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GIADA, la pietra che stregò l’uomo sin dal neolitico

di Giancarlo Sette

 

Tag: giada, giadeite, archeologia, storia, nefrite, neolitico, cristalloterapia, sciamanesimo, chakras, mana, Maori, Olmechi, Maya

 

1. Introduzione


Tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, gli ominidi stanziati nelle savane africane impararono ad utilizzare pietre, bastoni e corna di animali come utensili e strumenti da difesa-offesa ed iniziarono le prime migrazioni verso il Vicino Oriente e l’Europa.

Cominciò così quella che noi chiamiamo età della pietra.

Circa 2.5 milioni di anni fa, nell’Africa centro-orientale l’Homo Habilis imparò a scheggiare la pietra per creare strumenti da lavoro e da difesa-offesa migliori di quelli disponibili direttamente in natura.

Questa fu la prima forma di tecnologia umana. A partire da quel periodo, i paletnologi hanno suddiviso il cammino preistorico dell’umanità in 3 periodi principali: paleolitico, mesolitico e neolitico.

Dopo quest’ultimo inizia quella che non è più chiamata preistoria, bensì storia.

Il  neolitico è caratterizzato dalla nascita dell’agricoltura, dalla lavorazione della terracotta e soprattutto dal passaggio dalla creazione di strumenti in pietra scheggiata a quelli in pietra levigata.

Tale passaggio ebbe inizio in un periodo compreso tra il IX e il III millennio a.C., a seconda delle zone, con notevoli differenze temporali tra le diverse popolazioni e regioni della Terra.

Riassumo di seguito, in breve, la tempistica più accettata, per maggiori particolari vedere l’ultimo capitolo.

La teoria più accettata vede ciascun passo evolutivo dall’Habilis fino al Sapiens originarsi esclusivamente in Africa ed espandersi successivamente in tutta la Terra.

L’ipotesi multi regionale, sostenuta soprattutto dai paleoantropologi cinesi, che vede l’evolversi dell’Homo Habilis in più regioni della Terra attraverso linee dell’Erectus differenti a seconda dei continenti, che poi si ibridano più volte tra loro per originare finalmente l’uomo moderno, è molto meno accreditata, sebbene il rinvenimento dei resti di Homo Erectus Pekinensis abbia messo per un certo periodo in seria crisi la teoria unicentrica africana, successivamente pienamente confermata dalle indagini sul corredo genetico.

 

Fig. 1 - Una delle ipotizzate linee evolutive afrocentriche degli Hominini. Tabella con i rami salienti della ipotesi multiregionalistica dell’evoluzione di Habilis (fonte: Wikipedia) (clicca per ingrandire)

 

Per quanto invece riguarda la successiva neolitizzazione, i dubbi nei confronti di una ipotesi multiregionale sono molto meno forti, anzi, sembra questa l’ipotesi più probabile.

Infatti, la neolitizzazione si manifesta in maniera per così dire improvvisa e quasi simultanea in varie zone del pianeta, a macchia di leopardo.

Le prime culture neolitiche sicuramente attestate, che ancora non levigavano la pietra, compaiono quasi contemporaneamente in zone tra loro lontanissime: tra XI e  X sec. a.C. in Estremo e Vicino Oriente (Giappone, Corea, Valle del Giordano e Mezzaluna Fertile) e tra il 7500 e il 7000 a.C. in Cina (Valle dello Yangtze e regione dello Húnán), nell’Africa sub sahariana e nel Medio Oriente (regione pakistana del Baluchistan e stato indiano del Gujarat).

Sui più recenti ritrovamenti in Giappone e Cina, che spostano notevolmente indietro fino al 20000 a.C. l’inizio della lavorazione della terracotta, altro carattere che segna il passaggio dal paleolitico al neolitico, vedi ultimo capitolo.

File:JomonPottery.JPG
 

Fig.2 - Vaso del primo periodo Jōmon (Giappone, 10000-8000 a.C.), la più antica terrracotta del mondo (Tokyo, National Museum) (foto PHG) (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:JomonPottery.JPG)

 

La cultura neolitica nipponica Jōmon è la più antica sin’ora attestata, sia pur di poco antecedente a quelle della Corea e del Vicino Oriente. Le culture neolitiche sub sahariane, cinesi e mediorientali fino ad oggi note si sono sviluppate poco dopo, contemporaneamente tra loro.

Essendo tutte queste separate da grandi distanze, sembra logico concludere che si siano evolute in maniera autonoma l’una dall’altra.   

Molto problematica, dal punto di vista archeologico, è l’Oceania: il neolitico sembra attestato in Australia almeno a partire dal 4000 a.C., il che testimonierebbe una neolitizzazione indipendente, dato l’isolamento fisico dell’Australia, anche se l’industria della pietra levigata sembra attestata solo nelle isole del Pacifico, a partire dal 2000 a.C. circa, portatavi da genti provenienti dal sud est asiatico.

Il termine “neolitico” non viene ufficialmente applicato quando si parla della preistoria delle Americhe (vedi par. 6.5). Tuttavia, la terracotta e l’agricoltura compaiono più o meno dopo il 6000 a.C., e la pietra levigata attorno al 3000 a.C., nella regione archeologicamente conosciuta come Mesoamerica.

Anche se ci sono tracce del fatto che, dopo la massiccia migrazione dall’Asia settentrionale alle Americhe attraverso l’ipotizzata Beringia durante l’ultima glaciazione, ci sarebbero state successive piccole ondate migratorie attraverso l’Oceano, soprattutto di genti polinesiane e del sud est asiatico, anche le culture “nolitiche-non-neolitiche” mesoamericane sembrano frutto di una evoluzione culturale indipendente e locale.

 

Fig. 3 - Testa colossale Olmeca (Messsico, c.1200 a.C.), Parque Museo La Venta, Villahermosa, Tabasco, Messico (fonte: http://www.absolutcaribe.com/la-cultura-olmeca/ http://www.absolutcaribe.com/wp-content/uploads/2010/04/olmeca-_.jpg)

 

Sembra quindi incontestabile il fatto che il passaggio dalla cultura paleolitica a quella neolitica sia avvenuto in tempi diversi e con modalità indipendenti in differenti luoghi della Terra.

Nelle aree in cui la cultura neolitica si sviluppa più velocemente dal punto di vista  teconologico, e cioè il Vicino Oriente e la Cina, assieme alla zona della valle dell’Indo e all’Egitto, il neolitico termina attorno al 3000 a.C., quando inizia l’età del bronzo.

 Lama di ascia in pietra levigata da Hissarlik "Troia", MA 2645

Fig. 4 - Lama di ascia in pietra verde levigata, da Hissarlik, Turchia, età del bronzo, c. 3000 a.C. (Napoli, Università Federico II, Museo di Antropologia) (fonte: http://www.catalogomultimediale.unina.it/?p=185)

 

Subito dopo, tocca all’Europa, che comincia a passare all’età del bronzo circa 500 anni più tardi. Tra le culture neolitiche più antiche fa eccezione quella del Giappone, nel quale dal neolitico si passa direttamente all’età del ferro, attorno al 400 d.C.

