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La visita del ricercatore Chistopher Dunn alle piramidi bosniache

Tag: piramidi bosniache, piramidi, Bosnia, Egitto, archeologia, Christopher Dunn

Introduzione - Christopher Dunn è una persona affabile e molto semplice, ma geniale come tutti i grandi. Ex ingegnere aerospaziale, dopo numerosi successi nella vita professionale ha deciso di dedicarsi anche all’archeologia dell’Antico Egitto sin dalla fine degli anni '70, ma con l’occhio attento ed indagatore di chi di scienza è abituato a masticarne parecchio e che del metodo scientifico applicato all’intuizione ne ha fatto tesoro. Questo articolo non è solo il resoconto personale della sua visita nella Valle di Visoko, ma anche un piccolo racconto di quanto un grande ricercatore possa influenzare il lavoro degli altri.

 

Chris ha un aspetto vagamente dimesso tipicamente anglosassone e nella sua visita porta sempre al braccio la sua fida Canon che solo nei momenti veramente opportuni utilizza per  fotografare soggetti interessanti.

 

Fig. 1 - Christopher Dunn nel gelo invernale di Visoko

 

Nella sua visita a Visoko l’incontrai la prima volta di fronte all’entrata dei tunnel di Ravne e mi fu presentato da Osmanagić con varie parole cerimoniose. Con Dunn aveva da poco condiviso una conferenza in ambito archeologico in Germania. Ma di lui avevo sentito parlare parecchio e l'avevo visto anche nei programmi sulle piramidi egiziane di History Channel, ma non avevo mai avuto l’occasione di incontrarlo prima.

 

Fig. 2 - Christopher Dunn (al centro nella foto) all’entrata dei tunnel di Ravne assieme a Semir Osmanagić ed io

 

Ex ingegnere aerospaziale, dopo aver conseguito numerosi successi nella vita professionale decise, a partire dagli anni ’80, di dedicarsi finalmente alla sua passione da sempre, ossia all’archeologia dell’Antico Egitto, ma con l’occhio attento ed indagatore di chi di scienza è abituato a masticarne parecchia e che del metodo scientifico applicato all’intuizione ne ha sempre fatto tesoro.  

Dunn guarda e ascolta sempre tutti con attenzione, ma evita altrettanto sia di annuire che di contraddire. Di primo acchito appare come un uomo di poche parole.

È per il 50% di Manchester  e per il restante 50% statunitense, ma ha l’accento che sembra quello di uno del Sud degli Stati Uniti, un po’ come George Bush quando era presidente, ma è sicuramente più brillante di lui.

 

Fig. 3 - Chris durante la visita ai tunnel di Ravne

 

Dopo una lunga ispezione ai tunnel di Ravne, assieme a tutto il nostro team, fummo presentati da Osmanagić al sindaco di Visoko ed al suo prosindaco nella sala delle adunanze. Ci fu offerto un ottimo kafa (caffè turco), posto davanti ad ognuno di noi assieme a del succo di frutta. Un ottimo refrigerio dopo la visita ai tunnel di Ravne eseguita sin nei minimi particolari e durata parecchio tempo.

Il sindaco parlò dei problemi per finanziare il Progetto Piramidi, gli ostacoli per avere le autorizzazioni e i vari problemi di procedura. Come qualsiasi bravo sindaco di ogni parte del mondo,  auspicava che tutto filasse sempre liscio in quel di Visoko. Chris Dunn ascoltò con attenzione e poi ringraziò la comunità di Visoko per l'ospitalità, ma si vedeva che era un po’ a disagio in quella atmosfera burocratica in stile ex-Jugoslavia. Egli è uno scienziato, e forse dei problemi a livello istituzionale che avvenivano da quella parte del mondo, e che al contrario ovviamente interessavano moltissimo a Osmanagić, ne sapeva proprio poco.

A me pareva di essere stato trasportato in un film in bianco-nero di produzione sovietica dell’epoca di Leonid Brezhnev, in cui il capo kolkoz accoglie l’ospite di riguardo con un: “Grazie compagno ingegnere per il tuo sostegno alla causa del partito. Confidiamo nella tua collaborazione per un avvenire radioso del nostro Paese…

Non potevo biasimare Chris Dunn se era un po’ a disagio.

