SBRG logo
SBRG office
Sponsor
Congressi
Avviso ai lettori
Missione esplorativa nello Yucatán messicano
di Giancarlo Sette
Tag: Piramide di Kukulkan, El Castillo, El Caracol, Chichen Itza, Uxmal, Piramide dell'Indovino, Cenote dei Sacrifici, Piramide del Nano, Piramide del Mago, Sacrifici Maya, Gioco della palla Maya, Uomo barbuto Maya, acustica edifici Maya, pozzo dei sacrifici Maya, Cenote Sagrado, El Osario

Fig. 1 - El Castillo o Piramide di K’uk’ulkan a Chichén Itzá, facciata ovest, 12 dicembre 2013, h. 9:30 del mattino
Sono da poco tornato da un viaggio nello Yucatán messicano, in visita a ciò che rimane di alcune antiche città costruite dai Maya.
Queste antiche città sono ricchissime di monumenti anche di notevoli dimensioni e si estendono a volte per decine di km² in zone dalla vegetazione molto fitta, oggi completamente mappate grazie alla fotogrammetria aerea e satellitare, ma solo in parte esplorate e in ancor più piccola parte disboscate per consentire il restauro dei monumenti e la loro visita.
In generale, attualmente sono restaurati e visitabili solo i grandi centri monumentali, quelli che costituivano ciò che gli archeologi chiamano acropoli, ossia i centri cerimoniali e dirigenziali più importanti e imponenti, costituiti da una serie di templi posti alla sommità di grandi edifici piramidali, raggruppati attorno ad una piazza, sulla quale si affacciano anche i palazzi del sovrano o dei governanti e gli edifici pubblici, un insieme di strutture paragonabile nella sua funzione al foro romano.

Fig. 2 - Uno degli attuali abitanti di Chichén Itzá si gode beatamene il sole del mattino...

Fig. 3 - ...e la radice di un grande albero cerca di assomigliargli
Ma le città edificate dai Maya nel periodo del loro splendore erano in realtà delle grandi conurbazioni, composte da una molteplicità di centri urbani minori raggruppati attorno alla città o al “foro” più importante. Ciascuna piccola città aveva il suo “foro”, solo di dimensioni più piccole rispetto a quelle del “foro” del centro maggiore. Inoltre, attorno a ciascun “foro” si distribuivano le abitazioni della popolazione, via via più rade e meno imponenti man mano che ci si allontanava dal foro pertinente.
E queste strutture “minori” sono ancora in massima parte inesplorate, in particolare quelle delle zone abitate dal popolo vero e proprio. Di conseguenza, poco conosciamo della vita dei “comuni”, qualcosa di più della vita dei nobili, dei guerrieri e dei sovrani, soprattutto attraverso l’analisi dei corredi tombali e delle iscrizioni glifiche scolpite sulle stele erette nelle piazze e sui grandi pannelli che decoravano le sale delle “regge”.
Qualcuno ha osservato che in pratica è come cercare di capire la vita della popolazione inglese nel medioevo attraverso la lettura delle lapidi tombali poste all’interno delle grandi cattedrali gotiche, come quelle di Canterbury o di Westminster.

Fig. 4 - Uno dei “troni” sagomati come un giaguaro, presenti in alcuni ambienti di Chichén Itzá. Il più famoso è quello che si trova all’interno della Piramide di K’uk’ulkan, detta anche El Castillo: è dipinto di rosso e le macchie della pelliccia del giaguaro sono rese con inserti di giadeite. Purtroppo, il locale dove si trova oggi non è più accessibile (vi si accedeva dalla porticina chiusa visibile nella Fig. 8)
Insomma, degli antichi Maya conosciamo molto poco, a causa del fatto che i frati francescani, incaricati di evangelizzarli dopo la conquista, bruciarono quasi tutti i loro libri, ne sopravvivono solo 4, che trattano esclusivamente di astronomia/astrologia, senza preoccuparsi di raccogliere notizie sulla loro cultura (Diego de Landa e Bernardino de Sahagún sono le due sole eccezioni, ma de Landa lo fece solo per farsi perdonare i grandi roghi di libri da lui organizzati).
In particolare, della loro architettura conosciamo bene quasi esclusivamente quanto è deducibile dall’esame per così dire visivo. Mi spiego: conosciamo i materiali utilizzati e nella maggior parte dei casi le tecniche costruttive, ma circa la reale funzione di molti edifici conosciamo ben poco. E soprattutto molto poco conosciamo delle cerimonie che davanti o all’interno di questi edifici si svolgevano.
Per esempio, due edifici cilindrici coperti da una falsa cupola, edificati rispettivamente a Chichén Itzá e a Mayapán, sono universalmente giudicati osservatori astronomici, ma nulla ci dice che effettivamente lo siano stati: non una iscrizione, non una stele, non una immagine scolpita su un bassorilievo, non un passo in uno dei 4 testi superstiti o negli scritti di de Landa e Sahagún o di qualsiasi altro cronista della Conquista.
Solo il fatto che le finestre alla sommità del Caracol di Chichén Itzá sembrano puntare verso direzioni significative dal punto di vista astronomico mentre le 4 porte dell’edificio di Mayapán sono orientate verso i punti cardinali suggeriscono questa interpretazione.