Nelle Americhe e in Oceania, invece, il neolitico termina veramente solo co l'arrivo della tecnologia europea, dopo il 1500. Lo stesso succede in Siberia, Alaska e Groenlandia a partire dal 1700 circa.

Tuttavia, presso alcune popolazioni il neolitico non è ancora del tutto terminato, vedi per esempio i Papua della Nuova Guinea e gli Yanomami e Jivaros dell’Amazzonia.

 

 

Fig. 5 - Asce cerimoniali, Nuova Caledonia, primi anni sec. XX, nefrite, legno e corda (Museo Luigi Pigorini, Roma) (Foto dell’autore)

 

 

Fig. 6 - Clave cerimoniali Maori (Nuova Zelanda), sec. XVI, nefrite (Museo Luigi Pigorini, Roma) (foto dell’autore)

 

 

Fig. 7 - Scalpello manuale (celt), nord est Papua, raccolto nel 1983 (Plymouth City Museum and Art Gallery) (fonte: http://museumcatalogue.plymouth.gov.uk/Details/collect/73389)

 

Tra le varie regioni e popolazioni, però, non c’è solo una diversificazione temporale, ma anche una ancor più accentuata differenziazione nell’evoluzione della tecnica di lavorazione della pietra: sembra quasi che l’evoluzione delle culture da paleolitiche in neolitiche sia stata trainata da “locomotive” che procedevano su binari separati e a velocità molto diverse a seconda delle aree e delle popolazioni.

Vedremo dettagli e immagini nei prossimi capitoli, di seguito accenno brevemente ad alcuni tratti peculiari.

Il caso forse più emblematico è quello dell’Estremo Oriente.

La più antica cultura neolitica al mondo riconosciuta da tutti gli studiosi, la giapponese Jōmon, nacque attorno al 10500 a.C., fu la prima a produrre oggetti in terracotta ma dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica si fermò quasi subito.

Per quanto riguarda la lavorazione della pietra, giunse solo fino alla creazione di monili molto semplici (vedi par. 6.2), comparsi attorno al 3000 a.C. Si dovette attendere il 400 d.C. circa per la comparsa in Giappone di una vera evoluzione tecnologica, ad opera di invasori mongoli che introdussero la lavorazione del ferro.

Le culture neolitiche cinesi, invece, che nacquero circa 2000 anni dopo, produssero da subito una grande quantità di innovazioni tecnologiche, in particolare proprio nella lavorazione delle pietre dure e semidure che è attestata almeno dal 5400 a.C.(vedi par. 6.1). Tali innovazioni, però, rimasero “chiuse” nei confini della Cina propriamente detta.

L’estremo sud est asiatico e l’Asia centrale, come il Giappone, rimasero per lungo tempo esclusi da questa esplosione tecnologica (nel sud est asiatico il neolitico compare solo dal 4500 a.C.).

Inoltre, è sottolineare il fatto che le più recenti scoperte attestano al quasi contemporanea comparsa della terracotta in Giappone e in Cina, a partire dal 20000 a.C. circa (vedi ultimo capitolo).

Questo rende il tutto ancora più difficile da decifrare: perché queste culture, che partirono quasi contemporaneamente in zone relativamente vicine tra loro e all’epoca forse addirittura comunicanti (il Giappone era unito alla terraferma durante l’ultima glaciazione), si evolvettero a velocità così diverse?

Ulteriore dato da decifrare: l’industria cinese del paleolitico sembra aver prodotto in quantità apprezzabili solo microliti. Come mai passò così rapidamente e in maniera così stupendamente evoluta alla lavorazione della pietra levigata, in particolare alla difficile lavorazione della dura giada? 

Le popolazioni del neolitico vicino-orientale ed europeo si limitarono a produrre con la pietra levigata quasi esclusivamente strumenti utilitaristici, come scalpelli, teste d’ascia e di mazza (vedi par. 6.4).

Benché alcuni di questi oggetti mostrino chiaramente di essere stati prodotti per scopi  non legati al loro utilizzo pratico ed effettivo, sono rari gli esempi di oggetti che non abbiano caratteristiche di utensile.

I casi più noti sono quelli delle cosidette “Veneri”, che proseguono una produzione e tradizione cultuale e culturale già iniziata nel paleolitico.

 

 

Fig. 8 - La “Venere di Savignano” (Savignano sul Rubicone, FC), attribuita al tardo paleolitico/primo neolitico (Museo Luigi Pigorini, Roma) (foto dell’autore)

 

 

Con tutto questo, alcune caratteristiche accomunano praticamente tutte le genti del neolitico.

Una di queste caratteristiche è l’aver selezionato, per realizzare oggetti di particolare pregio, pietre con caratteristiche di spiccata durezza e resistenza agli urti, come quarziti, serpentini, diaspri e soprattutto giada.

Da sottolineare è anche il fatto che vennero selezionate pietre prevalentemente di colore verde o verde azzurro.

La giada è una delle pietre naturali più dense e quindi ha un alto peso specifico (da 3 a 3.3), è la pietra più resistente agli urti nota in natura e ha una notevole durezza.

Risulta morbida e “fresca” al tatto e le pietre molto compatte e prive di difetti interni emettono un piacevole suono quando sono percosse, un dolce tintinnio.

Nelle sue tonalità verde e verde azzurro ricorda il colore dell’acqua, della vegetazione nel suo pieno rigoglio e del cielo sereno. Inoltre, quando viene lucidata, acquista uno splendido lustro, una brillantezza traslucida che la distingue da tutte le altre pietre.

Forse per questi motivi ha affascinato gli esseri umani sin dall’antichità, dal neolitico appunto.

E questo fascino resiste tutt’ora, anche perché con tutta probabilità il neolitico è stata la culla di molte delle credenze e superstizioni tutt’ora vive e presenti nelle nostre società.

È da sottolineare il fatto che ancora oggi alcune culture sono molto legate ai simbolismi tipici della iconografia espressa nel neolitico attraverso la manifattura della giada (v. cap. 6) e che la giada è tutt’ora considerata pietra carica di preziose virtù (v. capp. 2, 3 e 4).

Vediamo di conoscerla meglio nel corso dei prossimi 3 capitoli e di studiarne un po’ la metodologia di lavorazione e l’utilizzazione che ne fecero gli uomini del neolitico, nei capitoli 5 e 6.

 

 

2.La giada come pietra


2.1. Cosa si intende per giada


Due differenti minerali sono comunemente chiamati con questo nome, cosa che genera non poca confusione, soprattutto nel campo del commercio e in quello dello studio storico.

