La giada dopo il neolitico

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 di Giancarlo Sette

 

Tag: giada, giadeite, archeologia, storia, nefrite, neolitico, cristalloterapia, sciamanesimo, chakras, mana, Maori, Olmechi, Maya, Mesoamerica, sacrificio di sangue, allucinogeni, sostanze psicotrope, Timuridi, Sasanidi, Moghul, Mughal, Lüscher, Transoxiana, Persia, Tamerlano, scapulomanzia, beni inalienabili

 

7.  La giada attraverso i secoli, le culture e la storia   

La venerazione nei confronti della giada non terminò con il neolitico.

Anche se la trattazione degli sviluppi successivi nell’arte dell’intaglio di questa pietra esula dalla materia del presente lavoro, qualche informazione su quanto accadde nelle epoche successive al neolitico è comunque interessante.

Come abbiamo visto nel cap. 4, in Cina la giada godette e gode tutt’ora di grande apprezzamento, se non di venerazione vera e propria, e ad essa vengono ancor oggi attribuite grandi qualità.

A mio parere, le vette più alte dell’arte cinese della lavorazione della giada vennero raggiunte nel periodo delle culture neolitiche Liangzhu e Hongshan, della cui produzione abbiamo visto alcuni eccellenti esempi nel par. 6.1, figg. 37, 38, 48 e 52.

I collezionisti contemporanei, però, sono del parere che la produzione di più alta qualità sia stata raggiunta nel periodo Shang (1600 – 1046 a.C.) e nel Periodo dei Regni Combattenti (403 – 221 a.C.).

 

 

Fig. 132 Bi a drago, nefrite bianca con inclusioni di polvere rossa (cinabro?), periodo Shang (1700 – 1150 a.C.), Shangai Museum, foto Mountain, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ring_with_coiled_dragon_design.jpg

 

 

Fig. 133 Bi a draghi, nefrite bianca e verde, periodo dei Regni Combattenti (403 – 221 a.C.), Shangai Museum, foto Mountain, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Bi_with_two_dragons_and_grain_pattern.jpg

 

 

Fig. 134 Bi a draghi, nefrite verde albitica, periodo dei Regni Combattenti (403 – 221 a.C.), Shangai Museum, foto Gary L. Todd, fonte https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery#5519188395087039826

 

In effetti, debbo riconoscere che questi Bi sono veramente splendidi, sia dal punto di vista puramente estetico che dal punto di vista della finezza e qualità della lavorazione.

C’è però da tener presente che già nell’epoca Shang in Cina erano disponibili il tornio e attrezzi in bronzo, forse addirittura con punta diamantata. L’età del bronzo antico inizia in Cina attorno al 3000 a.C. e i primi reperti in ferro meteoritico risalgono al 1300 a.C., anche se la metallurgia del ferro non compare prima del X sec. a.C.

Quindi, nel periodo dei Regni Combattenti erano disponibili già anche gli attrezzi in ferro e il diamante era quasi sicuramente conosciuto, probabilmente importato dall’India.

La “formalizzazione” dei motivi classici cinesi avvenne molti secoli dopo, nell’epoca della dinastia Song (960 - 1279), durante la quale il collezionismo nei confronti delle giade più antiche divenne una vera e propria ossessione. E la cosa continuò durante l’epoca della dinastia Ming (1368 - 1644), che ripristinò le antiche tradizioni dopo un periodo di invasioni mongole, un po’ come avevano fatto i Song, i quali avevano ripreso la politica di riunificazione del territorio dopo un periodo di divisione e di guerre intestine.

 

 

Fig. 135 Collana di ambra con Bi a draghi di nefrite, epoca Song (XI sec.), Nanjing Museum, foto Gary L. Todd, fonte http://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/NanjingMuseumJade#5349204818423825970

 

 

Fig. 136 Zhi (calamaio) di epoca Ming, nefrite grigia, Shangai Museum, foto Gary L. Todd, fonte https://picasaweb.google.com/GaryLeeTodd/ShanghaiMuseumJadeGallery#5519191851970823058

 

Forse la meno nota tra le produzioni artistiche in nefrite è quella dell’Iran. In realtà, ancor più che di produzione iraniana, si dovrebbe parlare di produzione da parte delle culture stanziate nella zona a est e sud del Mar Caspio, che comprende gli attuali Afghanistan, Iran, Turkmenistan e quella che viene chiamata Transoxiana (= “al di là del fiume Oxus”, oggi Amu Darya), cioè la zona degli attuali Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan (vedi nota a fine capitolo su una ulteriore ipotesi circa l’origine della parola giada).

Tale produzione iniziò ancora in epoca pre-cristiana, nelle zone limitrofe alle fonti di approvvigionamento storiche della nefrite cinese, ossia alla catena dei monti KunLun.

Gli esemplari più antichi conosciuti provengono dalla zona di Samarcanda, nell’attuale Uzbekistan, e sono fortemente influenzati dalla cultura e dall’iconografia cinese, anche se ci fu una influenza reciproca, dato che la dinastia mongola degli Yuan, iniziata da Khubilai Khan, governò sulla Cina dal 1279 al 1368 (il beato Odorico da Pordenone, che fu in Cina sicuramente dal 1324 al 1328, ci dice che nel 1326 la parola cinese per giada era khas, vocabolo di origine uigura, quindi sostanzialmente turca, vedremo più avanti gli effetti della dominazione mongola sulla lavorazione della giada in Cina).

