegato, con funzioni di stimolazione della depurazione epatica.

Fig.24 - I chakras (disegno dell'autore): 7 - Cervello, ghiandola pineale, cranio; 6 - Naso, orecchie, occhi, ghiandola pituitaria; 5 - Gola, bronchi, tiroide; 4 - Cuore, polmoni, timo, circolazione, mani, pelle; 3 - Digestione, pancreas, sistema nervoso vegetativo; 2 - Apparato genito-urinario, fegato, milza, reni, prostata; 1 - Colonna vertebrale, ossa, intestino retto, sangue, ghiandole surrenali
Sempre secondo la cristalloterapia, la giada ha anche proprietà calmanti, rasserenanti e lenitive degli stati d’animo turbati, elimina la paura, consola e invita alla benevolenza. Inoltre, aiuta il cuore a trovare la compassione per prendere le giuste decisioni, riequilibra le emozioni e dona modestia e chiarezza d’idee. Infine, apre la mente e spinge al rinnovamento.
5. Tecniche di lavorazione
È ovvio che non siamo certi di come venisse lavorata la pietra in tempi preistorici.
Tuttavia, qualcosa possiamo dedurre attraverso lo studio della tecnica sia di quelle popolazioni che ancora vivono, almeno parzialmente, nel neolitico sia di quelle che, quando vennero “scoperte” nel recente passato, neolitiche erano dal punto di vista tecnologico e delle quali abbiamo testimonianze in merito, attraverso i diari e le relazioni di quanti li hanno avvicinati in tempi storici.
Mi riferisco, come ho già accennato, ad alcune popolazione dell’Amazzonia, ai Papua, ai Maōri e agli Aztechi, ai quali gli studiosi non applicano la etichetta di neolitici.
Inoltre, attraverso lo studio delle tracce di lavorazione riscontrabili sui manufatti del neolitico propriamente detto e di quanto presente nelle “officine” rinvenute durante scavi archeologici, è possibile stabilire con buona approssimazione quali fossero le tecniche di lavorazione e quali gli strumenti utilizzati dai neolitici per lavorare e soprattutto tagliare, levigare e forare la pietra.
Innanzitutto, bisogna precisare che la tecnica di lavorazione della pietra tipica del neolitico non nasce improvvisamente, è il prodotto della lunga evoluzione iniziata circa 2 milioni di anni prima.
Il primo passo, naturalmente, era identificare il materiale, che doveva essere una pietra compatta e del tipo “giusto”, per lo più selce, granito, serpentino, quarzite, nefrite o giadeite, a seconda del prodotto finito che si voleva realizzare.
Da dove il materiale grezzo venisse ottenuto la sappiamo abbastanza bene, perché sono state rinvenute molte antichissime cave di queste pietre, oltre al fatto che nei letti dei fiumi se ne rinvengono ancora oggi ciottoli di dimensioni anche cospicue.
Per quanto riguarda le cave di nefrite e giadeite, dato che strappare i blocchi dalle vene di questi minerali era molto difficile, si pensa che si sia ricorsi all’uso di fuochi accesi in prossimità della vena, al fine di riscaldare e dilatare il minerale, raffreddandolo repentinamente con l’irrorazione di acqua fredda, per provocarne la spontanea rottura a causa dell’improvvisa contrazione dovuta al raffreddamento.
Non era comunque necessario avere a disposizione delle fonti di approvvigionamento locali, dato che è accertato che già nel tardo paleolitico il materiale migliore era commercializzato su rotte anche molto lunghe.
Per esempio, in Cina la nefrite inizialmente si otteneva dai ciottoli fluviali, che ad un certo momento cominciarono a scarseggiare, per cui già nel tardo neolitico fu giocoforza importare la nefrite grezza ricavata da cave situate nel Turkestan, sui monti Kun Lun, a più di 3000 km di distanza dai siti di lavorazione.
In Gran Bretagna sono stati rinvenuti strumenti neolitici ricavati da selce e giadeite provenienti dalle Alpi italiane e svizzere.
In Costarica, la giadeite lavorata localmente proveniva quasi tutta dalla valle del Rio Motagua, in Guatemala, che dista circa 1000 km in linea d'aria.
I ciottoli fluviali si presentano in genere abbastanza levigati e molto spesso hanno già la approssimativa forma di una testa d’ascia o di uno scalpello, per cui è probabile che la cosa sia tornata doppiamente utile.
Il materiale di cava, invece, era più difficile da lavorare perché richiedeva tempo e notevole abilità per essere sbozzato e ridotto alla forma grossolana iniziale.
Le tracce rilevate ci dicono che si procedeva per percussione, cautamente per non spezzare il blocco e renderlo inutilizzabile, facendo saltare piccoli pezzi dal blocco grezzo sino a ridurlo alla forma iniziale voluta.
La tecnica era comunque nota sin dal paleolitico, così come era nota la tecnica per realizzare fori per mezzo della percussione.
È comunque possibile che i blocchi grezzi venissero tagliati mediante l’uso di seghe costituite da robusti legni o corna di animale sui quali venivano fissate schegge taglienti di selce o, nel caso più “fortunato”, cioè laddove tale materiale era disponibile, di ossidiana.
Ridotto il materiale alla forma grezza voluta, si proseguiva con una attenta bocciardatura, per eliminare le scabrosità dalla superficie, quindi si passava alla levigatura.
È probabile che inizialmente si sia proceduto in modo rudimentale, tramite sfregamento su un piano di arenaria costantemente bagnato con l’acqua, oppure sfregando l’oggetto con sabbie legate con acqua o grasso, consumando pazientemente la superficie delle pietre.
Un successivo perfezionamento sarà stato quello di selezionare le sabbie più ricche di quarzo e di grana via via più sottile, in modo da raffinare il lustro. Forse si sono macinati dei pezzi di quarzo e di altre pietre abbastanza dure, in modo da ottenere delle polveri selezionate, da usare allo scopo.
Nelle stazioni di lavorazione neolitiche sulle Alpi italiane sono state rinvenute delle vere e proprie tavole di arenaria ricca di piccoli cristalli di granato (durezza 7.5), utilizzate proprio per consumare e lisciare le altre pietre, in particolare la locale giadeite.
Immaginare quando si sia passati alla segagione di pezzi dai blocchi mediante seghe ad arco e corda e a forare il materiale con l’utilizzo di trapani ad arco o a pompa è impossibile. Certo è che le tracce di lavorazione presenti già su alcune delle più antiche nefriti cinesi ci dicono che il taglio doveva avvenire utilizzando uno strumento tecnologicamente molto più avanzato della sega “a schegge”.