Il motivo per il quale questi due minerali vengono accomunati sotto la denominazione corrente di giada è che hanno un aspetto simile. Ben diverse, però, sono l’origine geologica e la composizione chimica.
Per secoli anche la scienza occidentale li ha considerati come un solo minerale. Solo nel 1863, ad opera del mineralogista francese Augustin Damour, i due minerali vennero riconosciuti come ben distinti.

Entrambi appartengono al gruppo delle cosidette “rocce ultramafiche”: i geologi e i mineralogisti li classificano tra gli inosilicati, l'uno come la varietà più compatta dell’anfìbolo monoclino chiamato actinolite, varietà che viene chiamata nefrite, l'altro come il piròsseno alcalino chiamato giadeite.

File:Nephrite jordanow slaski.jpg  Fig. 9 - Nefrite grezza, Bassa Slesia, Polonia (Foto Piotr Sosnowski, Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Nephrite_jordanow_slaski.jpg)

 

 

Fig. 10 - Giadeite grezza (foto Marisa Carrano) (fonte: http://www.mineralicristalli.it http://www.mineralicristalli.it/Images/Schede_Giada_m.JPG)

 

Sia la nefrite che la giadeite non sono del tutto stabili: il contatto con l'aria umida e carica di impurità, soprattutto acide, o con gli acidi presenti nel terreno causa un degrado superficiale di entrambi i minerali, che decadono in albite, un fillosilicato così chiamato perché presenta un aspetto biancastro,  ragion per cui molti oggetti antichi, soprattutto quelli provenienti da scavi archeologici, hanno una superficie bianca, albitica appunto. La comparsa della patina albitica viene impropriamente chiamata calcificazione ed è un processo molto lento: si calcola che occorra circa un millennio perché la patina arrivi a coprire la superficie della pietra con uno strato omogeneo ed effettivamente percepibile.

 

 Eagle Transformation Figure [Mexico; Olmec] (1994.380) | Heilbrunn Timeline of Art History | The Metropolitan Museum of Art

Fig. 11 - Statuetta olmeca di giadeite con patina superficiale fortemente albitica, X-VI sec. a.C., 11.4 x 4.2 cm "Eagle Transformation Figure [Mexico; Olmec] (1994.380)". In Heilbrunn Timeline of Art History. New York: The Metropolitan Museum of Art, 2000–. (October 2006)

 

(Nota- Gli oggetti antichi presenti sul mercato antiquario raramente presentano la tipica patina superficiale albitica perché vengono quasi sempre rilucidati al fine di renderli più “appetibili” ai collezionisti. Paradossalmente, a volte si trovano sul mercato oggetti relativamente recenti, trattati in maniera da rendere albitica la superficie, per aumentarne la presunta antichità.)

Entrambi i minerali hanno densità molto elevata, circa 3 la nefrite e 3.3 la giadeite, e sono le pietre naturali più resistenti agli urti che conosciamo, qualità propriamente chiamata resilienza.
Per questa qualità la giada, nefrite e giadeite, è stata utilizzata dagli esseri umani fin dal Neolitico: la giada è pietra molto adatta alla fabbricazione di asce, accette, scalpelli, teste di mazza e strumenti da lavoro.
Per la grande quantità di tempo necessaria alla loro lavorazione, per la loro durata nel tempo e per la loro bellezza, dovuta al lustro che gli si poteva far acquistare, gli oggetti in giada, nefrite e giadeite, divennero oggetto di culto e tesaurizzazione o furono comunque considerati oggetti di grande pregio.
A parte alcuni anelli cinesi e alcuni pendenti, che mostrano segni di usura attorno ai fori di sospensione e qualche leggera scheggiatura sui bordi, dimostrando così di essere stati a lungo indossati, gli oggetti in giada, di qualunque epoca siano e a qualunque cultura appartengano, non portano quasi mai segni d'uso, in particolare le lame d'ascia e di accetta, le teste di mazza, gli scalpelli d'ogni epoca e cultura.
Questo ci ha portato a pensare che non fossero oggetti dalla funzione utilitaristica, bensì oggetti cerimoniali o simboli di potere.

 

 

2.2. A proposito di nefrite (cinese C'hen Yü, Zhen Yü  o Ying Yu', giapponese nagyoku, maori pounamu)

La nefrite è normalmente classificata come un anfìbolo con 6/6.5 gradi di durezza nella scala di Mohs.
In realtà, questo minerale è costituito dalle catene strettamente allacciate dei cristalli di due diversi anfìboli, l’actinolite, silicato di calcio e magnesio e ferro (da cui l’attributo di mafico, ma-fe) e la tremolite, silicato di calcio e magnesio.

La nefrite è di origine metamorfica, essendo generata dal termalismo vulcanico, quando acque sovrassature di sali sono sottoposte a condizioni medio-basse di pressione e temperatura.
Come ho accennato sopra, ha struttura a doppia catena di cristalli e quando la sua superficie viene lucidata assume un aspetto untuoso, come si vede in questa foto di un tipico oggetto di produzione cinese.

 

 

 Fig. 12 - “Montagna sacra”, Cina, epoca Qing (1644 – 1912), Shangai Museum, foto di Gary Lee Todd (vedi par. 6.1) (Fonte: http://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd /ShanghaiMuseumJadeGallery#5519192043624719954)

 

Diffusa pressoché ubiquitariamente sulla superficie terrestre, è presente in massicci giacimenti lungo l'intera cordigliera occidentale del Nord America e, sotto forma di ciottoli, anche nei fiumi di quasi tutta l'Europa, di parte della Siberia e del nord della Nuova Zelanda.
Attualmente, la zona mineraria più sfruttata si trova in British Columbia (Canada), ma le zone minerarie storicamente più importanti, quelle che fornivano il materiale agli artigiani cinesi a partire dal neolitico e fino al 1750 circa, si trovano nel Turkestan orientale, oggi regione cinese di  Xinjiang Uyghur, in particolare nelle contee di Yarkand e Khotan che anticamente formavano un regno buddhista indipendente.

Il suo colore “puro” è bianco latteo lievemente traslucido, ma la presenza di ossidi di ferro, cromo o manganese le conferisce una vasta gamma di tinte, che varia dal giallo oro al nero, passando per il beige, il malva, il rosa, il rosso rubino e tutte le tonalità di verde, dal più pallido al verde scuro. Il colore più apprezzato è sempre stato il verde smeraldo, noto anche come verde imperiale, però molti manufatti cinesi antichi di grandi dimensioni sono realizzati con nefrite di colore bianco panna con striature ocra, chiamata “giada grasso di montone”.