 

 

Fig. 137 Cagna accucciata, nefrite “grasso di montone”, prob.regione di Samarcanda (Uzbekistan), 9x17.7x6.7 cm, 1.2 kg, IV-III sec. a.C., Al-Sabah Collection, Kuwait, fonte http://www.iranicaonline.org/articles/jade-iii (Plate I)

 

Notare la somiglianza con i draghi cinesi, sia nella posa che nei tratti.

La tradizione culturale continuò durante la dinastia dei Sasanidi, che governarono la Persia dal 220 al 650, anno della conquista islamica della Persia, fino ad influenzare le successive culture islamiche turco-mongole delle dinastie Selgiuchidi e Timuridi (che governarono l’intera Transoxiana, la Persia e parte dell’Afghanistan rispettivamente dal 1037 al 1308 e dal 1370 al 1506),  Safavidi (che governarono la Persia, l’Afghanistan e parte del Caucaso dopo i Timuridi e fino al 1736) e Moghul, che governarono gran parte dell’India dal 1526 al 1707.

 

 

Fig. 138 Uomo che cavalca un leone, forse dalla regione afghana di Balkh, fine periodo Sasanide (600-650 d.C.), nefrite binco grigiastra con riflessi verdi, 4.9x5x2,3 cm, Al-Sabah Collection, Kuwait, fonte http://www.iranicaonline.org/articles/jade-iii (Plate III)

 

 

Fig. 139 Grande frammento di anello “ololitico” in nefrite bianca traslucida, 3.0 x 2.2 x 1.1 cm, periodo Selgiuchide, XI sec., forse da Herat (Afghanistan occidentale), Al-Sabah Collection, Kuwait, http://www.iranicaonline.org/articles/jade-iii (Plate VI)

 

Vengono definiti ololitici gli anelli ricavati da un solo blocchetto di pietra. Quello mostrato in figura era un anello per imprimere sigilli e riporta su due righe la scritta “Moammad” “ ʿAbd-al-ʿAziz” (ovviamente incisa specularmente, da sx a dx trattandosi di caratteri arabi). Non è chiaro se si tratti del nome del proprietario o una invocazione al Profeta (tradotto, sarebbe Maometto servo dell’Onnipotente).

 

 

Fig. 140 Cenotafio di Timur (Tamerlano) a Samarcanda, foto Adam Blitz, fonte http://blogs.timesofisrael.com/beyond-the-grave/

 

Timur Barlas nel turco della sua tribù, i Barlas, o anche Timur-i-lang nel turco-persiano (da cui Tamerlano, significa Timur lo zoppo perché era effettivamente claudicante) venne sepolto a Samarcanda, nella cripta sottostante il mausoleo di Gūr-e Amīr, la stessa cripta che accolse poi le spoglie dei suoi successori.

Sopra la cripta suo nipote Ulug Begh fece erigere nel 1425 un cenotafio consistente in un parallelepipedo ricavato da un unico blocco di nefrite verde scuro, proveniente dalla zona dei Monti KunLun confinante con la Mongolia. Le dimensioni sono notevoli, c. 1.70mtx0.60x0.80

Oggi si presenta spezzato in più pezzi, anche se totalmente ricomposto. Quando Nadir Sha, imperatore persiano grande ammiratore di Gengis Khan e Timur, conquistò Samarcanda, tentò di far asportare il cenotafio per portarlo nella sua capitale (forse Tabriz) e in quella occasione il grande blocco venne spezzato, con tutta probabilità durante le operazioni di rimozione, anche se la leggenda vuole che la causa sia stata un potentissimo colpo di spada vibratogli dallo stesso Nadir.

Seguendo il corso della storia, torniamo un attimo alla Cina e al dominio mongolo.

 

 

Fig. 141 Grande vasca in nefrite verde scuro, arte cino-mongola, 1265/1266, fonte http://www.odoricodapordenone.org/beato_odorico_11.html

 

Questo oggetto è la più grande nefrite cinese conosciuta, misura 1.5 mt di diametro, 60 cm di altezza e pesa quasi 3 ton.

Attualmente è ospitato in un padiglione della Città Rotonda, a Pechino.

Scolpito probabilmente nel 1265/1266 per ordine di Khubilai Khan, il primo imperatore mongolo della Cina, era inizialmente decorato con motivi tipici della cultura turco-mongola e pare fosse utilizzato come contenitore per la preparazione di una bevanda alcolica.

Venne visto quasi sicuramente nel 1326 dal Beato Odorico da Pordenone, che ce ne ha lasciato testimonianza, perché ne trovò cronaca nella Storia dinastica degli Yuan. Nella traduzione di Odorico:

“Il 1° febbraio 1266 fu completato il Grande Mare di Giada dei Monti Du (traduzione del nome dell’oggetto, che era ed è Dushan Dayuhai, nda). L’imperatore decretò che venisse collocato nella Guanghan dian ( Sala della Luna, nel Palazzo Imperiale, nda).” (fonte http://www.odoricodapordenone.org/beato_odorico_11.html)

Alla caduta del dominio mongolo, venne trasportato in un tempio buddista, dove rimase per quasi 400 anni. Venne fatto trasferire nel parco della Città Rotonda dall’imperatore Qianlong (1711 – 1799), che lo fece rimodellare perché volle vi fossero scolpiti motivi molto più vicini alla classica cultura cinese, come draghi, cavallucci marini e pesci che giocano tra le onde.

Odorico vide anche un oggetto che chiamò “la pigna di khas”, ossia il grande masso di giada color grasso di montone, alto pare circa 3 mt, scolpito nella classica iconografia cinese della Montagna Sacra dei 7 Saggi Immortali, che si trovava all’interno della Città Proibita e di cui si sono perse le tracce alla fine della II Guerra Mondiale.