Fig. 5 - Il cosidetto Caracól (chiocciola) di Chichén Itzá, forse un osservatorio astronomico del XII sec.
Ma le maggiori controversie nascono riguardo l’interpretazione funzionale dei particolarissimi fenomeni acustici riscontrabili alla base di molti grandi edifici piramidali edificati in diverse città e nella Grande Corte per il gioco della palla di Chichén Itzá.
Di uno di questi fenomeni acustici, riguardante gli edifici piramidali detti El Castillo a Chichén Itzá, e Piramide del Nano o dell’Indovino a Uxmal, oltre a riportare gli indirizzi del web nei quali rintracciare documentazione e filmati in merito, posso dare testimonianza diretta, per averlo sperimentato di persona e aver assistito alla prova sperimentale fatta da altri.
Di quelli che si verificano all’interno del Grande Campo per il gioco della palla e di altri 2 riscontrati sulla Piramide di K’uk’ulcan, posso solo riportare la descrizione fattane da alcuni studiosi, non essendo possibile sperimentarli nel corso di “normali” visite, a causa della presenza di troppe persone all’interno o nelle immediate vicinanze delle costruzioni oppure a causa di divieti di accesso ai monumenti.
Cominciamo dagli edifici piramidali: li chiamo così, invece che piramidi, perché queste costruzioni non sono di fatto delle vere e proprie piramidi, bensì piuttosto delle ziqqurat o piramidi a gradoni.
In apertura, ho presentato una mia foto (fig.1) della Piramide di K’uk’ulkan a Chichén Itzá.
Il sito di Chichén occupa in totale più di 60 km², di cui solo 3 sono stati fin’ora oggetto di approfonditi studi e restauri e sono aperti alle visite.
Fino a non molto tempo addietro non lo si riteneva tanto esteso e si pensava che fosse pertinente ad una unica grande città. Le investigazioni più recenti hanno sovvertito completamente questa idea, dimostrando che si tratta di una conurbazione, composta da un grande centro cerimoniale, che è quello fino ad oggi studiato e restaurato in maniera approfondita, e da un discreto numero di centri satelliti, alcuni dei quali sono annessi al centro più grande e sono delle specie di “dépendances” di questo (vedi la successiva Piramide del Mago o Ossario), altri invece distano dal centro maggiore anche un paio di km e sono delle vere e proprie città minori.

Fig. 6 - Il Tempio dei Guerrieri con la Piazza delle Mille Colonne. Le colonne sono a sezione quadrata e su ciascuna faccia è scolpita in bassorilievo una figura umana a grandezza maggiore del naturale. Le figure formano una processione di guerrieri armati di tutto punto, preceduti da una serie di sacerdoti. Le colonne sono alcune centinaia e non ci sono due bassorilievi uguali
Il nome del centro maggiore, estesosi a tutto il sito, è la traslitterazione in spagnolo dell’effettivo nome in lingua Maya yucateca del centro edificato dopo il 1000 da parte degli invasori Maya Putún, che arrivarono in questa regione provenendo dalla zona circostante l’attuale Laguna de Términos, circa 400 km a sud ovest.
Precedentemente, il sito era abitato da un’altra etnia Maya, era molto più piccolo, meno importante e forse si chiamava Uuc Yabnal (che probabilmente significa “sette pietre-stele” o “sette anni”).
I nuovi arrivati Putún gli diedero il nome di Chi (bocca) Ch’en (pozzo) Itz (mago/magia) Ha (acqua), perché il centro cerimoniale sorge nelle immediate vicinanze di uno dei più grandi cenotes (pozzi naturali di origine carsica, dal maya yucateco dzonot’) dell’intero Yucatán e il clan dominante tra i Putún a quell’epoca era quello degli ItzHa, cioè i “maghi” dell’acqua. Quindi, il nome del centro significa “alla bocca del pozzo dei maghi dell’acqua” (Piña Chan, 1980), dove il termine “maghi” va inteso nel senso di “sacerdoti”.
L’intera penisola dello Yucatán non è altro che un immenso tavolato calcareo con imponenti fenomeni di carsismo. Nella zona, le precipitazioni durante la stagione delle piogge sono abbastanza abbondanti, ma l’acqua piovana viene immediatamente assorbita dal terreno calcareo e scompare dalla superficie, creando dei veri e propri fiumi sotterranei, alcuni dei quali di portata veramente notevole e parzialmente esplorati. I Maya che abitavano la zona avevano grandi problemi per approvvigionarsi di acqua dolce, anche perché ragioni non chiare, forse di natura religiosa, impedivano loro di scavare pozzi.
Di conseguenza, impermeabilizzarono con argilla molte cavità naturali, utilizzandole come serbatoi di acqua, chiamati chultunob (plurale di chultun), ma soprattutto utilizzarono i cenotes, pozzi carsici naturali che nella zona sono relativamente numerosi. In prossimità dei più importanti di questi pozzi sorsero centri cerimoniali dedicati al culto delle acque e del dio della pioggia, Chaac.
Uno di questi centri è appunto quello di Chichén Itzá.

Fig. 7 - Il più grande dei cenotes di Chichén Itzá, noto come Cenote Sagrado o Cenote de los sacrificios, 60mt di diametro, acqua a circa 25mt dall’orlo, profondità max dell’acqua circa 15mt.
I 3 km² aperti alle visite ospitano un numero notevole di edifici impressionanti, a cominciare dalla cosidetta Piramide di K’uk’ulkan (fig.1). K’uk’ulkan è l’equivalente in lingua maya yucateca del nahuatl Quetzalcóatl, il re-sacerdote-shamano dei Toltechi divinizzato nel serpente piumato (k’uk’=quetzal=uccello dalle lunghe piume caudali verde smeraldo, kan=cóatl=serpente, però kan significa anche cielo). Quindi, questa sarebbe la piramide del serpente piumato, nome che le è stato attribuito in tempi recenti, dai primi archeologi che la esaminarono. Si deve considerare il fatto che essi la videro quando ancora non era stata pazientemente ed accuratamente restaurata. Pur trattandosi di una delle poche strutture che ai primi del XIX sec., quando nella zona iniziarono le spedizioni archeologiche, si trovava ancora in buono stato di conservazione non ostante l’età e il plurisecolare abbandono (venne costruita probabilmente attorno al 1100 e abbandonata circa 2 secoli dopo), buona parte delle sue strutture erano parzialmente crollate oppure erano celate da rampicanti.