 

 Fig. 13 - Ciottolo fluviale di nefrite color “grasso di montone” del peso 16.8 kg (foto Jadefiend Gallery and Workshop) (fonte: http://www.jadefiend.com/?page_id=728)

 

2.3. A proposito di giadeite (Fei cui o Fei ts'ui nel cinese moderno, antico Yunnan Yü, giapponese kôgyoku, nahuatl quetzalitzli)

La giadeite è un piròsseno con 6.5/7 gradi di durezza nella scala di Mohs, forse addirittura 7.5 per la varietà detta chloromelanite, termine oggi quasi abbandonato, utilizzato per una varietà di colore verde talmente scuro da sembrare nera, come dice il nome (dal greco antico "chloròs" = verde e "melanòs"= nero).

Si tratta di un silicato di sodio e alluminio, anch'esso di origine metamorfica, generato da termalismo vulcanico, quando acque sovrassature di sali sono sottoposte a condizioni molto elevate di pressione e temperatura.
Ha una struttura cristallina e quando la sua superficie viene ben levigata, ha un aspetto più luminoso e brillante di quello della nefrite, senza il tipico aspetto untuoso di questa.  
La giadeite è anche molto più traslucida, nel colore verde “imperiale” può assumere la qualità di gemma, così trasparente che può essere scambiata per smeraldo. Questo tipo di giadeite, essenzialmente monocristallina, è estremamente raro, normalmente la giadeite si presenta in aggregati microcristallini che includono altri cristalli metamorfici, soprattutto albite e serpentino.

 

 Fig. 14 - Blocco di giadeite non levigato, foto HEART ♥ MADE (fonte: http://www.heart-made.it/wp-content/uploads/2010/04/GIADEITE.jpg)

 

Fig. 15 - Giadeite gemma su anello (fonte: http://img.alibaba.com/photo/119145854/Natural_Imperial_Glassy_Green_Burma_Jadeite_A_Jade_9_50ct.jpg)

 

La sua superficie è molto difficile da lucidare perfettamente, a causa della sua struttura cristallina: se esaminata con lente d'ingrandimento anche la superficie più brillante e ben levigata presenta mancanze e piccoli fori (vacuoli). L'aspetto lucidato “a specchio” è un effetto ottico, a parte i moderni oggetti in giadeite i quali sono molto spesso sottoposti ad un processo di assorbimento superficiale di paraffina colorata, in modo da poter dare loro uno splendido lustro.


 

Fig. 16 - Giadeite: aspetto a 10 ingrandimenti della superficie lucidata e non trattata con paraffina

 

 A causa delle particolari condizioni geologiche che permettono la sua deposizione, la giadeite è concentrata in "isole”: attualmente, le zone minerarie più importanti sono nel distretto di Moguong in Myanmar (l'antica Birmania) in prossimità delle sorgenti del fiume Irawaddy, in Siberia lungo il fiume Ussuri e in Guatemala nella valle del Rio Motagua.
Ci sono alcune vene anche in Italia vicino al Monviso e nelle Alpi Liguri, in Russia nella regione degli Urali Polari, in California nella valle di Sacramento e in Giappone nell’isola di Honshu
 


Fig. 17 - Grosso blocco di pietra verde azzurra, quasi sicuramente giadeite, incassato in un muretto a secco nella cittadina di Verres, Val d’Aosta, foto Donato Arcaro (Fonte: http://www.naturaosta.it/geoturismo/Verres.htm)

 

L’intera produzione di giadeite Burma ricavata dal Moguong, la regione del Myanmar da cui proviene la giadeite più pregiata, viene assorbita dal mercato cinese.

 

 

Fig. 18 - Immagine del mercato cinese della giadeite Burma grezza, (fonte http://www.yoneyama-eclub.org/img/image011TN6%20green%20ishi.jpg )

 

Le colorazioni nelle quali si presenta sono quasi le stesse della nefrite, ma è molto rara e apprezzata anche nei colori lavanda, lilla, azzurro e giallo-oro. Data la loro rarità e l’apprezzamento da parte del mercato, molto spesso la comune giadeite bianca viene colorata facendole assorbire a caldo il colore voluto, per mezzo di coloranti artificiali diluiti in paraffina liquida.

E' importante notare che solo la rarissima e quasi trasparente pietra verde classificata come gemma è giadeite quasi totalmente pura (più del 98%, la parte restante è Cr ridotto che dà alla pietra il suo colore verde smeraldo).
Normalmente il contenuto in giadeite del minerale è inferiore al 95% in quanto la giadeite si presenta aggregata ad altri silicati come serpentino, albite, augite, acmite e altri.
Commercialmente, quando nel minerale la giadeite è presente per oltre il 75%, la pietra viene appunto classificata come "giadeite", se inferiore al 75% e più del 50%, come giadeitite, se inferiore al 50% rispettivamente come serpentinite-, albite-, augite-, acmite- jadeitica a seconda del minerale prevalente.

 

3. L'origine della parola jade/giada
 
Il corrispondente del vocabolo italiano giada in tutte le altre lingue dell’Europa occidentale è jade, pronunciato in maniera diversa a seconda della lingua. La sua origine è incerta.
Anche se conosciuta e utilizzata in Europa sin dal periodo neolitico per la fabbricazione di strumenti di offesa e di culto (molti campioni sono presenti nelle collezioni di musei in Italia, Svizzera, Francia, Germania e Gran Bretagna), come tutta l'industria litica anche questa pietra è stata abbandonata, dimenticata e sostituita dalla produzione di metallo.
Come pietra preziosa, non è stata apprezzata dalla cultura latina, forse perché i Romani pensavano che fosse pietra infausta, che portava sfortuna.
I pochi esemplari conosciuti nella glittica e sfragistica dell'Europa occidentale, anteriori al 16° secolo, sono di origine alessandrina.
Sono noti, anche, un solo esemplare di arte assira ed uno proveniente dalla tomba di Tut-ankh-Amon.
Per questi motivi, fino alla fine del 16° secolo, nelle lingue europee influenzate dalla cultura latina non vi era alcuna parola specifica per indicare la giada e la pietra stessa non veniva utilizzata.

 Three of Tutankhamun’s Rings: (a) The green nephrite signet shows the King and Min. (b) The three-dimensional bezel is formed from a lapis lazuli scarab flanked by an inlaid falcon and moon barque on a cartouche-shaped base. The inlays are green jasper and glass. (c) The scarab bezel of the gold ring is of chalcedony; the underside shows Thoth and the udjat. ~via paralyze

 Fig. 19 - 3 anelli dalla tomba di Tutankhamun, in alto a sx, anello con sigillo di Ankhesenamun e Ay, il test del peso specifico fa pensare che sia di nefrite (Lucas e Harris, 1962)(foto Aleksandra Savatic, fonte: http://pinterest.com/pin/268456827760717709)

 

Il primo contatto avuto dagli europei, in epoca moderna, con manufatti in giadeite è avvenuto agli inizi del 16° secolo, in Messico, quando Cortès ricevette da Mohtecuzoma Xocoyotzin, il capo degli Aztechi che noi comunemente chiamiamo Montezuma, alcuni manufatti in pietra verde da consegnare a Carlo V.
Gli Spagnoli non riconobbero di che pietra si trattasse e Cortès la definì “esmeralda” nella lettera di accompagnamento destinata al suo imperatore.