Fig. 25 - L’operazione di segagione doveva essere condotta in una di queste maniere (i due disegni, come quelli successivi relativi ai trapani e ai fori sono di mia mano, e si vede…)
Dal punto di vista della conduzione dell’operazione, c’è solo da osservare che nel primo caso veniva richiesto l’intervento di due persone, nel secondo una era sufficiente anche se questo metodo consentiva tagli meno precisi.
Lo studio delle tracce di lavorazione ci dice che la corda secante era fatta sfregare sopra una fanghiglia di polvere abrasiva, costantemente umettata per impedire il surriscaldamento.
Tutti i testi, indistintamente, insistono sull’ipotesi che la polvere venisse fatta aderire alla corda mediante sostanze grasse: la cosa mi sembra inverosimile, dato che il grasso avrebbe trattenuto la povere ma avrebbe contemporaneamente funzionato da lubrificante, l’esatto opposto di quanto si voleva ottenere.
Credo sia molto più plausibile che per trattenere la polvere venisse usata una qualche resina vegetale.
Il problema più grosso che si presenta è relativo al materiale con il quale poteva essere realizzata la corda.
I testi insistono sul fatto che fosse realizzata intrecciando fibre vegetali o sottili strisce di cuoio.
Corde realizzate con questi materiali non hanno retto ai (pochissimi) esperimenti effettuati: corde di fibre vegetali o di pelle conciata di animale non resistono che per breve tempo all’usura, rompendosi entro pochi movimenti di andirivieni.
Un amico artigiano mi ha suggerito l’ipotesi che la corda venisse realizzata con crini, di animale o umani (cioè capelli), spiegandomi che le fibre di cui i crini sono composti si allineano e si distendono col movimento, facilitandolo e impedendo la rapida usura della corda.
Questo mi ha fatto venire in mente il fatto che la corda dell’archetto degli strumenti musicali appunto a corda è fatta con crini di coda di cavallo maschio (quelli delle femmine sono più grassi e indeboliti dall’urina). Per aumentare l’attrito, la corda viene costantemente trattata con colofonia, che è il residuo della distillazione della trementina dalla resina di alcune conifere.
Non so se in termini di resistenza all’attrito prodotto da un movimento di andirivieni ci possa essere differenza tra una corda realizzata con crini di cavallo e una con capelli umani. Più che altro, è necessario tener conto del fatto che la nefrite venne lavorata dai Maōri e la giadeite da Olmechi, Maya, Nicoyani e Aztechi. Nei territori abitati da queste popolazioni non esisteva il cavallo e per quanto io ne sappia non esisteva nemmeno un altro animale che producesse crini lunghi a sufficienza per essere utilizzati allo scopo, mentre lunghe chiome umane erano disponibilissime.
Mi piacerebbe molto fare degli esperimenti in merito…
Fig. 26 - Due immagini di un ciottolo fluviale di giadeite, parzialmente lavorato, proveniente dal sito di Las Huacas, penisola di Nicoya, Costarica, conservato al Carnegie Museum of Natural History, Pittsburgh (USA). Sono evidenti la “mandorla” sulla faccia piatta, residuo del taglio di una sezione effettuato mediante sega a corda, e la tacca di inizio taglio su una delle facce laterali. Il lavoro è datato tra il III sec. a.C. e il V sec. d.C., il minerale proviene con tutta probabilità dalla valle del rio Motagua, in Guatemala (dim. cm. 6.1 x 11.8). Da Jade in Ancient Costa Rica, The Metropolitan Museum of Art, NY, 1998
Come si può vedere nelle due immagini del ciottolo, il taglio effettuato con corde seganti lascia tracce molto evidenti. A parte le striature dovute allo sfregamento delle polveri, visibili anche ad occhio nudo nell’originale, è molto evidente la caratteristica “mandorla” dovuta al fatto che il taglio veniva praticato in due riprese, partendo da entrambe le facce laterali.
Quando il setto al centro era sufficientemente sottile, si inserivano dei cunei nel taglio e si separavano le due parti con un colpo secco.
Alla fine, il residuo del setto centrale era a forma di mandorla a causa del fatto che la corda secante si fletteva e quindi non produceva un taglio rettilineo, bensì leggermente ricurvo.