 

Fig. 4 - Ecco l’incontro con il sindaco di Visoko a sinistra di Semir Osmanagić

 

Ma ricordo bene quell’incontro con il sindaco, anche perché ero particolarmente incuriosito dal nostro ospite americano, e francamente meno dai problemi organizzativi del turismo a Visoko.

Anch’io dissi qualcosa a quella presentazione, ma sicuramente di scarsa importanza. Ormai avevo capito che, se volevo sapere qualcosa dell’intelligenza di Chris e delle sue ricerche, dovevo prenderlo in disparte.

Cercai di avvicinarlo di soppiatto subito dopo l’incontro e tentai di coinvolgerlo parlandogli nel mio inglese, per nulla fluente, delle mie ricerche in corso sulle piramidi bosniache, ma l’unico risultato che ottenni fu che poco dopo Dunn si rivolse alla mia assistente scientifica, Maria, domandandole un po’ seccato che cosa desideravo.

 “Sa come sono questi professori universitari…”, rispose lei sorniona,non finiscono mai di insegnare e di spiegare quello che stanno facendo…”.

 

Fig. 5 - "Ma cosa vuole questo da me?” Si domanda Christopher Dunn

 

Ma dopo una breve visita agli scavi n. 4 e 5 della Piramide del Sole ed un paio di voli sulla neve ghiacciata di Chris, per le sue scarpe inadatte al clima rigido della Bosnia, l’occasione si presentò a pranzo. Ci sedemmo tutti attorno a lui, ed a questo punto lo circondammo senza scampo, Sara di fronte insieme ad Osmanagić, a lato io e  Maria, ancora più in là il nostro bravo fotografo Andrea e gli altri del nostro team.

Ormai era in mano nostra.

 

Fig. 6 - Qualche piccola difficoltà nella visita agli scavi della Piramide del Sole per via della neve ghiacciata e delle scarpe di Christopher

 

Nell'attesa del cibo appena ordinato Chris cominciò a raccontare di una volta, quando era nella piana di Giza, proprio vicino alle piramidi, un posto un po’ sporco e pieno di turisti vocianti che solitamente contrattano con altrettanti venditori ambulanti pronti a vendervi di tutto, da un lanciafiamme ad un cammello.

Chris ci raccontò che ad un certo punto venne avvicinato da uno strano tipo che voleva vendergli della cocaina. Dunn rifiutò sdegnosamente. Ed allora lo stesso individuo, con duttilità ed affabilità invidiabile, tirò fuori da una sacca che portava con sé una stecca di più semplici sigarette. Però questa volta aveva toccato realmente sul vivo Chris che accettò immediatamente. Chris è un discreto fumatore e non sa proprio rinunciare all’ultima sigaretta disponibile nel circondario.

A questa storia ridemmo tutti. Ormai si era risolta qualsiasi diffidenza e finalmente cominciammo a parlare delle sue ricerche.

Chris ci raccontò che prima di scrivere il suo primo libro sulla tecnologia degli Antichi Egizi, riuscì facilmente ad ottenere i permessi come semplice turista per visitare più accuratamente le piramidi, ed esaminare i manufatti egizi presenti nel museo. In quelle occasioni raccolse un numero incredibile di fotografie ed eseguì numerosi rilievi.

 

Fig. 7 - I due libri pubblicati da Christopher Dunn

 

Successivamente scrisse il suo primo libro; il libro e la sua teoria di una tecnologia molto avanzata, posseduta dagli egizi, ebbero un meritato successo negli Stati Uniti e ben oltre. Ma al suo ritorno in Egitto ebbe una sgradita sorpresa: non solo fu immediatamente riconosciuto, ma altrettanto rapidamente privato della sua fida macchina fotografica dalla sorveglianza, mentre tutti gli altri turisti fotografavano tranquillamente i reperti in tutti i modi possibili.

In quel breve pranzo, accompagnato dall'ottima birra bosniaca Sarajevusko e in un ambiente super fumoso,  Chris Dunn ci fece capire che lui, dopo solo quattro brevi visite in Egitto, fu capace di scrivere ben due libri di successo (non ancora tradotti in italiano) evidenziando dei particolari sfuggiti a tutti gli altri, e dimostrando una comprensione ed un’attenzione incredibile ai misteri dei templi dei faraoni. Mentre ci sono persone, con un’ottima preparazione archeologica, che hanno vissuto tutta la vita studiando la Civiltà dell’Antico Egitto, ma non hanno mai raggiunto i risultati che Chirstopher ha ottenuto in poche settimane.