(Nota. In realtà, gli Aztechi produssero pochissimi oggetti in giadeite. La quasi totalità degli oggetti di questo materiale in loro possesso era probabilmente stata ottenuta attraverso lo scambio commerciale con genti circonvicine ed era frutto di predazione in antiche tombe di popolazioni appartenenti alla cultura Maya o alla Olmeca. 
Gli oggetti in pietra dura prodotti dagli Aztechi, compresi quelli in giadeite, oltre ad essere pochi, ai nostri occhi hanno in genere un aspetto più primitivo di quelli prodotti dalle popolazioni precedenti. Il più bello noto, di produzione quasi sicuramente azteca, è questa statuetta del dio degli inferi, Xolotl

 

 

Fig. 20 - Statuetta del dio Xolotl, Württembergisches Landesmuseum, Stuttgart (fonte: http://www.latinamericanstudies.org/aztecs/skeletonized-deity.gif)

 

Scrive Cortès che Mohtecuzoma gli consegnò 5 oggetti realizzati con una pietra che gli Aztechi chiamavano 'chalchihuitl' e gli disse che erano oggetti preziosissimi in quanto ciascuno di essi valeva più di un intero carico d'oro. Il fatto che Cortès si riferisca a questa pietra chiamandola 'esmeralda' ha fatto concludere che si trattasse di giadeite. Però la parola 'chalchihuitl', che letteralmente significa 'terra della terra', sembra designasse il turchese, più che la giada, che pare venisse chiamata 'quetzalitzli' ossia 'pietra del quetzal', uccello il cui maschio ha penne caudali lunghissime e color smeraldo.)

Manufatti in nefrite, di produzione cinese, pervennero nelle mani di mercanti portoghesi un po’ più tardi, a Canton alla fine del 16° secolo.
Da questi fatti nascono le due più diffuse correnti interpretative circa la nascita della parola giada.
Sembra che Spagnoli/Portoghesi abbiano imparato da Aztechi/Cinesi che la giada aveva benèfici influssi nel trattamento delle malattie renali.
Per questo motivo la maggior parte degli autori sostiene che gli Spagnoli chiamarono il minerale "piedra de la ijada", cioè pietra del fianco, perché avrebbe dovuto curare le infermità renali se applicata sulla pelle, a lato del corpo. Da ijada, il moderno vocabolo spagnolo jade.
Altri sostengono che i Portoghesi chiamarono il minerale "pedra de la mijada", cioè pietra per mingere, in quanto avrebbero appreso dai Cinesi che, usata nello stesso modo, favorisce l'espulsione dei calcoli renali attraverso la minzione.
Quindi, da mijada il vocabolo jada e poi il moderno portoghese jade (attenzione, la parola in spagnolo e portoghese si scrive con gli stessi caratteri latini, ma si pronuncia in maniera leggermente diversa. In spagnolo, “j” davanti a vocale rappresenta una “c” toscana, per così dire, o la “h” inglese aspirata di “home”, in portoghese rappresenta lo stesso suono che nella grafia francese).
Incidentalmente, è da notare che il nome di nefrite, utilizzato per designare la pietra anticamente lavorata in Cina, deriva dal greco antico "nephròs" = rene, ma è un termine, come ho già detto, coniato solo nel 1863. Questo fa un po' sorridere, se si accetta l'ipotesi della derivazione spagnola, cioè dall'uso Azteco: il nome moderno di nefrite è attribuito alla antica giada cinese per eccellenza, mentre deriverebbe dall'uso che si faceva in Mesoamerica della giadeite.

Una ulteriore interessante ipotesi, pochissimo conosciuta nel mondo occidentale, è quella prospettata da Manuel Keene in Encyclopaedia Iranica, Vol. XIV, circa la derivazione della parola giada dalle lingue turco-mongole parlate attorno al X – XIV sec. nell’immensa zona che ha al centro Samarcanda.
A tal proposito, vedi la lunga nota alla fine del cap. 7 nella terza parte di questo elaborato sulla giada dal titolo "La giada dopo il Neolitico".

Ci sono altre ipotesi circa l'origine di questa parola, ma sembrano essere meno plausibili.

Per esempio, l'origine sostenuta da alcuni autori Francesi: dal cinese yü pronunciato, non si sa perché, ya poi yad poi jad. Gli studiosi Francesi sono spesso così nazionalisti e revanscisti.                                             

A proposito di questa ipotesi, Fred Ward (pag.6) va un po' controcorrente.
Afferma che il termine “piedra de ijada” passò direttamente al francese come “pierre de l'ejade” e da qui, per aferesi, il termine attuale “jade”.
Inoltre, afferma che nel Rinascimento, con l'introduzione della tassonomia in lingua latina, la giada mesoamericana venne chiamata “lapis nephriticus” in quanto solo per questa sarebbe stata nota l'associazione alla cura della malattie renali.
Per circa 2 secoli, quindi, tale termine venne associato alla pietra che oggi chiamiamo giadeite.
Quando Damour, nel 1863, riconobbe l'esistenza di due giade, applicò la dizione “nefrite” alla giada cinese “antica” e coniò il nuovo termine “giadeite” per la giada Burma e mesoamericana.
Quindi, secondo Ward, l'origine di questo ”scherzo” sarebbe da ricercare nella nomenclatura introdotta da Damour.

 

4. La giada in terapia ed esoterismo

«Anticamente gli uomini superiori riscontravano la similitudine di tutte le qualità eccellenti nella giada. Morbida, liscia, lucente, per loro sembrava la benevolenza; fine, compatta e forte, come l'intelligenza; spigolosa, ma non acuta e tagliente, come la giustizia; brillante e luminosa, come la purezza; i suoi difetti non nascondono la sua bellezza, né la sua bellezza nasconde i suoi difetti, come la lealtà; il suo iridescente splendore rappresenta il Paradiso e le note lunghe e chiare che emette quando la si percuote sono musica celeste...” .
Così il filosofo cinese Confucio (Kǒng Fūzǐ / K'ung-fu-tzu 551 - 479 a.C.) riferiva della riverenza che i cinesi ebbero per queste magnifiche pietre alle quali da tempo immemorabile essi attribuivano molte tra le virtù positive. Tra le pietre preziose forse solo la giada possiede una simile ricchezza di leggenda e tradizione magica, un tale senso di finezza, una così intensa aura di magico mistero...