Riprendiamo da Ulugh Beg, che abbiamo lasciato a Samarcanda.

 


Fig. 142 Coppa, nefrite verde dei monti Kunlun, databile con sicurezza tra il 1420 e il 1449 perché appartenuta a Ulugh Beg, nipote di Timur, British Museum, Londra, fonte http://www.britishmuseum.org/explore/highlights/highlight_objects/me/j/jade_dragon_cup.aspx

 

Il manico è scolpito nella forma del drago cinese “chi”, tipico del periodo Song (960 – 1279). Questo motivo divenne popolare in Asia centrale, Iran e Turchia e la coppa è probabilmente copia di un originale cinese.

Riporta la scheda del British Museum che accompagna l’oggetto (trad. mia):

Secondo le credenze delle popolazioni centroasiatiche, le coppe di giada avevano il potere di rilevare (la presenza di, ndt) veleno (nel liquido in esse versato, ndt). La giada ha avuto per molto tempo valore di talismano presso i Turchi dell’Asia centrale, che le accreditarono il potere di proteggere da malattie, fulmini e terremoti. L’eclettico (studioso, grande matematico, astronomo e filosofo, ndt) del X sec. al-Biruni notò che i Turchi la chiamarono “pietra della vittoria” e con essa decorarono spade, cinture e selle...  Ulugh Beg (morto nel 1449), nipote di Tamerlano, è noto anche per aver avuto una passione per la giada, in linea con la sua eredità(culturale, ndt) dell'Asia centrale.

Da sottolineare il richiamo ad un legame con i fulmini.

Ecco di seguito un oggetto di artigianato timuride in nefrite destinato a decorare una spada.

 

 

Fig. 143 Guardamano per impugnatura di pugnale o spada, nefrite verde scuro, arte Timuride forse da Samarcanda (Uzbekistan), 1450 c. The Metropolitan Museum of Art, fonte http://www.metmuseum.org/toah/works-of-art/02.18.765

 

Benchè l’ispirazione del motivo iconografico dei due draghi contrapposti sia di chiara origine cinese, l’interpretazione dell’artista di epoca Timuride è molto più “spigolosa” al confronto con i sinuosi esempi degli originali cinesi.

Bellissima è la produzione di oggetti in nefrite realizzata in India durante il periodo Moghul. I soggetti sono di chiara derivazione islamica, filtrati attraverso la cultura Parsi.

 

Fig. 144 Anello da pollice, nefrite bianca con inserti in oro, rubini e smeraldi, India, periodo Moghul, c. 1600, Victoria and Albert Museum, Londra, fonte http://depts.washington.edu/silkroad/museums/vam/southasia.html

 

 

Fig. 145 Impugnatura di pugnale, nefrite verde con inserti in oro e rubini, India, periodo Moghul, c. 1600, Victoria and Albert Museum, Londra, fonte http://depts.washington.edu/silkroad/museums/vam/southasia.html

 

 

Fig. 146 Coppa in nefrite verde spinacio, con iscrizione ageminata in oro, periodo Moghul, anno 1022 dell’Egira cioè 1613-1614. Victoria and Albert Museum, Londra, fonte http://depts.washington.edu/silkroad/museums/vam/southasia.html

 

L’iscrizione recita: “Da Re Jahangir, il mondo trovò l'ordine. Dal raggio della sua giustizia, l'età venne illuminata. Dal riflesso del vino rosso, possa la coppa di giada essere sempre come un rubino”.

Il primo forte colpo all’Impero Moghul (o Mughal nella dizione britannica) lo diede nel 1737 il già citato Nadir Sha, che ne semidistrusse la capitale Delhi.

Da quel momento in avanti, l’Impero Moghul cadde in una lenta e lunga agonia, cui posero definitivamente termine gli Inglesi, a partire dal 1750.

E gli effetti li vediamo appunto nel fatto che molte tra le più belle nefriti Moghul sono conservate al Victoria and Albert Museum di Londra…

In Europa occidentale la giada, sia essa stata nefrite o giadeite, non ebbe mai grande successo e fortuna.

Solo alla fine del XIX sec., con la nascita dall’Art Nouveau, o Liberty o Floreale che dir si voglia, la giadeite verde smeraldo, cosidetta imperiale, conobbe un momento di grande fortuna in gioielleria, venendo associata molto spesso all’onice nera e ai brillanti, per creare un forte effetto cromatico. Tuttavia, le più belle produzioni, in giadeite degli Urali e nefrite dell'Ussuri, furono realizzate agli inizi del '900 dall'officina di Peter Carl Fabergè a San Pietroburgo, quasi tutte per lo zar Alessandro III e la sua famiglia. 

Eccone alcuni esempi

 

                                                                 

         Fig. 147 Uovo pasquale, officina di Fabergé, San Pietroburgo, nefrite verde spinacio, oro e smalti. Fonte http://www.luxuryonline.it/immagini/fullscreen/2320/uova-faberge-al-vaticano/10/

 

 

Fig. 148 Uovo pasquale, officina di Fabergé San Pietroburgo, nefrite, oro, smalti e pietre dure, fonte http://www.ilpost.it/2012/05/30/peter-carl-faberge/faberge-exhibit/

 

 

Fig. 149 Tagliacarte, officina di Fabergé, nefrite, smalto, diamanti, argento e oro, foto Marcelle Marsiglio, fonte http://www.pinterest.com/pin/333618284866161871/

 

Attualmente, due sono le zone dalle quali viene estratta la giadeite, il Myanmar e la Valle del Rio Motagua, in Guatemala, anche se una piccola parte proviene dalle zone della Russia degli Urali Polari e del fiume Ussuri.