Fig. 8 - Una delle teste di serpente a fauci spalancate alla base delle scalinate della Piramide di K’uk’ulkan
I primi studiosi furono colpiti dal fatto che le scalinate sono affiancate da un alto cordolo che termina con la testa di un serpente a fauci spalancate e lingua estroflessa.
Inoltre, si accorsero che al sorgere e calare del sole nei giorni degli equinozi la luce del sole proietta su una delle pareti laterali della scalinata principale (facciata nord) un’ombra che sembra il corpo sinuoso di un serpente che parte dall’alto e scende a congiungersi con la testa.
In realtà, a giudicare dall’iconografia oggi ben visibile, il tempio posto alla sommità della struttura doveva essere dedicato a Chaac, il dio mesoamericano della pioggia.

Fig. 9 - Maschera del dio Chaac (immagine sopra), posta nel riquadro centrale che sovrasta il frontone della cella templare alla sommità della piramide, facciata ovest (immagine sotto). Ogni facciata porta un simile riquadro
Cruz Calleja e Declercq (2009) suggeriscono un suggestivo parallelo tra la scalinata principale della piramide, quella della facciata nord, e la cascata di Coo, in Belgio, accostandone le rispettive immagini

Fig. 10 - Piramide di K’uk’ulkan, facciata nord
Fig. 11 - Cascata di Coo, Belgio, foto Boris23 (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Waterfalls_of_coo_belgium.jpg)
Essi osservano come le scalinate abbiano una inclinazione diversa da quella della facciate della struttura e se ne chiedono la ragione. Una spiegazione possibile è che questo consente il verificarsi del fenomeno ottico della discesa del serpente nei giorni di equinozio, fenomeno però osservabile solo lungo il lato nord. Perché quindi costruire tutte le facciate allo stesso modo? Forse appunto perché queste composizioni strutturali richiamano l’immagine di una cascata d’acqua. I due autori ricordano a tal proposito il significato del nome della città: Chichén Itzá = “alla bocca del pozzo dei sacerdoti dell’acqua”.
Personalmente, mi è venuta in mente un’altra immagine, non richiamata dai due studiosi citati, che può rafforzare questa interpretazione.

Fig. 12 - Mascheroni del dio Chaac, impilati, a formare l’angolo di un tempio, Tempio del Mago o Ossario
Molto spesso agli angoli dei templi posti sulla sommità delle strutture piramidali (ma non solo) si vedono composizioni di maschere del dio Chaac sovrapposte (fig. 12, di cui parlerò più avanti).
Secondo le più recenti interpretazioni, si tratta della rappresentazione simbolica di una cascata d’acqua (Chaac, viene anche chiamato “dio dal lungo naso” a causa della lunga appendice proboscidata che sta al posto del naso, nella fig. 12 se ne vedono 4, più grigie rispetto al resto, le due in alto e in basso sono mutile).
Ma ancor più importanti per rafforzare questa interpretazione della dedicazione della struttura, secondo i due studiosi, sono i fenomeni acustici che si riscontrano nei pressi di tutte e 4 le scalinate.
Quelli fino ad oggi constatati sono 3:
- il fatto che suoni anche molto deboli, emessi alla base della scalinata vengono distintamente percepiti da chi sta alla sommità e viceversa
- la trasformazione del rumore dei passi di chi sta salendo o scendendo la scalinata
- la sorprendente eco di risposta ad un battimani, udibile alla base della scalinata.
I primi due fenomeni non sono più verificabili da parte di un comune visitatore perché almeno dal 2008 non ci si può più accostare alla scalinata né salirla, a causa dei numerosi incidenti anche mortali verificatisi tra i turisti durante la discesa (nelle foto di fig. 1 si vede chiaramente dove termina l’area accessibile ai turisti, dopo di essa ricresce l’erba davanti alla scalinata).
Inoltre, il primo fenomeno citato non ha a che vedere, almeno per quanto ne sappiamo, con il culto del dio Chaac, anche se l’esame di un analogo fenomeno acustico riscontabile nel Grande Campo per il Gioco della Palla, di cui parlerò più avanti, porta a pensare che fosse comunque un effetto cercato e probabilmente presente in molte “piramidi” costruite dai maya.
Il secondo fenomeno. Nel 2002, durante una visita condotta dai partecipanti al primo meeting panamericano della Acoustical Society of America, Declercq assieme ad alcuni colleghi si sedette sul gradino più basso della scalinata della facciata nord. Altri partecipanti cominciarono a salire la scalinata e Declercq e gli altri seduti con lui percepirono non un rumore di passi, bensì il suono di gocce di pioggia che cadono in una pozza. A questo punto, Declercq decise di effettuare delle misurazioni in proposito, i cui risultati sono riportati in Declercq et al., 2004, e in Cruz Calleja e Declercq, 2009.
In effetti il fenomeno è reale, è stato riscontrato da Declercq anche nei pressi della scalinata della Piramide della Luna a Teotihuácan e non dipende dal fatto che la piramide abbia delle cavità al suo interno (la “piramide” di K’uk’ulkan, come tutte le “piramidi” mesoamericane, è stata edificata su una “piramide” più piccola e preesistente e ha corridoi e sale nel suo interno, un tempo visitabili, ora non più accessibili al pubblico).
Gli autori concludono affermando che il fatto che il tempio sia manifestamente dedicato al dio della pioggia, Chaac, rende plausibile l’ipotesi che il fenomeno della trasformazione del rumore dei passi nel ticchettio della pioggia sia collegato al culto praticato nel tempio.
Essi stessi, però, precisano che il fenomeno è riscontrabile solo nell’immediata prossimità dei gradini e si percepisce meglio ascoltando tra un gradino e l’altro.
Quindi, a mio parere il fatto che l’eco come ticchettio della pioggia sia percepibile solo stando molto vicini ai gradini costituisce una forte limitazione e non è automatico dedurre che sia un fenomeno veramente voluto per evocare alle orecchie degli astanti la presenza del dio, durante l’ascesa dei sacerdoti verso il tempio nel corso di una qualche cerimonia di invocazione e impetrazione della pioggia.
Il terzo è l’unico fenomeno che ho potuto constatare di persona ed è stato studiato soprattutto da David Lubman (1998).
Mi sono posizionato esattamente nel punto in cui ho scattato la foto di fig. 1 e ho battuto le mani.
Il breve filmato qui consultabile illustra quale è stata la risposta della piramide (alzare il volume).
L’eco di risposta è simile al verso del quetzal, uccello che abita le foreste nebulari dell’America centrale.
La registrazione del canto del quetzal si può ascoltare qui. Sotto la foto c’è una finestra con scritto Audio, un bottone con l’icona di un altoparlante e la scritta Quetzal, clickare sul bottone per ascoltare il “canto”.