Ma questo accade perché a queste magnificenze, come a quelle presenti in Bosnia, bisogna avvicinarsi sempre con umiltà, ma anche con spirito di osservazione ed intelligenza. Il caso aiuta sempre la mente preparata e non bisogna mai dare nulla per scontato. Perché quando si scopre qualcosa di inaspettato, o si coglie qualche particolarità, bisogna anche sapere cosa farne.

Dunn ci fece capire che  lo sviluppo della tecnologia nel mondo antico appare sempre avere origini molto chiare per il mondo archeologico globale, che sembra avere una spiegazione logica per ogni cosa ed ogni manufatto ritrovato, che pare sempre essere abbastanza ben compreso da tutti loro, ma accade molto spesso, invece, che venga sottostimato. Secondo lui questo comportamento è da considerare molto riduttivo.

Attraverso la sua esperienza di scienziato di punta, Chris ha capito e dimostrato che gli Egizi erano molto più avanzati tecnologicamente di quanto precedentemente creduto, e che in realtà usavano strumenti e metodi molto più sofisticati di quanto si pensi attualmente, sia per tagliare il granito, la  diorite, che altri pietre difficili da lavorare.

Non solo. Essi disponevano di un sistema sofisticato di misurazione. E per lui, come ingegnere, i suoi viaggi in Egitto sono stati soprattutto l’occasione per cogliere un linguaggio a lui molto familiare, ossia  il vero linguaggio della scienza delle costruzioni:  saper progettare e saper fabbricare. Mentre spesso, anche oggi, per la conoscenza dell’Antico Egitto ci si basa sui pensieri e le conclusioni di scrittori e viaggiatori  del modo occidentale di più di 100 anni fa.

Al contrario per essere più vicini alla mentalità di chi si sta studiando, bisogna spogliarsi in primo luogo dei  pregiudizi e degli stereotipi che esistono all'interno della propria cultura.

Quando si tratta di comprendere appieno il livello di abilità tecnologica degli antichi Egizi, non ci può mai essere una conclusione definitiva.

A noi è arrivato solo uno scheletro” disse lui, “che ci ostiniamo a vestire con questo o quel vestito, ma spesso questo vestito non è quello che realmente vestiva quell’individuo quando era vivo e vegeto, e spesso quello che cerchiamo di mettergli addosso sono solo stracci.”

Restammo tutti a bocca aperta, il suo ragionamento non faceva una grinza, così lineare e concreto. Sono quelle cose che uno pensa sempre a pezzi distinti, ma è difficile da mettere tutto assieme in una riflessione coerente come aveva fatto lui.

Questo ragionamento era facilmente applicabile anche a quanto ci stava accadendo a Visoko, dove non avevamo neppure lo scheletro completo di quella civiltà, come era accaduto in Egitto, e quando ci imbattevamo in una sofisticata tecnologia nella Piramide del Sole o nei tunnel di Ravne, per continuare in questa metafora, non sapevamo neppure dove collocare questo o quel pezzo d’osso. Bisognava scavare ancora e trovare ancora qualche altro pezzo. Ma avevamo capito che altre ossa di questo scheletro c’erano davvero, ed anche un bel po’ di pezzi. 

Christopher il giorno successivo affrontò una conferenza stampa con i giornalisti all’hotel Holiday Inn a Sarajevo, alla quale anche noi partecipammo.

Presentato ai giornalisti bosniaci da Semir Osmanagić, con la sua consueta gentilezza e signorilità,  Chris rispose con attenzione alle domande in un inglese fluente. Osmanagic fece da interprete e tradusse tutto in bosniaco molto speditamente. Non c’è dubbio che anche lui sia un grande oratore, preciso e asciutto nel trasformare nella lingua bosniaca le brevi e concise frasi di Dunn in periodi e in concetti coerenti, mentre un barbuto fotografo immortalava la scena da tutte le angolazioni.