La giadeite del Myanmar, comunemente denominata Burma, è considerata la più pregiata e la locale produzione estrattiva viene interamente assorbita dal mercato cinese della pietra grezza, che alimenta una fiorente industria lapidaria che a sua volta rifornisce un fiorentissimo mercato dell’oggettistica e della gioielleria.

Quella guatemalteca viene utilizzata localmente per produrre repliche delle maschere e dei pendenti Maya, ma alimenta anche la produzione e il fiorente mercato dei falsi.

Una nota caratteristica è il recente rinvenimento nella valle del Motagua di una vena di giadeite di colore veramente nero (e non verde molto scuro, che viene spesso scambiato per nero, come nel caso di quella che un tempo veniva chiamata chloromelanite), una colorazione veramente unica ed esteticamente molto apprezzata perché presenta delle macchioline argentee leggermente raggiate, che le fanno assomigliare a stelline in un cielo nero.

La stragrande maggioranza della nefrite attualmente utilizzata (circa il 75%) proviene dalla regione canadese della British Columbia.

Questa statua del Buddha Shakyamuni, pesante circa 7 tonnellate, è stata ricavata nel 2000 da un unico blocco di nefrite cavato dalle montagne di quella regione.

 


Fig. 150 Un vero Buddha di giada, fonte https://rosemarywashington.wordpress.com/2010/08/

 

Il nimbo dietro la testa non fa parte della statua, mentre il viso, che è corpo unico con il rimanente come si evince dall’acconciatura dei capelli, è stato ricoperto con una foglia d’oro.

Pur essendo di proprietà dei monaci di un tempio di Bangkok in Thailandia e a dispetto delle sue dimensioni e del suo peso, questa statua è itinerante, è stata esposta in molti templi buddisti lungo le coste del Pacifico, dal Vietnam, all’Australia, agli USA, allo stesso Canada da cui proviene il blocco di nefrite da cui è stata ricavata.

 

NOTA

La seguente è una mia traduzione del par. Terminology scritto da Manuel Keene in Encyclopaedia Iranica, Vol. XIV, Fasc. 3, pp. 323-325, consultabile in http://www.iranicaonline.org/articles/jade-i

Nelle fonti letterarie persiane e arabe, le parole yasm, yašf, yašb e yab sono utilizzate per indicare la giada, anche se yašb e yab si intendono, in genere più precisamente per diaspro, una varietà di quarzo criptocristallino strettamente legato al calcedonio come la corniola e l’agata ….…..

….la effettiva derivazione del nome spagnolo per la giada, e la questione dei suoi presunti poteri, si incontra con quella derivante da una serie di antiche associazioni di parole del turco, mongolo, iraniano, e sanscrito. Alcuni degli spagnoli che scoprirono i nativi americani potrebbero essere stati a conoscenza dell’utilizzo della giada, dei nomi asiatici e delle credenze, nonché dei poteri medicinali e apotropaici in Asia già ad essa associati. Dinastie musulmane governarono parti della penisola spagnola fin dall'inizio dell’VIII sec. alla fine del XV e governanti cristiani europei hanno inviato i loro ambasciatori alle corti dei Timuridi dei Mongoli. Parole come yāt, yāi, yadā/jada /yadeh, jādu e jādi si ritrovano nel contesto di cerimonie turche e mongole, in cui uno sciamano utilizza pietre per indurre la pioggia, tempeste e fenomeni simili. L'associazione (di pietre indicate col nome, ndt) di yadā/jada/jādu con poteri magici è evidenziata dall’espressione yada-taš (in Turco: magica pietra della pioggia, forse, almeno a volte, di giada-vedi sotto). Gli inviati in Asia centrale con ogni probabilità hanno sentito delle storie stupefacenti a proposito di queste pratiche, così come delle  proprietà medicinali per gli organi interni attribuite alla giada, e la somiglianza tra yada e ijada (fianco, in Spagnolo, ndt) non sarebbe andata perduta nello Spagnolo. Nell'odierno folklore mongolo (comunicazione personale da parte di un anziano conoscitore e rivenditore di giada di Ulan Bator, 2006), la giada (haš) è considerata molto benefica per i reni (bur), e questa è probabilmente una antichissima credenza (... cfr il Turco qāš e il Persiano yašm/yašb).”

 

 

 

8. Qualche considerazione sul colore verde e su alcune “eredità” culturali del neolitico

Credo di aver già parlato a sufficienza a proposito delle qualità fisico-meccaniche della giada, nefrite e giadeite, che indussero gli uomini del neolitico a sceglierla come pietra per eccellenza.

Qualche ulteriore considerazione la posso aggiungere riguardo l’elezione del colore verde e verde-azzurro come colore preferito.

Le società che utilizzarono la giada verde come pietra di elezione con tutta probabilità erano sostanzialmente società teocratiche, società nelle quali il capotribù o il sovrano era anche sacerdote-sciamano.

Riguardo alle società neolitiche di Giappone, Vicino Oriente ed Europa non possiamo affermarlo con certezza, perché al riguardo abbiamo “prove” solo induttive.