Nel capitolo precedente abbiamo visto che si crede che gli Europei abbiano avuto notizia che nella Cina antica o nel Messico precolombiano la giada venisse utilizzata per il trattamento delle malattie renali.
Non abbiamo alcuna prova concreta di questo uso della nefrite in Cina (origine portoghese della parola giada) e nemmeno di una utilizzazione analoga della giadeite da parte dei nativi della Mesoamerica, come Maya, Aztechi, Olmechi (origine spagnola della parola).
Queste ipotesi non sono supportate da testimonianze archeologiche né storiche, tanto che alcuni studiosi pensano che queste ipotesi circa l'uso antico di pietre di giada si fondi solo su leggende moderne.
E' però un fatto che nella cultura cinese (e secondo quanto sostengono alcuni autori, particolarmente nella cultura taoista) la giada rappresenta il coraggio, la giustizia, la modestia e l'altruismo, vale a dire le qualità più positive degli esseri umani. Nell'elenco attribuito a Confucio compaiono tutte le caratteristiche delle cinque virtù morali: bontà o carità (la sua lucentezza e il suo fulgore, caldo e brillante al tempo stesso),  saggezza (l’armoniosa purezza della sua sonorità), rettitudine-dirittura o franchezza (la sua traslucentezza), coraggio (la giada, dura, si spezza ma non si piega mai) e infine equità (ha angoli aspri e acuti, che però non tagliano) assieme a benevolenza, intelligenza,  purezza, educazione, fedeltà.
I Cinesi ritengono inoltre che la giada sia una pietra assorbente, nel senso che assorbe un po' della personalità e dello spirito di chi lo indossa.
Per questo si era soliti dare un oggetto di giada, a lungo portato sulla propria persona, a chi doveva allontanarsi dalla propria famiglia o dall'amato/a, in modo che lui/lei potesse portare via con sé parte dello spirito della famiglia o dell'amato/a.

Per i Cinesi è anche simbolo di lunga vita e apportatrice di serenità e saggezza.
E' curioso notare che la parola actinolite, il nome “scientifico” della nefrite, deriva dal greco antico "actinòs = raggio" e "lithòs = pietra", perché questa pietra, osservata al microscopio, ha una struttura tipica raggiata.
Secondo Joseph Needham (vol.II, pag. 558) i Cinesi usavano la parola "li" per indicare questa struttura visibile nella nefrite, perché l'ideogramma "li" in origine indicava la struttura a fibre raggiate dei muscoli e delle fibre vegetali e tessili.

Fritjof Capra (pag.334) citando il passo di cui sopra, afferma che i daoisti usavano la parola "li" per indicare la perfezione: questo porterebbe a pensare che i grandi saggi daoisti considerassero la giada la pietra perfetta, per essere la pietra "li" (tessitura raggiata e perfezione insieme). Inoltre, sembra che secondo i daoisti l’ingestione di polvere di giada consentiva di avere accesso all’immortalità dei Savi.

Sempre i Cinesi, inoltre, ritenevano che la giada rendesse incorruttibili le carni, soprattutto se utilizzata in associazione con l’oro. Sono state rinvenute alcune tombe regali che contenevano corpi avvolti in una armatura di tessere di giada, legate tra loro con fili d’oro puro.

Questo è il vestito di giada (nefrite) che custodiva il corpo del  figlio dell’imperatore Jingdi  (periodo Han, 206 a.C.-220 d.C.), principe Liú Shēng,  morto nel 113 a.C.  È costituito da 2498 tessere di giada (alcuni testi dicono 2690), triangolari, rettangolari e poligonali, cucite con 1100 gr. di fili doro

 

 

Fig. 21 - Il vestito del principe Liú Shēng, lungh. mt. 1.88 (fonte: http://facweb.furman.edu/~jleave/courses/arteastasia/slide%20root/SLIDE_PROJECT/C/C023.lo.jpeg)

 

Da notare che il corpo del principe, benché interamente incapsulato nel vestito di giada, si era comunque corrotto e totalmente disfatto, al pari di quello di sua moglie, Tòu Wăn, morta circa 10 anni dopo e sepolta con le stesse modalità, e di quello degli altri 6 principi o imperatore cinesi ritrovati sepolti con le stesse modalità in varie località della Cina.

(Nota. In letteratura, soprattutto in testi un po' datati, capita di frequente di incontrare una trascrizione dei vocaboli cinesi secondo il metodo Wade-Giles o un altro metodo diverso da quello quasi universalmente adottato più recentemente, il pinyin

 

pinyin        classe tonale       ideogrammi       Wade – Giles       significato

 

Kǒng Fūzǐ                                孔夫子             K'ung-fu-tzu       Confucio

Lǎozǐ                                      老子             Lao tze/ Lao Tzu

Dao                                         道                       Tao             incedere

                                                                               sulla via maestra

Dàojiào (Daoismo)                    道教                Taoismo         la via del Dao

Ying Yu'                                                       Ying Yü    generico per giada

Zhen Yü                                 硬玉            C'hen Yü                nefrite

Xin Jiang             xin1jiang1      新疆             Sinkiang

Kun Lun              kun1lun2       昆仑(山)         Kuen Lun

fei-cui                fei3-cui4        翡翠             fei-ts'ui                giadeite

li                            li3             里                   li

 

Il significato di li (li3) è “qualcosa di perfetto in natura”, come la tessitura dei muscoli e delle fibre del legno.

 “Fei” è il nome cinese del martin pescatore, piccolo uccello dallo splendido piumaggio verde smeraldo o verde azzurro, “cui” (“ts’ui”) significa verde.

 

File:Martin Pescatore.jpgFig. 22 - Martin pescatore (alcedo atthis) (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Martin_Pescatore.jpg)

 

 File:Quetzal01.jpgFig. 23 - Quetzal (pharomachrus mocinno mocinno)  (foto D. Hatcher)(fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Quetzal01.jpg)

 

In cinese, il martin pescatore assume nei confronti della giada lo stesso significato che ha il quetzal nelle antiche lingue mesoamericane, il verde legato alla natura. Quindi fei-cui esprime il concetto di “verde che più verde non si può”.)

In cristalloterapia la giada verde è associata al 4° chakra, quello del cuore, all’acqua e ai segni di Cancro, Pesci, Bilancia e Vergine, per cui:
- essendo associata con il chakra del cuore, è utile per curare stress, ansia e disturbi della circolazione del sangue e come un aiuto per la memoria                                                                                                             

- essendo associata al chakra del cuore e al segno della Vergine, è anche la pietra dell'amore per eccellenza           

- essendo associata all’acqua, ha effetto sulla sfera delle emozioni e su quella femminile (ancora amore e poi intuizione e compassione), sui reni, stimolandone e regolandone la funzione e facilitando l’espulsione dei calcoli, nonché sul sistema immunitario, che rafforza.

La giada color ocra scura, invece, è associata al 2° chakra, quello del basso addome, per cui rafforza milza e fegato, con funzioni di stimolazione della depurazione epatica.