 

Fig. 8 - La conferenza stampa al Holiday Inn di Sarajevo

 

Io ascoltai, con un misto di ammirazione ed attenzione per le sue osservazioni molto positive per come svolgevamo il lavoro a Visoko, ed anche qui anch’io dissi qualcosa. Quella volta promisi che in un anno avremmo cercato di portare, alla comunità internazionale, dei risultati brillanti da parte del nostro gruppo di ricerca, come credo di aver fatto, e confermai ai giornalisti che  Sara, l'archeologa della Fondazione della Piramide del Sole Bosniaca, con cui noi collaboravamo ampiamente, era la loro punta di diamante.

A lei il merito della prima coraggiosa esplorazione in profondità dei tunnel di Ravne, con uno speleologo a metà febbraio 2011, che confermò la mano umana nell’organizzazione degli stessi, perché a quel tempo gli scettici verso le piramidi bosniache continuavano a sostenere che si trattasse di gallerie naturali, formatesi ai tempi della fine dell’ultima glaciazione e sulle quali Osmanagić era intervenuto creando un falso storico.

 

Fig. 9 - Anch'io dissi qualcosa

 

Sara parlò dopo di me e fece presente i risultati raggiunti negli scavi. Seguì ancora qualche domanda dei giornalisti, ma al termine della conferenza quale occasione migliore che circondare di nuovo l’ing. Dunn e farci spiegare qualcosa dei suoi segreti prima della sua partenza?

 

Fig. 10 - Christopher Dunn ci illustrò i risultati delle sue ricerche in Egitto

 

Dunn, disponibile e gentile, ci improvvisò su due piedi una sintetica lezione magistrale sulle poltroncine della hall dell’hotel sull'eccezionale tecnologia utilizzata dagli antichi egizi che ci lasciò stupefatti per semplicità e concisione. Il tutto corredato da immagini eccezionali colte dal suo computer. Ci piazzammo di lato ed ascoltammo in silenzio per quasi due ore. Dietro di noi tutto il gruppo dei nostri ricercatori, che via via si faceva più numeroso.

Si parlò delle statue attribuite al faraone Ramses II nel tempio di Luxor. Dei colossi di 65 metri di altezza e di 300 tonnellate di peso, realizzati con una precisione millimetrica, impensabile per i mezzi attributi dagli archeologi a quella civiltà.
Le magnifiche statue monolitiche di Ramsete II, presenti nei templi sia del Nord che del Sud della Valle del Nilo, sono una sfida a tutti coloro che si preoccupano di spiegare come sono fatte, e Chris ci spiegò come aveva fatto a scoprire i loro segreti.

Con delle foto a posa lunga e a diversa distanza egli era riuscito a distaccare il viso dallo sfondo e studiarlo con attenzione.

 

Fig. 11 - Il viso di una delle statue di Ramsete II a Luxor dopo il processo di sovrapposizione dell’immagine effettuata al computer da Dunn (foto C. Dunn)

 

Quello che appare chiaro dal suo studio è che la statua del faraone non è il viso di qualcuno, ma un viso ideale, erroneamente attribuito alle fattezze reali del faraone per come presentato dalla archeologia classica.

Innanzi tutto le due metà del viso se invertite e sovrapposte appaiono uguali al decimo di millimetro. Non c’è un angolo od una curvatura del viso che non corrisponda all’altra metà e questo, posso dirlo da ex chirurgo maxillo-facciale, non esiste proprio in natura.

Il fatto che un lato del viso Ramsete è l'immagine speculare perfetta dell’altra, indica che per la sua realizzazione si devono essere usati dei sistemi di misurazione geometrica tridimensionale molto precisi. Le linee della mascella, occhi, naso e bocca sono simmetrici e sono stati creati utilizzando uno schema geometrico che incarna il triangolo pitagorico e il rettangolo aureo. Codificati nel granito è la geometria sacra degli antichi.
Anche adesso se un artista volesse riprodurre un viso con questa precisione non ci riuscirebbe a meno di non usare un sistema CAD/CAM.

Le palpebre superiori formano un arco di cerchio perfetto senza alcuna variazione del raggio di curvatura. Così le palpebre, la disposizione delle labbra e la forma del viso.

 

Fig. 12 - a perfetta geometria nel viso di Ramsete II a Luxor (foto C. Dunn)

 

Tutto il viso appare esprimere una serie di concetti matematici che non esiste in natura.