Fig. 27 - Trapano ad arco (a destra) e a pompa (a sinistra). Nell’immagine a destra, in alto si vede la pietra sulla quale veniva esercitata la pressione. In entrambi, in basso appena sopra la punta, si vede la pietra circolare che serviva da volano per mantenere il più costante possibile la velocità di rotazione (disegni dell’autore)
I fori venivano praticati con l’ausilio di uno di questi due utensili, detti rispettivamente trapano a pompa e trapano ad arco.
L’asta che ruotava aveva l’estremità inferiore cava.
Nella cavità poteva essere inserita una punta, per produrre una coppella o un foro conici, oppure poteva essere lasciata senza punta, nel qual caso poteva produrre un “occhio” oppure un cilindretto e un foro cilindrico.
Credo che il trapano a pompa, se utilizzato da una sola persona, fosse meno preciso di quello ad arco, perché era molto più difficile mantenere perfettamente diritta l’asta.

Fig. 28 - Nel disegno ho cercato di riprodurre la sezione dei più frequenti
tipi di foro realizzabili con questi trapani
Il foro cilindrico veniva praticato utilizzando un’asta cava priva di punta, realizzata utilizzando un osso di animale, quasi sempre di uccello, o un pezzo di canna di bambù, di una particolare specie il cui legno è molto ricco di silicio ed è quindi molto abrasivo. Praticando il foro, un artigiano esperto otteneva anche un cilindretto di pietra. Il sistema veniva utilizzato anche per tracciare circoletti sulla superficie del materiale.
Il foro conico veniva praticato montando nella cavità terminale dell’asta una punta di materiale molto duro, in genere quarzo, che manteneva la sua forma a freccia, a differenza del foro a coppa, praticato con una punta di materiale relativamente tenero e l’ausilio di polvere abrasiva, che usurava la punta la quale assumeva una forma arrotondata.
Il foro “a naso di vacca” era realizzato praticando due fori obliqui, che si intercettavano all’interno del materiale, in modo da formare un vero e proprio anello passante.

Fig. 29 - Retro di testina, probabile elemento centrale di collana, con foro passante biconico “a naso di vacca”, Costarica, cultura Gran Nicoya, giadeite, c. III sec. a.C., h. cm 4.1, coll. privata (foto dell'autore)
Nel caso dei fori biconici e a doppia coppa, praticati a partire da entrambe le superfici contrapposte, gli artigiani erano abilissimi nel far incontrare con precisione i due fori.
Alcuni manufatti in giadeite, a forma di bastone, rinvenuti in Costarica e datati tra il III sec. a.C. e il V sec. d.C. presentano fori biconici della lunghezza di ben 50 cm che si intercettano in maniera quasi perfetta (lo scanso risultante è inferiore al millimetro!).
Giancarlo Sette - 24 agosto 2013
(1 - continua)




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