 

 

Fig.24 - I chakras (disegno dell'autore): 7 - Cervello, ghiandola pineale, cranio; 6 - Naso, orecchie, occhi, ghiandola pituitaria; 5 - Gola, bronchi, tiroide; 4 - Cuore, polmoni, timo, circolazione, mani, pelle; 3 - Digestione,  pancreas, sistema nervoso vegetativo; 2 - Apparato genito-urinario, fegato, milza, reni, prostata; 1 - Colonna vertebrale, ossa, intestino retto, sangue, ghiandole surrenali

 

Sempre secondo la cristalloterapia, la giada ha anche proprietà calmanti, rasserenanti e lenitive degli stati d’animo turbati, elimina la paura, consola e invita alla benevolenza. Inoltre, aiuta il cuore a trovare la compassione per prendere le giuste decisioni, riequilibra le emozioni e dona modestia e chiarezza d’idee. Infine, apre la mente e spinge al rinnovamento.

 

 

5. Tecniche di lavorazione

 

È ovvio che non siamo certi di come venisse lavorata la pietra in tempi preistorici.

Tuttavia, qualcosa possiamo dedurre attraverso lo studio della tecnica sia di quelle popolazioni che ancora vivono, almeno parzialmente, nel neolitico sia di quelle che, quando vennero “scoperte” nel recente passato,  neolitiche erano dal punto di vista tecnologico e delle quali abbiamo testimonianze in merito, attraverso i diari e le relazioni di quanti li hanno avvicinati in tempi storici.

Mi riferisco, come ho già accennato, ad alcune popolazione dell’Amazzonia, ai Papua, ai Maōri e agli Aztechi, ai quali gli studiosi non applicano la etichetta di neolitici.

Inoltre, attraverso lo studio delle tracce di lavorazione riscontrabili sui manufatti del neolitico propriamente detto e di quanto presente nelle “officine” rinvenute durante scavi archeologici, è possibile stabilire con buona approssimazione quali fossero le tecniche di lavorazione e quali gli strumenti utilizzati dai neolitici per lavorare e soprattutto tagliare, levigare e forare la pietra.

Innanzitutto, bisogna precisare che la tecnica di lavorazione della pietra tipica del neolitico non nasce improvvisamente, è il prodotto della lunga evoluzione iniziata circa 2 milioni di anni prima.

Il primo passo, naturalmente, era identificare il materiale, che doveva essere una pietra compatta e del tipo “giusto”, per lo più selce, granito, serpentino, quarzite, nefrite o giadeite, a seconda del prodotto finito che si voleva realizzare.

Da dove il materiale grezzo venisse ottenuto la sappiamo abbastanza bene, perché sono state rinvenute molte antichissime cave di queste pietre, oltre al fatto che nei letti dei fiumi se ne rinvengono ancora oggi ciottoli di dimensioni anche cospicue.

Per quanto riguarda le cave di nefrite e giadeite, dato che strappare i blocchi dalle vene di questi minerali era molto difficile, si pensa che si sia ricorsi all’uso di fuochi accesi in prossimità della vena, al fine di riscaldare e dilatare il minerale, raffreddandolo repentinamente con l’irrorazione di acqua fredda, per provocarne la spontanea rottura a causa dell’improvvisa contrazione dovuta al raffreddamento.

Non era comunque necessario avere a disposizione delle fonti di approvvigionamento locali, dato che è accertato che già nel tardo paleolitico il materiale migliore era commercializzato su rotte anche molto lunghe.

Per esempio, in Cina la nefrite inizialmente si otteneva dai ciottoli fluviali, che ad un certo momento cominciarono a scarseggiare, per cui già nel tardo neolitico fu giocoforza importare la nefrite grezza ricavata da cave situate nel Turkestan, sui monti Kun Lun, a più di 3000 km di distanza dai siti di lavorazione.

In Gran Bretagna sono stati rinvenuti strumenti neolitici ricavati da selce e giadeite provenienti dalle Alpi italiane e svizzere.

In Costarica, la giadeite lavorata localmente proveniva quasi tutta dalla valle del Rio Motagua, in Guatemala, che dista circa 1000 km in linea d'aria.

 

I ciottoli fluviali si presentano in genere abbastanza levigati e molto spesso hanno già la approssimativa forma di una testa d’ascia o di uno scalpello, per cui è probabile che la cosa sia tornata doppiamente utile.

Il materiale di cava, invece, era più difficile da lavorare perché richiedeva tempo e notevole abilità per essere sbozzato e ridotto alla forma grossolana iniziale.

Le tracce rilevate ci dicono che si procedeva per percussione, cautamente per non spezzare il blocco e renderlo inutilizzabile, facendo saltare piccoli pezzi dal blocco grezzo sino a ridurlo alla forma iniziale voluta.

La tecnica era comunque nota sin dal paleolitico, così come era nota la tecnica per realizzare fori per mezzo della percussione.

È comunque possibile che i blocchi grezzi venissero tagliati mediante l’uso di seghe costituite da robusti legni o corna di animale sui quali venivano fissate schegge taglienti di selce o, nel caso più “fortunato”, cioè laddove tale materiale era disponibile, di ossidiana.

Ridotto il materiale alla forma grezza voluta, si proseguiva con una attenta bocciardatura, per eliminare le scabrosità dalla superficie, quindi si passava alla levigatura.

È probabile che inizialmente si sia proceduto in modo rudimentale, tramite sfregamento su un piano di arenaria costantemente bagnato con l’acqua, oppure sfregando l’oggetto con sabbie legate con acqua o grasso, consumando pazientemente la superficie delle pietre.

Un successivo perfezionamento sarà stato quello di selezionare le sabbie più ricche di quarzo e di grana via via più sottile, in modo da raffinare il lustro. Forse si sono macinati dei pezzi di quarzo e di altre pietre abbastanza dure, in modo da ottenere delle polveri selezionate, da usare allo scopo.

Nelle stazioni di lavorazione neolitiche sulle Alpi italiane sono state rinvenute delle vere e proprie tavole di arenaria ricca di piccoli cristalli di granato (durezza 7.5), utilizzate proprio per consumare e lisciare le altre pietre, in particolare la locale giadeite.

Immaginare quando si sia passati alla segagione di pezzi dai blocchi mediante seghe ad arco e corda e a forare il materiale con l’utilizzo di trapani ad arco o a pompa è impossibile. Certo è che le tracce di lavorazione presenti già su alcune delle più antiche nefriti cinesi ci dicono che il taglio doveva avvenire utilizzando uno strumento tecnologicamente molto più avanzato della sega “a schegge”.

 


Fig. 25 - L’operazione di segagione doveva essere condotta in una di queste maniere (i  due disegni, come quelli successivi relativi ai trapani e ai fori sono di mia mano, e si vede…)

 

Dal punto di vista della conduzione dell’operazione, c’è solo da osservare che nel primo caso veniva richiesto l’intervento di due persone, nel secondo una era sufficiente anche se questo  metodo consentiva tagli meno precisi.