È evidente, quello non è il viso reale di qualcuno, ma può essere così solo il viso di un Dio, che segue delle caratteristiche che in natura non possono realizzarsi tutti assieme, se poi possono farlo almeno per una sola linea del viso. Soprattutto se parliamo di una statua di 300 tonnellate, come quella presente a Memphi.

Si può concedere agli archeologi classici che il faraone abbia commissionato delle statue in cui la sua immagine fosse idealizzata, ma c’è parecchio da discutere se quello è realmente il suo volto.

Per realizzare questo studio Dunn  ha piazzato la macchina fotografica orientata lungo l'asse centrale del capo. In questo modo la distribuzione del viso sul lato sinistro e destro è risultato uguale. Poi ha esaminato le immagini ad alta risoluzione al computer.

Al fine di confrontare un lato della faccia all’altro, l'immagine fotografica è stato sezionata a metà, una di queste metà è stata invertita in orizzontale e resa trasparente al 50%. Poi l'immagine invertita è stata posizionata sopra l’altra metà originale controlaterale per confrontare i due profili. Le due metà ora sovrapposte sono risultate perfettamente identiche al millimetro.

 

Fig. 13 - La geometria nel viso del faraone Ramsete II nella statua presente a Menphi (foto C. Dunn)

 

È evidente che gli antichi egizi per ottenere questo risultato hanno  utilizzato una griglia tridimensionale nei loro progetti, e che non è possibile per la loro realizzazione non aver utilizzato tecniche altamente sofisticate, perché solo griglie, grafici e tabelle permettono risultati di questo tipo.

In particolare Chris si è accorto che la bocca aveva qualcosa di particolare per la sua forma innaturalmente rovesciata, così ha posto una griglia sull’immagine al computer con le dimensioni delle celle che erano della stessa altezza e con metà della larghezza delle dimensioni della bocca. È  stato poi facile generare dei circoli in base alla geometria delle caratteristiche facciali. Ma lui stesso non si aspettava, però, che si sarebbero allineati perfettamente con le linee della griglia in tantissimi punti. La scoperta era stata fatta. E nessuno si era accorto prima anche se ciò era sotto gli occhi di tutti da secoli.

Inoltre, la bocca di Ramsete aveva le stesse proporzioni di un classico triangolo rettangolo di misura 3-4-5. L'idea che gli antichi egizi avessero conosciuto il triangolo pitagorico prima di Pitagora, e possono avere persino trasmesso a Pitagora questi concetti, è stata discussa ampiamente dagli studiosi e non senza polemiche. E qui c’era la prova.
Ma Chris non ha finito di stupirci e ci mostra le immagini del suo studio sulla realizzazione dei vasi canopi da un unico blocco di pietra dura.

Prendendo delle impronte dell’interno dei vasi canopi con materiale plastico e poi esaminando l’impronta con il microscopio a scansione si evidenziano perfettamente i graffi sovrapposti determinati da strumenti rotanti che sono penetrati all’interno del blocco di alabastro dall’apertura posta in alto, scavando progressivamente una cavità.

Le rigature appaiono regolari e quindi escludono che il vaso sia stato “colato” come suggerito da altri fantasiosi autori.

Dunn ritiene che siano stati usati dei semplici strumenti in rame, in questo caso un trapano, ma con una precisione certosina per raggiungere questo prezioso risultato.

Ma quello che ci lasciò più stupiti fu la dimostrazione di Dunn che la piana di Giza è ancora piena dei segni delle enormi macchine utilizzate per la costruzione delle piramidi.

In particolare ci fece vedere un reperto ritrovato ad Abu Roash, una collina spazzata dal vento 5 miglia dalla piana di Giza.

Su di essa Dunn trovò esposto un pezzo di granito con caratteristiche uniche. Si trattava di un pezzo non messo in opera, ma abbandonato assieme ad altri reperti.

 

Fig. 14 - Il blocco di granito ritrovato ad Abu Roash (foto C. Dunn)

 

La curvatura del suo incavo era perfetta, costante e perfettamente regolare in ogni suo recesso. Per costruirla non può essere stato usato assolutamente un scalpellino, vista la perfezione

Guardandolo con più attenzione da vicino la superficie concava del blocco presentava delle striature distanziate tra loro circa  da 0,762 millimetri a 1.52 millimetri. Si tratta di una caratteristica comune a molti manufatti trovati in Egitto, soprattutto in  alcuni fori nei blocchi di granito e le carote estratte dagli stessi fori. Ma qui il raggio in cui la superficie di taglio termina è sconcertante se si considera diversi modi in cui il blocco può essere stato tagliato.