Anche delle più antiche società neolitiche della Cina questo non si può affermare con certezza, però sappiamo che sin dalla dinastia Shang (1600 – 1046 a.C.), definita dagli archeologi tardo-neolitica, il sovrano praticava la scapulomanzia, ossia utilizzava gusci di tartaruga, scapole e altre ossa di animali per trarre auspici ed esercitare la divinazione (tra l’altro, sui resti di queste pratiche gli archeologi hanno rinvenuto le prime forme di scrittura in ideogrammi, scrittura che appare completamente sviluppata già attorno al 1300 a.C.).

Inoltre, in epoca imperiale, cioè a partire dal 221 a.C.,  l’Imperatore della Cina aveva tra gli altri il titolo di Figlio del Cielo e aveva il compito di compilare il calendario luni-solare.

È chiaro, quindi, che almeno sin da tempi tardo-neolitici il sovrano cinese era anche un sacerdote-sciamano.

Per quanto riguarda la società dei Maya del periodo classico, come abbiamo visto,  era sicuramente una società teocratica e la sua struttura fu con tutta probabilità una eredità della società degli Olmechi.

L’archeologo Román Piña Chan (1989, cap.V) chiama appunto “degli Olmechi Teocratici” la fase di sviluppo durata dal 1000 al 300 a.C., cioè la fase immediatamente antecedente la comparsa della società Maya classica.

Teocratiche erano anche le società della Gran Nicoya e dei Maōri.

E tutte queste elessero la giada verde praticamente a loro totem, anche se i cinesi utilizzarono molto anche la nefrite bianca.

Non solo, per tutte queste culture la giada era pietra esclusiva del sovrano, una sua proprietà gelosamente custodita, e gli oggetti in giada venivano da lui distribuiti solo agli individui considerati più meritevoli e per ciò scelti per ricoprire particolari incarichi che comportavano deleghe da parte del sovrano.

Vediamo qual è l’interpretazione che uno dei più grandi psicologi moderni, Max  Lüscher, ha dato della preferenza per il colore verde.

In psicologia il test dei colori di Lüscher è utilizzato da circa 60 anni. Benché un po’ datato, è ancora considerato uno strumento in grado di misurare in maniera oggettiva lo stato psico-fisiologico di una persona in esame, descrivendone in modo abbastanza preciso e dettagliato la personalità.

Secondo le corrispondenze trovate sperimentalmente da Lüscher , la preferenza per il colore verde è legata all’ego razionale e all’autoaffermazione, in quanto il verde è il colore dell’Io, della vitalità, della speranza, della vita vegetativa, del riposo come energia frenata e incanalata, quindi controllata e volta ad esprimere la difesa e la tenacia. Evoca il bisogno di autostima e di autoaffermazione. Rappresenta la perseveranza e la fiducia in se stessi.

Chi preferisce questo colore afferma energicamente il proprio Io, la propria individualità, esprimendo determinazione, desiderio di stabilità e bisogno di sostenere se stesso.

Mi sembra proprio il ritratto psicologico di un re-sacerdote-sciamano.

Se accanto al verde c’è una tonalità del blu, come l’azzurro, ed è il caso delle culture mesoamericane, allora queste caratteristiche vengono ulteriormente rafforzate: chi preferisce il verde-azzurro tende a rimanere costante e saldo nella propria opinione, è caparbio e perseverante.

Quindi, in questo caso è rafforzato l’aspetto volitivo, tipico dei sovrani.

Tornando al verde, è il colore della natura e il suo archetipo è l'albero. E come abbiamo visto, per tutte queste società la giada verde era legata alle forze della natura, all’acqua e alla vegetazione.

Caratteristica del re-sacerdote-sciamano è quella di saper controllare e incanalare a favore della propria comunità queste forze e l’utilizzo di strumenti realizzati con la pietra culturalmente legata ad esse era di grande aiuto, se non addirittura indispensabile.

Il controllo della distribuzione degli oggetti realizzati con questa pietra garantiva anche il controllo della distribuzione dei poteri ad essa collegati e quindi rafforzava l’autorità e il potere del sovrano, in una specie di circuito di retroalimentazione.

Inoltre, bisogna considerare che per i membri di queste società l’abito faceva il monaco . Di conseguenza, il possesso e l’esibizione di oggetti in giada, da parte del sovrano o ottenuti direttamente da questi, qualificava in modo totale ed assoluto la persona e molto raccontava di essa.

Questo è un aspetto che ancora vive almeno in parte nelle nostre società, basti pensare alle divise militari e all’esibizione di scudetti, nastrini e decorazioni che molto raccontano della carriera e del cursus della persona che li mostra sulla divisa.

È sopravvissuta per molto tempo, in varie culture (ho citato il caso delle campagne italiane e quello dei mongoli e dei turchi), la credenza che alcuni oggetti prodotti con la pietra verde proteggano dalle tempeste e soprattutto dai fulmini.

Forse questa credenza un po’ sopravvive ancora oggi.

E forse sopravvive anche la credenza che attribuisce alla giada la valenza di pietra dei grandi guerrieri, come deve essere stato sin dall’inizio del neolitico, a giudicare dai primi oggetti prodotti con questa pietra, asce e teste di mazza. Sicuramente l’attributo di “pietra della vittoria”  è sopravvissuto in India fino alla fine del XVIII sec. e nel Vicino e Medio Oriente fino all’avvento dei Giovani Turchi (aprile 1909).

Per quanto riguarda l’altro potere attribuito da tutte queste culture alla giada, cioè il fatto di assorbire parte della personalità di chi la utilizza oppure dello spirito della tribù, questa è una credenza archetipica che sopravvive ancora oggi.