Fig. 13 - Maschio di quetzal, foto Joseph C. Boone, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:Resplendent_Quetzal_JCB.JPG
Durante la stagione degli amori il quetzal maschio sviluppa due penne caudali di colore verde smeraldo, della lunghezza di più di 1mt., che erano utilizzate per creare stupende acconciature per i nobili e soprattutto i re-sacerdoti-shamani dei Maya. Le penne venivano fissate ad una impalcatura di leggere canne. Quando il sovrano veniva abbigliato con una simile impalcatura, il suo incedere causava l’ondeggiamento delle lunghissime penne, di colore verde brillante, rendendo il tutto simile al muoversi delle foglie del mais sotto il soffio del vento. E il mais era il principale alimento degli antichi Maya.
A causa di questo effetto e del colore delle penne, verde come l’acqua raccolta nei cenotes (fig. 7) e nei chultunob, il loro significato magico-religioso era accostato all’acqua, fonte di vita per la foresta, per le coltivazioni e di conseguenza per gli uomini.

Fig. 14 - Sovrano Maya mentre viene preparato per la cerimonia celebrativa di una vittoria in battaglia (Murales della stanza n.ro 1 del tempio di Bonampak)

Fig. 15 - Lo stesso sovrano, durante due momenti diversi della cerimonia (Murales della stanza n.ro 1 del tempio di Bonampak)
Siamo alla fine della stagione secca, che in questa zona dura da novembre a maggio. I chultunob sono ormai quasi asciutti, nei cenotes il livello dell’acqua si è molto abbassato, la terra è secca e spaccata in dure zolle, si attende ansiosamente la pioggia. Possiamo immaginare che durante la cerimonia per impetrarne l’arrivo, ad un certo momento il popolo, raccolto nella piazza antistante la “piramide”, venisse invitato dal celebrante, abbigliato con un costume dalle ondeggianti penne di quetzal, a battere ritmicamente le mani. In risposta, arrivava il verso dell’uccello legato alla foresta nebulare, dalle penne e piume verdi come l’acqua: ecco, il dio aveva ascoltato la supplica, era presente, la tanto attesa pioggia sarebbe arrivata!
Resta da spiegare perché un edificio templare dedicato al culto del dio Chaac sia stato edificato su una struttura piramidale le cui scalinate di accesso al tempio sono affiancate da giganteschi serpenti.
A questo interrogativo non sappiamo rispondere con certezza, certo è che abbiamo altre indicazione del collegamento Chaac – serpente (a sonagli, in particolare), per esempio le raffigurazioni dei vari aspetti del dio della pioggia dipinte in 2 pagine del Codice di Dresda, uno dei 4 codici Maya superstiti.

Figg. 16 e 17 - Le pagine 40 e 41 del Codice di Dresda, con dipinti i 4 aspetti del dio Chaac, fonti http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/dresden/images/dresden_fors_40.jpg e http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/dresden/images/dresden_fors_41.jpg
Il Codice di Dresda venne dipinto probabilmente a Chichén Itzá tra l’11° e il 12° sec., quindi è contemporaneo alla costruzione e all’utilizzo della piramide. Nelle pagg. 40 e 41 (secondo la numerazione di Förstermann, oggi rinumerate 61 e 62) si vedono i 4 aspetti del dio Chaac, corrispondenti alle direzioni cardinali secondo le quali sono orientate le 4 scalinate della “piramide” e le 4 facciate del tempio.
Ciascuna raffigurazione del dio siede su un sinuoso serpente, che è chiaramente un crotalo, vedi il sonaglio al termine della coda. José Diaz Bolio (1964) ha documentato come molto spesso Chaac venga rappresentato con attributi crotalici e come, oltre ai 4 mascheroni sui frontoni (fig. 9), sugli spigoli del tempio posto alla sommità della Piramide di K’uk’ulkan siano presenti altri simboli legati a Chaac.
Insomma, molti indizi portano a concludere che questa struttura piramidale dovrebbe portare il nome di Piramide di Chaac, e non quello di Piramide di K’uk’ulkan.
Tornando al fenomeno acustico della risposta al battimani, quella di Chichén Itzá non è l’unica struttura piramidale edificata dai Maya, di fronte alla cui scalinata si constati lo stesso fenomeno.