 

Fig. 15 - Le evidenti striature di lavorazione sul blocco di granito di Abu Roash (foto C. Dunn)

 

Se fosse stato tagliato da una sega diritta, visto l’ampio raggio di curvatura costante, sarebbe stato impossibile non romperlo, vista la sottigliezza della pietra.

Ossia nell'ipotesi di un blocco tagliato lungo la superficie striata con una  sega posta con la forza applicata ai lati, giunta allo spessore minimo del blocco si sarebbero determinate più di una rottura.

L’altra ipotesi, più credibile, è che l’intera superficie del blocco fosse stata fresata da una ruota larga almeno quanto il blocco.

Ma facendo il calcolo, in base al raggio costante della concavità del blocco e del diametro necessario per fresare contemporaneamente tutto il blocco, risultava che questa ruota (o un enorme pendolo) avrebbe dovuto possedere un diametro di quasi 15 metri, l’altezza di una casa con vari piani.

 

Fig. 16 - La perfetta curvatura del blocco di granito(foto e tabella C. Dunn)

 

Quindi questa ruota, o il pendolo, che fresarono il blocco potevano avere delle dimensioni di poco inferiori a quelle enormi ruote che nei luna park portano in alto, a svariate decine di metri, i turisti per ammirare il panorama.

Ma che fine ha fatto una ruota del genere? Molto semplicemente è stata smontata al termine dei lavori, come le enormi macchine da guerra costruite dagli antichi romani durante una campagna di conquiste. In ogni caso dovevano essere realizzate in legno, con superficie fresante in metallo, ma non aveva senso farle rimanere sul luogo dopo la costruzione della struttura.

Noi lasciamo in sede la gru per il sollevamento dei carichi dopo aver finito di costruire un palazzo? E così gli egiziani o chi per loro.

Ciò che emerge con chiarezza dagli studi di Christopher Dunn è che ellissoidi ed ellissi erano parte integrante della conoscenza degli architetti dell’Antico Egitto. La prova straordinaria è proprio il blocco di granito appena citato che la dice lunga e molto più di una tomba sulle capacità di disegno, progettazione e realizzazione degli antichi, che evidentemente non erano dei rozzi sprovveduti primitivi come pensiamo noi attualmente.

Ma se questo era possibile per gli egiziani, aggiungo io, perché la stessa capacità costruttiva non si sarebbe potuta realizzare  anche nella Civiltà di Visoko (termine ombrello che raccoglie tutte le civiltà neolitiche della Valle di Visoko), che con gli antichi egiziani avevano parecchie cose da spartire?

Alla luce del fatto che gli antichi possedevano la tecnologia (persa successivamente)  per realizzare opere del genere, appare risibile l’eccezione, sollevata da alcuni archeologi, che non è possibile che la Civiltà di Visoko, essendo collocata profondamente nella storia, possa aver realizzato delle opere ancora più maestose dell’Antico Egitto.

Ma la giornata correva con ritmo veloce e nel pomeriggio era prevista un’ultima visita al tumulo di Vratnica e poi ai tunnel KTK.

Neppure il mio team aveva mai visto i tunnel KTK e decisi di portare con me tutti loro, mentre nella visita ci accompagnava Semir Osmanagić fornendo  sempre spiegazioni esaurienti.

 

Fig. 17 - L’ingresso alla conceria KTK e ai tunnel posti un po’ oltre la fabbrica

 

Si tratta di gallerie scavate nella roccia conosciute da tempo immemorabile ed utilizzate nella loro prima porzione come magazzino da una ditta di concerie per pellami, la KTK, che per questo motivo ha dato il nome a questo manufatto.

I tunnel KTK non sono illuminati perché, presentando diverse entrate non sigillate, qualcuno ha pensato opportuno recuperare il rame dall’impianto d’illuminazione per farsi un piccolo gruzzoletto di denaro.

Era anche una buona occasione per infangarsi le scarpe di nuovo commentammo con Chris, ma la visita di quelle gallerie, molto più ampie rispetto ai tunnel di Ravne non può mancare a chi abbia voglia di farsi un’immagine complessiva dei manufatti fino ad ora ritrovati della Civiltà di Visoko.