Pensiamo per esempio ai gioielli di famiglia.

La trasmissione di generazione in generazione di questi beni non ha solo una valenza economica, serve anche per tramandare ricordi, usanze e costumi. Da essi ci si separa a fatica, l’alienazione di essi in cambio di denaro è per molti un atto penoso, in quanto costituiscono la testimonianza della vita di persone care che non ci sono più.

In un certo senso, la trasmissione della proprietà di questi beni ci rende meno mortali, molto di più che non la trasmissione di terreni o fabbricati, in quanto i gioielli sono stati portati sulla persona, in un certo senso sono vivi, hanno appunto assorbito un po’ dello spirito di chi li ha indossati.

E chi non si è avvicinato con un certo rispetto agli utensili di un nonno artigiano, magari progettati e realizzati da lui stesso, come si usava in tempi lontani dalla pervasiva produzione industriale contemporanea?.

Riassumendo quanto appena visto, per le antiche società neolitiche in sostanza gli oggetti in giada appartenevano a quella categoria che Annette Weiner e altri hanno classificato come “beni inalienabili”.

Traduco da Douglas (1979)   "i beni materiali possono servire come sistema di comunicazione sociale" in quanto l'economia in se stessa fa parte di un sistema culturale che non è basato solamente sul mercato.
I beni materiali possono essere classificati, tra l'altro, in due categorie, i beni alienabili e i beni inalienabili.
"Ciò che rende un bene inalienabile è la sua esclusiva e cumulativa identificazione, attraverso il tempo, con una particolare e precisa serie di proprietari.
La sua storia è autenticata da genealogie, presunte o reali, miti d'origine, sacri antenati e divinità.
In questa maniera, il bene inalienabile è un tesoro trascendente, che deve essere protetto da tutte le necessità che potrebbero obbligare alla sua perdita
" (Weiner, 1992).
Ovvero: "i beni inalienabili sono oggetti fatti per essere conservati, non scambiabili, hanno potere simbolico ed economico che non può essere trasferito. Essi sono spesso usati per autenticare (legittimare, ndt) l'autorità rituale di gruppi tra loro collegati" (Mills, 2004) perché "i beni inalienabili forniscono la via per distinguere il parente (anche l'affiliato ad un clan, ndt) dal non parente (il non affiliato, ndt)" (Weiner, 1992).
 Inoltre, "gli esseri umani entrano in relazione con gli oggetti da essi direttamente prodotti" (Godelier, 1999), per cui alcuni oggetti vanno ben al di là dall'essere pura merce, in quanto si impregnano "delle qualità intrinseche ai loro proprietari, in un tessuto strettissimo di parentela e discendenza altrimenti conosciuto come proprietà inalienabile. Certi oggetti, quindi, assumono un valore soggettivo che li pone al di sopra, oltre il (loro puro, ndt) valore di scambio" (Weiner, 1992).
Quando si tratta di oggetti da indossare, questi creano con la persona una sinergia che rende il valore dei due, oggetto+persona, superiore alla somma delle parti perché fa in modo che (essere umano+oggetto) diventino la personificazione dell'intera linea degli antenati, presunti e/o reali, dell'essere umano.
"Il bene inalienabile agisce come forza stabilizzatrice contro il cambiamento, perchè la sua presenza autentica (e legittima, ndt) origini cosmologiche, parentele e storia politica" (Weiner, 1992).
La trasmissione di beni inalienabili ricostituisce, al di là del tempo, identità sociali, legittimando la parentela.
"I beni inalienabili esistono (e resistono, ndt) oltre la vita dei loro possessori, perchè sopravvivono (ai loro possessori, ndt) facendo così della loro trasferibilità una parte essenziale della loro preservazione…… Prendere un bene che rappresenta in maniera così completa l'identità sociale di un gruppo e nel contempo l'identità individuale del possessore e darlo a una persona al di fuori dal gruppo rappresenta un potente trasferimento della pura sostanza (essenza, ndt) del possessore e del gruppo. Questo trasferimento è il passo più serio nella costituzione di una gerarchia" (Weiner, 1992).
Di conseguenza "i beni inalienabili sono usati simultaneamente per costruire come per demolire gerarchie" (Mills, 2004) dato che "col tempo diventano testimoni di conoscenza rituale e cosmologica (la quale, ndt) è spesso la fonte del potere politico" (Spielmann, 2002).

Oltre ai gioielli di famiglia, rientrano in questa categoria, per esempio, i “gioielli della corona”, i tesori delle varie cattedrali, la Pietra Nera della Kaaba, e particolari oggetti come la Corona Ferrea, l’originale della carta Costituzionale degli USA, i 3 oggetti con i quali viene consacrato l’Imperatore del Giappone...

Il concetto di bene inalienabile è dunque ben radicato ancor oggi, nelle società contemporanee.

 

 

9. Note su Neolitico e neolitizzazione

Dal lemma NEOLITICA, CIVILTÀ dell’Enciclopedia Treccani (ho evidenziato in corpo 14 i passaggi essenziali):

La civiltà neolitica appartiene interamente ai tempi geologici attuali (cioè all’Olocene, nda), e la sua diffusione abbraccia tutti i continenti; anzi in alcune parti del globo (Melanesia, Polinesia, Micronesia, ecc.) essa perdurò pura ed esclusiva fino alla conquista europea sullo scorcio del sec. XVIII (anche in gran parte delle Americhe, nda).