Fig. 18 - Piramide del Nano o dell’Indovino, Uxmal, facciata est (secondaria), h. 10 del 15.12.2013

Fig. 19 - Piramide del Nano o dell’Indovino, Uxmal, facciata ovest (principale), h. 10:30 del 15.12.2013
Entrando nel sito di Uxmal, ci si trova immediatamente di fronte la facciata est della struttura piramidale ovalata che viene chiamata Piramide del Nano o dell’Indovino.
Anche questa struttura è stata edificata su una preesistente, anzi, ben 5 sono le strutture sottostanti, la prima risalente al V sec., quella che si vede oggi risale al IX.
La facciata est non è quella principale e presenta una curiosa caratteristica: i gradini della scalinata (118 gradini alti ciascuno c. 22cm) hanno una altezza che è poco più della metà di quelli della facciata ovest, che è la facciata principale (74 gradini alti c. 35cm ciascuno).
In realtà, la scalinata che si vede oggi sul lato est è sovrapposta a una uguale a quella dell’altra facciata.
I Maya contemporanei raccontano che doveva accedere al trono una persona talmente bassa di statura da non riuscire a salire i gradini originali. La parte sacra delle cerimonie di intronizzazione, che trasformava in Sole sulla Terra chi era destinato ad accede al trono, si svolgeva obbligatoriamente all’interno dei templi posti alla sommità di queste strutture, e quindi questa persona non era in grado di celebrarla, non potendo salire i gradini. Di conseguenza, la scalinata ovest venne coperta da un’altra i cui gradini erano sufficientemente bassi da consentire al futuro sovrano l’accesso al tempio sommitale.
Tutto questo non deve essere puro mito, perché la figura di un re di piccolissima statura, forse il ritratto del personaggio in questione, si vede scolpita al centro della facciata dell’edificio civile più importante di Uxmal, il palazzo del lato ovest del Quadrilatero delle Monache.
Quindi la struttura ovalata si chiama Piramide del Nano dalle caratteristiche fisiche del personaggio per il quale venne modificata, il quale, una volta completata la cerimonia nel tempio sommitale, divenne il Sole in Terra, re-sacerdote-shamano e quindi anche Indovino (o Mago, come si legge a volte).
Tutto ci dice che anche questa struttura era dedicata al dio della pioggia, Chaac: la scalinata della facciata ovest è divisa in 3 tronconi, il primo dei quali è affiancato su ogni lato da una teoria di 12 mascheroni del dio Chaac, un altro per lato sporge dall’altare al centro della prima piattaforma, per un totale di 13 mascheroni per lato, come 13 erano per gli antichi Maya i mondi soprannaturali, 4 superiori e 9 inferiori; sulla prima piattaforma, dietro l’altare, si erge un sacello i cui spigoli sono formati da 6 mascheroni di Chaac per lato; la porta di ingresso al tempio sommitale è un enorme mascherone del dio; infine, anche davanti a questa scalinata ho potuto constatare che l’eco del battimani somiglia al verso del quetzal.
Ma c’è di più. Dopo aver battuto le mani per ascoltare l’eco, per raggiungere la facciata opposta mi sono avviato lungo il vialetto che gira verso destra, quello che si vede in primo piano nella fig. 18. Arrivato quasi all’angolo nord della “piramide”, mi sono accorto che una guida, a capo di una comitiva sopraggiunta dopo il gruppetto guidato da me, stava battendo le mani di fronte alla facciata modificata, come avevo fatto io poc’anzi, a beneficio dell’ascolto del suo gruppo. Ebbene, stando in posizione laterale io sentivo distintamente il battimani ma non l’eco. Sono tornato indietro e ho chiesto spiegazioni alla guida, un vero Maya come tutte le guide locali, che mi ha spiegato che succede lo stesso anche a Chichén Itzá: l’eco si propaga solo frontalmente, in apparente contrasto con quanto sappiamo circa la propagazione del suono in campo libero. Secondo quanto risultava alla guida, l’effetto è dovuto alla struttura dell’intera piramide, non a quella della scalinata.
In effetti, la scalinata est della Piramide del Nano a Uxmal ha una inclinazione leggermente minore di quelle della Piramide di K’uk’ulkan a Chichén Itzá e i gradini sono alti circa la metà. Cosa ancor più importante, le due strutture hanno una forma ben diversa. Inoltre, la guida ha aggiunto che l’effetto eco-quetzal si verifica anche davanti alla scalinata della facciata ovest, che è differente da quella est, come si vede dalle figg. 18 e 19.
Non ho avuto l’opportunità di verificare la cosa perché, quando sono arrivato davanti alla scalinata del lato ovest, c’era una piccola folla di turisti e quindi ho dovuto rinunciare alla prova.
Da notare che davanti alla scalinata ovest, lo si vede nella fig. 19, si erge un bètilo, che ha la funzione di gnomone e al momento del passaggio del sole allo zenit non proietta ombra. Ebbene, il passaggio estivo allo zenit segna l’inizio del periodo in cui sono più abbondanti le piogge.
A Chichén Itzá ci sono almeno altri due edifici che meriterebbero una approfondita indagine su alcune loro caratteristiche.
Si tratta del Grande Campo per il Gioco della Palla, a volte chiamato sbrigativamente GBC, dalle iniziali dell’espressione inglese Great Ball Court, e della cosidetta Piramide del Mago, o Piramide del Gran Sacerdote o ancora Ossario.
Il Grande Campo è una costruzione a "I", che misura circa 168mt per 70 (misure esterne massime, Piña Chan, 1980). Il lungo spazio rettilineo interno, che costituisce il campo di gioco vero e proprio, misura circa 95mt x 30 ed è affiancato da mura alte quasi 8mt e spesse altrettanto. Sopra il lato est del muro si erge la massiccia mole del Tempio del Giaguaro, al quale si accede da un tempio minore sottostante o da una piccola scalinata addossata alla parte esterna del muro, mentre sul lato nord sorge il Tempio dell’Uomo Barbuto. Il lato sud è chiuso da un grande tempio, oggi in rovina.
Dalla parte esterna del lato ovest c’è una scalinata addossata al muro, che porta alla sommità del muro stesso. Questa scalinata consentiva l’accesso al pubblico “comune”, che sostava sulla piattaforma sopra il muro.
I nobili, invece, sostavano sul muro est, a fianco del sovrano e dei sacerdoti che si affacciavano davanti al Tempio del Giaguaro.