 

Fig. 18 - L’ingresso ai tunnel KTK, al centro Semir Osmanagić e l'archeologa Sara Acconci

 

E perché si pensa che i tunnel KTK non sono semplicemente dei tunnel di origine medievale?

Semplicemente perché nel tratto degli stessi che si dirige sotto il fiume Bosna presenta lo stesso tipo di sigillatura presente nei tunnel di Ravne, ossia terra di riporto che chiude il loro lume fino al soffitto con le stesse modalità. Per questo si ritiene che risalgano alla stessa epoca

 

Fig. 19 - Ecco il tipico ed inconfondibile aspetto dei tunnel KTK

 

Fig. 20 - Il basamento di una colonna ritrovato durante gli scavi

 

 

Fig. 21 - La prima parte dei tunnel KTK sono stati usati in passato come magazzino. Ecco ancora dei pneumatici malinconicamente abbandonati all'interno dell'ipogeo

 

Non si è potuto proseguire nella desigillazione degli stessi per le pericolose infiltrazioni d’acqua che provengono dal fiume stesso che nei millenni si è spostato rispetto la posizione originaria e ciò potrebbe aver causato possibili problemi di infiltrazione delle gallerie che potrebbero divenire incontenibili se si desigilasse il tratto che passa sotto il fiume, con grave pericolo per la vita degli operai che si avventurassero in un’operazione del genere.

 

Fig. 22 - Le infiltrazioni d’acqua dei tunnel KTK che impediscono la prosecuzione dell’esplorazione

 

Fig. 23 - I tunnel KTK dispongono anche di un'altra entrata direttamente sul fiume

 

Ma quello che appare chiaro a tutti è che i tunnel KTK non avevano alcun effetto taumaturgico come i tunnel di Ravne per l'alta concentrazione di ioni negativi in essi, ma erano proprio dei tunnel per il passaggio che conduceva fino alla Piramide del Sole, infatti sono ampi, alti e facilmente percorribili.

Con Chriss, mentre effettuavamo la visita, discorremmo ancora sul viso del faraone e il suo viso ideale. Confermai a Dunn, come antropologo medico, che un viso del genere non esiste in natura e Dunn questa volta annuì rimanendo molto serio. Poi discorremmo ancora sulle rispettive ricerche e chiesi a Dunn cosa ne pensava di quello che ha visto qui a Visoko, “Ritornerò di sicuro” mi rispose.

Fa piacere ritrovarsi dalla stessa parte della barricata assieme ad una mente acuta come Christopher Dunn, ex ingegnere aerospaziale e attento come non poco alla realtà delle cose.

 

Fig. 24 - Il nostro team quasi al completo di fronte all’entrata dei tunnel KTK

 

Al termine della visita Chris ripartì con Osmanagic alla volta di Sarajevo: doveva prendere l’aereo per ritornare a casa. Ci salutammo tutti con semplicità. Avevamo sicuramente guadagnato un amico.

Il colloquio con Chirs mi insegnò tante cose, non nozioni che potevo trovare ovunque in letteratura, ma piuttosto un metodo di studio, ossia che un occhio attento può cogliere aspetti molto oltre l’apparenza con gli attuali strumenti tecnologici e fornire con semplicità spiegazioni strabilianti, che ad altri sfuggono semplicemente perché hanno la mente chiusa dai dogmi precedenti. Ma l’occhio deve essere veramente attento ai particolari e soprattutto libero da preconcetti.

 


Fig. 25 - Arrivederci ing. Dunn! A presto!

 

Paolo Debertolis – 9 aprile 2011

 

Un ringraziamento alla Fondazione Bosniaca della Piramide del Sole ed a Semir Osmanagić per la concessione delle immagini dei tunnel di Ravne e dei tunnel KTK.

Le foto non specificate diversamente sono di Andrea Venturini e Valeria Maria Hocza.

 

Bibliografia

1) Christopher Dunn, “The Giza Power Plant : Technologies of Ancient Egypt”, Bear & Company, Rochester, Vermount, 1998

2) Christopher Dunn, “Lost Technologies of Ancient Egypt”, Bear & Company, Rochester (Vermount) and Toronto (Canada) 2010

3) The Official Christopher Dunn Web Site

 

 


 

 

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