All'età che la comprende fu dato il nome di periodo neolitico, o della pietra levigata, per distinguerla nettamente dal Paleolitico, o età della pietra scheggiata. Ma va osservato subito che la denominazione, e quindi la distinzione, semplicemente nominale, non ha valore assoluto, in quanto che l'impiego di armi e strumenti di selce scheggiata non cessò affatto con i tempi dell'Olocene, ma largamente perdurò nella prima fase di essi, continuando poi anche nelle fasi successive con l'industria metallica. Ne consegue che se la levigazione della pietra, già iniziatasi in forma limitata e in modo primitivo in qualche ambiente del Paleolitico superiore (Willendorfiano), costituisce una dote essenziale della nuova civiltà, non basta peraltro da sola a caratterizzarla in modo compiuto.

Comunemente dai paleoetnologi si riconoscono come caratteri distintivi del Neolitico, oltre all'uso delle pietre dure levigate: la fabbricazione dei vasi di terracotta, cioè la prima industria ceramica, l'allevamento del bestiame (cani, cavalli, buoi di più razze, ovini), il culto dei morti ben fissato col rito dell'inumazione e con l'accompagnamento di funebre corredo, l'uso di abitazioni fisse, non solo in caverne naturali, ma anche a livello del suolo o seminterrate (capanne straminee), o sopraelevate su pali (abitazioni lacustri o palafitte), la prima industria tessile, e, oltre all'esercizio della caccia e della pesca, giammai caduto in disuso, la coltivazione dei campi.”

Le scoperte avvenute in Cina, Giappone e Siberia orientale dopo il 1990 hanno decisamente arretrato le datazioni relative alla comparsa della lavorazione dell’argilla e della produzione di terracotta.

I siti della Cina centro-orientale, come quello della caverna di Yuchanyan nello Húnán e quelli del bacino dello Yangtse  nella provincia di Jiangxi, hanno restituito cocci di terracotta datati rispettivamente a quasi 16000 e 20000 anni fa.

Quelli giapponesi di Odai Yamamoto, nel nord dell’isola di Honshu, di Kamino, sulla costa nordoccidentale di Honshu, e della grotta di Fukui, nell’isola di Kyushu, ne hanno restituito di databili tra 16000 e 13000 anni fa.

Anche alcuni siti della Siberia orientale, dell’isola di Sakhalin e del Bacino dello Yukon, in Alaska, hanno restituito cocci di terracotta con datazioni analoghe.

Tuttavia, come si legge nel lemma della Treccani, la ceramica non è sufficiente da sola per parlare di presenza di una cultura neolitica, tant’è che i reperti litici, rinvenuti contestualmente ai cocci in alcuni di questi siti, appartengono ancora a culture della pietra scheggiata.

In questi casi, quindi, si parla di epipaleolitico.

Le prove archeologiche attestano che la più antica cultura propriamente neolitica oggi conosciuta fu la giapponese Jōmon, che si sviluppò nelle isole nipponiche di Honshu e Hokkaido a partire almeno dal X/XI sec. a.C.

La più antica terracotta di questa cultura è stata datata attorno al 10500 a.C.

Sempre in Estremo Oriente sono attestate culture neolitiche in Cina, nella zona centrale della valle del Cháng Jiāng (Yangtze) e nello Húnán nord occidentale, a partire dal 7500 a.C.

Immediatamente a sud ovest della Cina, le culture neolitiche più antiche sembrano essere quelle pakistane del Balochistan (o Baluchistan, 7000 a.C. circa) e quelle indiane del Golfo di Khambhat (7500 a.C., i siti sono attualmente sommersi). È probabile che si siano successivamente diffuse nella valle dell’Indo, dove culture neolitiche sono attestate a partire dal 6000 a.C., mentre nell’Asia sud-orientale il neolitico è attestato solo a partire dal 4500 a.C.

Un po’ più antiche sono le attestazioni di culture neolitiche nella valle del Giordano, in prossimità dell’odierna Gerico, e nella Mezzaluna Fertile, sul medio corso dell’Eufrate, datate attorno al 9500 a.C. (il sito di Göbekli Tepe in Turchia, datato tra 9000 e 7000 a.C, sembra ascrivibile all’epipaleolitico o al neolitico preceramico).

Si pensa che le popolazioni che abitavano queste zone abbiano diffuso la cultura neolitica in tutto il Vicino Oriente e in Europa. In conseguenza di questa diffusione, culture neolitiche appaiono in Anatolia e nella penisola Balcanica a partire almeno dal 7000 a.C. (il neolitico è attestato a Çatal Hüyük, in Turchia, almeno dal 6500 a.C. e il sito di Sesklo in Tessaglia è datato 6850 a.C.) e si diffondono gradatamente in tutto il continente europeo, fino ad arrivare in Gran Bretagna probabilmente solo dopo il 3500 a.C.

Durante il cosidetto periodo del neolitico sub pluviale, a partire dal 7500/7000 a.C. culture neolitiche si svilupparono nell’Africa subsahariana, che in quel tempo godeva di un clima molto più umido dell’attuale.

Da quanto detto è evidente, almeno stando ai dati attualmente a disposizione, che la prima neolitizzazione comparve lungo le coste e nelle isole dell’Estremo Oriente, e la transizione dal paleolitico al neolitico non avvenne in maniera subitanea ed improvvisa.

Però, mentre la prima terracotta cino-giapponese-siberiana sembra molto più antica di quella attestata nelle altre regioni del globo, è probabile che le prime culture veramente neolitiche si siano sviluppate pressochè contemporaneamente nell’Estremo e nel Vicino Oriente.