Fig. 20 - Il Grande Campo spigolo sud est, alle ore 13 del 12 dicembre 2013.
A destra si staglia l’alta e massiccia mole del Tempio del Giaguaro. Quasi coperto dalla persona con la maglietta rossa si nota il tempietto sottostante, che consentiva l’accesso a sovrano e sacerdoti. La ripida scalinata che si vede al lato del tempio consentiva l’accesso alla piattaforma del muro (oggi gli accessi non sono più consentiti).

Fig. 21 - Il Grande Campo, visto dall’alto, fonte: David Lubman
Comincio mostrando una curiosità, un bassorilievo scolpito nella pietra centrale del muro che chiude la cella del tempio all’estremità nord del campo. Il tempio, detto dell’Uomo Barbuto, prende questo nome proprio dalla figura del bassorilievo, che molto ha fatto e fa discutere storici, antropologi e archeologi.

Fig. 22 - Estremità nord del Grande Campo, Tempio dell’Uomo Barbuto, notare sulla parete di fondo, quasi al centro delle colonne, il blocco di dimensioni maggiori rispetto agli altri.

Fig. 23 - Bassorilievo che ritrae un uomo barbuto, al centro della parete di fondo del sacello templare.
Questo bassorilievo fa molto discutere perché gli amerindi non hanno barbe fluenti, al massimo il loro mento è ornato da radi e corti ciuffetti arricciati. Inoltre, i tratti del personaggio raffigurato sembrano caucasici. Dato che il campo è stato costruito al più tardi nel XII sec. (sembra sia stato dedicato nel 1142), questo bassorilievo starebbe a dimostrare che qualche europeo è giunto costaggiù ben prima di Colombo. Tra l’altro, questa non è l’unica né la più recente immagine di uomo barbuto scolpita o dipinta in area Maya. Una raffigurazione molto simile è presente anche su un piatto di onice, proveniente probabilmente da Palenque e databile attorno al VI/VII sec. (vedi qui).
Torniamo al campo propriamente detto.
All’interno del recinto si verificano almeno due fenomeni acustici degni di nota.
Anzitutto, già alla fine del XIX sec. i primi archeologi si accorsero che stando ad una delle estremità del recinto si potevano udire distintamente anche parole emesse sottovoce all’altra estremità, che dista circa 150mt.
Negli anni ‘30, mentre conduceva campagne di indagine nel sito, il grande archeologo Sylvanus Morley si divertiva stupire i visitatori suoi ospiti, facendo approntare la tavola per il pranzo ad una estremità e collocando un grammofono all’altra. I visitatori che ascoltavano la musica non riuscivano a vedere il grammofono e quindi non capivano da dove la musica arrivasse.
Nel 1931 il grande direttore d’orchestra Leopold Stokowski venne invitato da Morley a studiare l’acustica del campo e per 4 giorni vi condusse delle ricerche, senza però arrivare a capire esattamente il perché di una acustica così perfetta, che rimane a tutt’oggi inspiegato.
Più recentemente, David Lubman (2006) ha identificato un altro fenomeno acustico che si verifica all’interno del campo di gioco, un effetto di eco ripetuto: il rumore di un colpo secco all’interno del campo viene ripetuto da 4 a 7 volte e si conclude con un sommesso sospiro.
Per ascoltare questo effetto, aprire qui e cliccare sulla seconda immagine.
Questo effetto è stato rilevato da poco, per cui le uniche considerazioni in merito sono sostanzialmente solo quelle di David Lubman, il ricercatore californiano di acustica che lo ha per primo documentato (e fin’ora è anche l’unico ad averlo fatto e ad aver compiuto studi e misurazioni in merito). Vediamo come se ne possono interpretare funzione ed utilità
Nel campo, il gioco si svolgeva utilizzando una palla di caucciù piena, del diametro di circa 25 cm., perciò pesante e relativamente dura. I giocatori potevano colpire la palla solo con gomiti, ginocchia ed anche, quindi su queste parti del corpo indossavano robuste protezioni. Di conseguenza, ogni colpo inferto alla palla risuonava con forza e riecheggiava più volte. Se un giocatore colpiva la palla con una mano, cosa che avrebbe costituito un grave fallo di gioco, avrebbe prodotto un suono ben diverso, ripetuto da 4 a 7 volte e quindi ben riconoscibile. Inoltre, ogni rimbalzo sulle pareti avrebbe anch’esso prodotto notevoli echi ripetuti. Scrive a questo proposito Lubman (2006):
'In the western architectural tradition, flutter echoes are always acoustical design defects. I suggest that the flutter echo was perceptually significant and cognitively meaningful to the Maya. A flutter echo was heard each time a ball impacted a wall of the playing field or the hard surfaces of a ballplayers protective gear. The flutter frequency for wall impact, just over 4 Hz. The flutter frequency for impact on player’s regalia is twice that. Perceptually, 4 Hz is the frequency of maximum human sensitivity for the auditory percept called “fluctuation strength” often chosen for warning signals because of its alerting properties. It also has the potential to trigger hallucination in those vulnerable. Cognitively, I suggest that flutter echoes in the GBC may have represented the chilling growl of a jaguar, or a rattlesnake about to strike (rattlesnake rattles are usually higher in frequency). This would have added drama to what has been called the game of life and death. Handclap flutter echo persisted for about 2 1/2 seconds.'
[Nella tradizione architettonica occidentale, l’eco multiplo è sempre considerato un difetto acustico. Penso che l’eco multiplo fosse percettivamente significativo e cognitivamente importante per i Maya. Si udiva un eco multiplo ogni volta che la palla impattava una parete del campo di gioco o la dura superficie delle protezioni di una giocatore. La frequenza dell’eco multiplo (è) appena sopra i 4Hz. Quella dell’impatto sulle protezioni di un giocatore è il doppio (forse, ha fatto delle misurazioni anche in questo senso, ndt). Da un punto di vista percettivo, 4Hz è la frequenza del massimo umano di sensibilità per la percezione uditiva chiamata “forza di fluttuazione” spesso scelta per i segnali di allarme per la sua proprietà di allertare. Essa ha anche il potenziale per innescare allucinazioni nelle persone vulnerabili. Per dare una interpretazione, suggerisco che l’eco multiplo nel GBC forse rappresentava il ruggito spaventoso del giaguaro o (il suono emesso da, ndt) un serpente a sonagli in procinto di colpire (il suono del crotalo in genere ha una frequenza più alta). Questo avrebbe aggiunto un aspetto drammatico a quello che è stato chiamato “il gioco della vita e della morte”. L’eco ripetuto persiste per circa 2 secondi e mezzo].
(trad. mia, qui il ruggito del giaguaro e qui il serpente a sonagli)
Bisogna tener presente che quello illustrato è un campo utilizzato solo per il gioco rituale, che veniva praticato nel corso di particolari cerimonie. Nella stessa Chichén Itzá ci sono parecchi altri campi, molto più piccoli e semplici, che servivano per il gioco “normale”, tutt’ora praticato in varie zone del Messico.
Il gioco rituale è stato chiamato “della vita e della morte” perché l’andirivieni della palla rappresentava il corso giornaliero del sole nel cielo e il sole era la massima divinità per i Maya, fonte di luce, calore e vita.
Le partite terminavano quando una delle due squadre riusciva a far passare la palla all’interno di un anello posto a quasi 8mt di altezza. A questo punto, si procedeva al sacrificio del capo della squadra perdente, al quale veniva tagliata la testa e il suo sangue veniva offerto come tributo e alimento al sole, che necessitava del sangue umano per vivere (ma c’è chi dice che questa sorte toccasse al capo della squadra vincente). La scena della decapitazione, con i flutti di sangue che sgorgano dal collo della vittima rappresentati come serpenti, è scolpita nei bassorilievi che coprono le pareti laterali del campo di gioco.