Lo studio delle tracce di lavorazione ci dice che la corda secante era fatta sfregare sopra una fanghiglia di polvere abrasiva, costantemente umettata per impedire il surriscaldamento.

Tutti i testi, indistintamente, insistono sull’ipotesi che la polvere venisse fatta aderire alla corda mediante sostanze grasse: la cosa mi sembra inverosimile, dato che il grasso avrebbe trattenuto la povere ma avrebbe contemporaneamente funzionato da lubrificante, l’esatto opposto di quanto si voleva ottenere.

Credo sia molto più plausibile che per trattenere la polvere venisse usata una qualche resina vegetale.

Il problema più grosso che si presenta è relativo al materiale con il quale poteva essere realizzata la corda.

I testi insistono sul fatto che fosse realizzata intrecciando fibre vegetali o sottili strisce di cuoio.

Corde realizzate con questi materiali non hanno retto ai (pochissimi) esperimenti effettuati: corde di fibre vegetali o di pelle conciata di animale non resistono che per breve tempo all’usura, rompendosi entro pochi movimenti di andirivieni.

Un amico artigiano mi ha suggerito l’ipotesi che la corda venisse realizzata con crini, di animale o umani (cioè capelli), spiegandomi che le fibre di cui i crini sono composti si allineano e si distendono col movimento, facilitandolo e impedendo la rapida usura della corda.

Questo mi ha fatto venire in mente il fatto che la corda dell’archetto degli strumenti musicali appunto a corda è fatta con crini di coda di cavallo maschio (quelli delle femmine sono più grassi e indeboliti dall’urina). Per aumentare l’attrito, la corda viene costantemente trattata con colofonia, che è il residuo della distillazione della trementina dalla resina di alcune conifere.

Non so se in termini di resistenza all’attrito prodotto da un movimento di andirivieni ci possa essere differenza tra una corda realizzata con crini di cavallo e una con capelli umani. Più che altro, è necessario tener conto del fatto che la nefrite venne lavorata dai Maōri e la giadeite da Olmechi, Maya, Nicoyani e Aztechi. Nei territori abitati da queste popolazioni non esisteva il cavallo e per quanto io ne sappia non esisteva nemmeno un altro animale che producesse crini lunghi a sufficienza per essere utilizzati allo scopo, mentre lunghe chiome umane erano disponibilissime.

Mi piacerebbe molto fare degli esperimenti in merito…

 

 

Fig. 26 - Due immagini di un ciottolo fluviale di giadeite, parzialmente lavorato, proveniente dal sito di Las Huacas, penisola di Nicoya, Costarica, conservato al Carnegie Museum of Natural History, Pittsburgh (USA). Sono evidenti la “mandorla” sulla faccia piatta, residuo del taglio di una sezione effettuato mediante sega a corda, e la tacca di inizio taglio su una delle facce laterali. Il lavoro è datato tra il III sec. a.C. e il V sec. d.C., il minerale proviene con tutta probabilità dalla valle del rio Motagua, in Guatemala (dim. cm. 6.1 x 11.8). Da Jade in Ancient Costa Rica, The Metropolitan Museum of Art, NY, 1998

 

 Come si può vedere nelle due immagini del ciottolo, il taglio effettuato con corde seganti lascia tracce molto evidenti. A parte le striature dovute allo sfregamento delle polveri, visibili anche ad occhio nudo nell’originale, è molto evidente la caratteristica “mandorla” dovuta al fatto che il taglio veniva praticato in due riprese, partendo da entrambe le facce laterali.

Quando il setto al centro era sufficientemente sottile, si inserivano dei cunei nel taglio e si separavano le due parti con un colpo secco.

Alla fine, il residuo del setto centrale era a forma di mandorla a causa del fatto che la corda secante si fletteva e quindi non produceva un taglio rettilineo, bensì leggermente ricurvo.

 


 Fig. 27 - Trapano ad arco (a destra) e a pompa (a sinistra). Nell’immagine a destra, in alto si vede la pietra sulla quale veniva esercitata la pressione. In entrambi, in basso appena sopra la punta, si vede la pietra circolare che serviva da volano per mantenere il più costante possibile la velocità di rotazione (disegni dell’autore) 

 

 

I fori venivano praticati con l’ausilio di uno di questi due utensili, detti rispettivamente trapano a pompa e trapano ad arco.

L’asta che ruotava aveva l’estremità inferiore cava.

Nella cavità poteva essere inserita una punta, per produrre una coppella o un foro conici, oppure poteva essere lasciata senza punta, nel qual caso poteva produrre un “occhio” oppure un cilindretto e un foro cilindrico.

Credo che il trapano a pompa, se utilizzato da una sola persona, fosse meno preciso di quello ad arco, perché era molto più difficile mantenere perfettamente diritta l’asta.

 

 

Fig. 28 - Nel disegno ho cercato di riprodurre la sezione dei più frequenti

tipi di foro realizzabili con questi trapani

 

Il foro cilindrico veniva praticato utilizzando un’asta cava priva di punta, realizzata utilizzando un osso di animale, quasi sempre di uccello, o un pezzo di canna di bambù, di una particolare specie il cui legno è molto ricco di silicio ed è quindi molto abrasivo. Praticando il foro, un artigiano esperto otteneva anche un cilindretto di pietra. Il sistema veniva utilizzato anche per tracciare circoletti sulla superficie del materiale.

Il foro conico veniva praticato montando nella cavità terminale dell’asta una punta di materiale molto duro, in genere quarzo, che manteneva la sua forma a freccia, a differenza del foro a coppa, praticato con una punta di materiale relativamente tenero e l’ausilio di polvere abrasiva, che usurava la punta la quale assumeva una forma arrotondata.

Il foro “a naso di vacca” era realizzato praticando due fori obliqui, che si intercettavano all’interno del materiale, in modo da formare un vero e proprio anello passante.

 

 

Fig. 29 - Retro di testina, probabile elemento centrale di collana, con foro passante biconico “a naso di vacca”, Costarica, cultura Gran Nicoya, giadeite, c. III sec. a.C., h. cm 4.1, coll. privata (foto dell'autore)

 

Nel caso dei fori biconici e a doppia coppa, praticati a partire da entrambe le superfici contrapposte, gli artigiani erano abilissimi nel far incontrare con precisione i due fori.

Alcuni manufatti in giadeite, a forma di bastone, rinvenuti in Costarica e datati tra il III sec. a.C. e il V sec. d.C. presentano fori biconici della lunghezza di ben 50 cm che si intercettano in maniera quasi perfetta (lo scanso risultante è inferiore al millimetro!).

Giancarlo Sette - 24 agosto 2013

 

 (1 - continua)

 


 

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