Subito dopo, lo stesso fenomeno si verificò nell’Africa sub sahariana e nelle regioni asiatiche vicine al delta dell’Indo, molto lontane dal Vicino Oriente e dalle coste nord orientali di Cina e Siberia.

Insomma, la prima neolitizzazione comparve “a macchia di leopardo” quasi contemporaneamente in regioni della Terra molto lontane tra loro, tanto da poter ipotizzare che tale comparsa sia avvenuta in maniera totalmente autonoma e indipendente nelle zone elencate, nelle quali poco dopo la fine dell’ultima glaciazione si manifestò una fortissima accelerazione culturale.

Successivamente, partendo da queste zone la neolitizzazione si diffuse a macchia d’olio, in maniera abbastanza veloce e secondo ritmi di espansione per così dire costanti.

Si è ipotizzato che questa diffusione sia stata la conseguenza di massicce migrazioni causate dall’esaurimento delle risorse disponibili ai cacciatori-raccoglitori del paleolitico, trasformatisi per necessità in pastori e agricoltori, dopo la domesticazioni dei primi animali da allevamento e delle prime piante coltivate.

Tali migrazioni avrebbero avuto grande successo a causa del “vantaggio” in termini di risorse alimentari rese disponibili ai neolitici migranti, rispetto alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora legati alle culture paleolitiche.

Questa ipotesi viene contestata dagli studi più recenti, che testimoniano come le risorse alimentari a disposizione dei cacciatori-raccoglitori non fossero con tutta probabilità per niente scarse, dato il loro stile di vita e la scarsa densità della popolazione umana dell’epoca.

È un dato di fatto che le società di cacciatori-raccoglitori tutt’oggi esistenti sopravvivono abbastanza agevolmente nelle zone semidesertiche dell’Africa subsahariana e ai margini del deserto del Kalahari, essendosi perfettamente adattate a sfruttare le risorse che questi territori possono offrire.

Di conseguenza, ultimamente si è fatta strada l’ipotesi che la diffusione della neolitizzazione sia stata dovuta all’esportazione della nuova tecnologia e delle nuove conoscenze in campo agricolo e pastorale ad opera di “maestri itineranti”, analogamente a quanto è ormai quasi dimostrato accadde nella successiva età del bronzo, in cui la tecnologia dei metalli si pensa sia stata diffusa appunto da maestri artigiani itineranti.

Probabilmente, è destinata a cadere completamente l’idea che le popolazioni che svilupparono la cultura neolitica fossero composte solo da individui sedentari, che cioè lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento abbia comportato un totale cambiamento nelle abitudini di vita degli esseri umani i quali, da cacciatori-raccoglitori che si spostavano in continuazione, diventarono agricoltori totalmente stanziali.

Secondo questa ipotesi, l’agricoltura favorì una grande crescita della popolazione, per cui, quando in una zona la densità della popolazione diventava troppo alta per le risorse agricolo-pastorali disponibili, gli individui per così dire in soprannumero erano costretti a migrare in cerca di un nuovo territorio nel quale stanziarsi. Questo anche a causa del fatto che gli spostamenti individuali o di piccolissimi gruppi sarebbero stati molto difficili.

Che il neolitico non sia stato quell’età pacifica che molti paleoantropologi sono portati a considerare è dimostrato dal rinvenimento di fosse comuni nelle quali i resti ossei testimoniano di eventi bellici occorsi in quel periodo (vedi per. es. la fossa di Talheim in Germania o il cosidetto cimitero 117 nel Sudan settentrionale).

Ma sembrano episodi molto limitati, scontri locali tra piccole tribù più che il prodotto di massicce migrazioni

In realtà, a giudicare dai dati oggi complessivamente disponibili, la mobilità individuale anche nei tempi preistorici non era un fatto così eccezionale.

Da quanto sappiamo delle successive età del rame e del bronzo, infatti, è chiaro che individui singoli o in piccoli gruppi compivano spostamenti ad amplissimo raggio almeno dal V millennio a.C., perché in quel periodo le pratiche commerciali su lunghe rotte, terrestri e marittime, erano ormai un fatto relativamente comune.

Non è pensabile che tali rotte commerciali si siano create d’improvviso, anche perché il commercio su larga scala di selce ed ossidiana è attestato sin dal paleolitico.

Del resto, nel par. 6.4 abbiamo visto come siano state rinvenute in Scozia e nell’isola di Man lame di accetta/ascia prodotte nel VI millennio a.C. con giadeite proveniente dai giacimenti del Monviso e che esemplari prodotti con giadeite della medesima provenienza sono stati rinvenuti in giro per tutta l’Europa occidentale.

In Bretagna sono documentati esemplari dell’inizio del V millennio a.C. sicuramente esportati già finiti ed esemplari più recenti (4000 a.C.) prodotti localmente a partire da blocchi grezzi di giadeite del Monviso e del Beigua, a testimonianza del fatto che inizialmente venne commerciato il prodotto finito, ma successivamente si passò all’esportazione della tecnologia. Il tutto senza che sia testimoniato un cambiamento nella popolazione locale a causa di una massiccia immigrazione da parte di alloctoni.

È quindi molto probabile che un gruppetto di maestri artigiani, al seguito di una spedizione commerciale, si sia spostato dall’Alta Italia sino a raggiungere la lontana Bretagna, chissà se su esplicita richiesta dei “bretoni” di allora oppure per puro spirito di conoscenza.

E in questa maniera penso si sia diffusa la cultura neolitica.

 

 

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 (3 - fine)