Fig. 24 – Bassorilievo sulla parete laterale del GBC, sotto l’anello. Il capitano perdente, all’estrema sx della foto, viene sacrificato, si notano i fiotti di sangue in forma di serpenti che escono dal suo collo mozzato. La testa è raffigurata come una palla, con all’interno un teschio, rappresentazione del dio solare che viene nutrito dal sangue del sacrificato.
Alla luce delle conoscenze attuali, non si può dire se questi suoni così sottolineati avessero un qualche significato per il gioco o nell’ambito delle credenze magico-religiose dei Maya-toltechi (così vengono chiamati gli abitanti della zona dopo l’invasione dei Putún avvenuta nel X-XI° sec.).
Dato che il gioco svolto in questo campo era una cerimonia dal grande significato rituale, la cosa è plausibile, ma non si può dire di più.
C’è anche da dire che campi per il gioco rituale sono presenti in tutti i centri cerimoniali Maya (e non solo Maya), ma il GBC è il più grande tra quelli che si conoscono, il più complesso e l’unico all’interno del quale siano stati accertati fenomeni acustici di questo tipo.
Voglio infine illustrare un ultimo monumento di Chichén Itzá, un altro esempio di quanto ci sia ancora da indagare e scoprire in questa città.

Fig. 25 – Piramide del Gran Sacerdote o Ossario, scalinata est

Fig. 26 – Dettaglio della scalinata sud, notare le spire del serpente che scendono lungo la spalletta della scalinata

Fig. 27 – Teste di crotalo ai lati della base della scalinata ovest

Fig. 28 – Sonaglio del crotalo, uno dei due che sorreggevano, erti su colonne, l’architrave sopra l’entrata nord del tempio sommitale
Questo edificio piramidale è quasi una copia in miniatura della Piramide di K’uk’ulkan e ne ha praticamente le stesse proporzioni.
Venne edificato al di sopra di una cavità naturale, modificata dai Maya-toltechi che la trasformarono in una tomba collettiva, con 7 cavità laterali che si affacciano su una cavità centrale.
Per questo l’edificio è stato chiamato Ossario.
La forma che venne data alla caverna naturale richiamerebbe le 7 caverne del mitico Chicomotzoc, il luogo posto molto più a nord, forse da identificare con la regione del Gran Lago Salato, nello Utah, USA, dal quale a partire dal IX° sec. sarebbero migrate fino alla Valle Centrale del Messico le 7 tribù che parlavano nahuatl, l’ultima della quali sarebbe stata quella dei Mexica-Tenocha-Aztechi.
Questa interpretazione suscita non pochi interrogativi, perché non è chiaro il motivo per cui i Putún, che erano comunque genti Maya stanziate ai limiti della penisola dello Yucatàn almeno dal 2000 a.C. e la cui lingua madre non era il nahuatl, possano essersi richiamati alla mitica origine di genti che si stanziarono almeno 2500 anni dopo in una zona situata circa 1200 km a nord-ovest di Chichén Itzá, anche se in origine i Putún erano commercianti che controllavano il commercio del sale e avevano avuto sicuramente contatti con i mercanti Aztechi.
Questa struttura viene chiamata anche Piramide del Gran Sacerdote o del Mago perché costituisce l’edificio di spicco di un gruppo che replica in tono minore quanto sta attorno alla grande piazza dove sorge la Piramide di K’uk’ulkan.
Infatti, davanti ad essa sorge una bassa piattaforma cerimoniale dalla quale parte una corta strada sacra (sacbé in Maya yucateco, lett. strada bianca) che porta ad un cenote minore, più piccolo di quello detto dei sacrifici che si vede in Fig. 7.

Fig. 29 - Tra la vegetazione, si ntravede lo specchio d’acqua del cenote che si trova di fronte a El Osario. La zona circostante il complesso di El Osario/Piramide del Mago non è stata del tutto disboscata e non ci si può avvicinare alla bocca del cenote perché non c’è balaustra protettiva
Ai lati della piattaforma, a formare una piazza, stanno alcune altre costruzioni di tipo cerimoniale e abitativo.
Si pensa che tutto questo “borgo” sia stato la residenza di una famiglia o di una comunità dalle profonde tradizioni sacerdotali del culto dell’acqua, il posto in cui risiedevano abitualmente i sacerdoti che venivano chiamati a celebrare i cruenti culti dell’acqua le cui cerimonie, partendo dalla Piramide di K’uk’ulkan, proseguivano lungo un’altra sacbé con una processione verso il Cenote de los Sacrificios e terminavano con offerte gettate nello specchio d’acqua, offerte che consistevano di oggetti preziosi ma anche e soprattutto di giovani e a volte neonati di ambo i sessi, destinati ad essere inghiottiti dalle acque per portare il messaggio con le richieste alle divinità ctonie.
Che questi sacrifici si svolgessero nel Gande Cenote è testimoniato da quanto recuperato dal fangoso fondale al di sotto delle sue acque (oggetti preziosi in oro, giada, copale, gomma e legno e soprattutto ossa umane di giovani individui), che si svolgessero in questo cenote minore non è accertato perché il suo fondo non è stato ancora indagato.
In ogni caso, questo borgo e almeno altri due già in parte indagati testimoniano appunto del fatto a cui ho accennato in apertura e cioè che Chichén Itzá, come tutte le grandi “città” Maya, è in realtà un grande centro cerimoniale attorno al quale erano raggruppati numerosi centri minori, vere e proprie cittadine o borghi come quello del Gran Sacerdote.
Giancarlo Sette - 16 giugno 2014
Crediti
Tutte le fotografie pubblicate in questo lavoro sono dell’autore dello stesso, Giancarlo Sette, ad eccezione di:
Fig. 11 foto Boris23, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Waterfalls_of_coo_belgium.jpg
Fig. 13 foto Joseph C Boone, fonte http://en.wikipedia.org/wiki/File:Resplendent_Quetzal_JCB.JPG
Fig. 16 fonte http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/dresden/images/dresden_fors_40.jpg
Fig. 17 fonte http://www.bibliotecapleyades.net/ciencia/dresden/images/dresden_fors_41.jpg
Fig. 21 fonte http://www.acoustics.org/press/152nd/lubman.html
Bibliografia
- Cruz Calleja, Jorge Antonio e Nico F. Declercq, 2009 - The Acoustic Raindrop Effect at Mexican Pyramids: The Architects’ Homage to the Rain God Chac?, in Acta Acustica united with Acustica, Volume 95, Number 5, consultabile online qui declercq.gatech.edu/papers/NFD-J-44.pdf
- Declercq Nico F., Joris Degrieck, Rudy Briers, Oswald Leroy, 2004 - A theoretical study of special acoustic effects caused by the staircase of the El Castillo pyramid at the Maya ruins of Chichen-Itza in Mexico., J Acoust Soc Am 2004 Dec;116(6):3328-35, consultabile online qui: http://www.pubfacts.com/detail/15658685/A-theoretical-study-of-special-acoustic-effects-caused-by-the-staircase-of-the-El-Castillo-pyramid-a
- Diaz Bolio, José, 1964 - La serpiente emplumada: eje de culturas, Mérida, Registro de cultura yucateca
- Lubman, David, 1998 -Archaeological acoustic study of chirped echo from the Mayan pyramid at Chichen Itza, in the Yucatan Region of Mexico ... Is this the world's oldest known sound recording? Consultabile online qui http://www.acoustics.org/press/136th/lubman.htm
- Lubman, David, 2006 - Soundtrack for the Great Ball Court at Chichen Itza, consultabile online qui http://www.acoustics.org/press/152nd/lubman.html
- Piña Chan, Román, 1980 - Chichén Itzá: La ciudad de los brujos del agua, Mexico City: Fondo de Cultura Económica
- Wren, Linnea, Peter Schmidt, and Ruth Krochock, 1989 - The Great Ball Court Stone of Chichén Itzá, Research Reports on Ancient Maya Writing, No. 25. Center For Maya Research, Washington, DC.consultabile online qui http://www.mesoweb.com/bearc/cmr/25.html


